martedì 19 maggio 2015

IL BELLO, O MEGLIO, IL "BELLONE DI ANZIO"


Riscoperta l'uva pantastica di Plinio: è l'Anzium, elisir laziale 


Chi l’ha detto che l’eccellenza non si possa superare?
Un nuovo traguardo dell’Azienda Vitivinicola Casale del Giglio,  impegnata da anni nella sperimentazione e nel recupero della vitivinicoltura di qualità, lo dimostra.
Antium – Bellone di Anzio 2014” è la sua nuova etichetta, un’etichetta che segna il ritorno dell’antico vitigno autoctono Bellone, tipico della zona di Anzio, lungo la costa laziale non lontano da Ostia. Luogo già leggendario, reso celebre dalle Grotte di Nerone, dal Paradiso sul Mare e dallo storico sbarco, aggiunge oggi un motivo di vanto in più.
Di origini antichissime, noto già in epoca romana e citato da Plinio come "uva pantastica", il Bellone rinverdisce l’area che va dai Castelli Romani ai Monti Lepini scivolando fin dove il mare bacia la terra. Esattamente qui, alle spalle di Anzio, questo prezioso vitigno ha trovato, sui terreni sciolti, sabbiosi e caldi, un microclima particolarmente favorevole, privilegiato dalla persistente brezza marina.

Già nel Bollettino Ampelografico del 1881, il Bellone era descritto come vitigno con grappoli dalle proporzioni maggiori ma dai caratteri analoghi ai Belli, gruppo di vitigni diffusi intorno a Roma. Testimonianze confermate anche da Mangarino nel 1888 e Mancini nel 1893. Conosciuto anche come “uva pane” per la sua buccia spessa e consistente, il Bellone si presenta di colore giallo intenso con riflessi dorati. Vino solare con sentori di frutta esotica ben matura, come mango e papaya, contrapposti ad una consistente acidità, lo rendono idoneo a lunghi affinamenti in bottiglia. In bocca risulta molto ampio, ricco e persistente, con leggere sfumature floreali e speziate e con sapidità e mineralità particolarmente pronunciate. L’abbinamento ideale è con la “Minestra di Sgavajone”: tipica minestra dei pescatori di Anzio con brodo di questa varietà di pesce autoctona considerata “povera” e pertanto consumata soprattutto in famiglia.

Un risultato importante, quello del Bellone, che coincide con la ricorrenza dei 30 Anni di Ricerca e Sperimentazione dell’Azienda. Nel 1985 Dino Santarelli ha infatti avviato un progetto di ricerca che, nel tempo, ha determinato la produzione di vini di considerevole qualità, sempre più apprezzati, anche a livello internazionale. Negli anni Novanta, Antonio Santarelli, seguendo l’intuito paterno, ha portato avanti il lavoro con passione su quasi 60 varietà di vitigni diversi, con la preziosa collaborazione dell’enologo trentino, Paolo Tiefenthaler, che dal 1988 è Direttore Tecnico dell’Azienda. La sperimentazione vinicola si è concentrata, dapprima, internamente in Azienda, con l’introduzione sul territorio dell’Agro Pontino di vigneti provenienti da Bordeaux. I primi tangibili riscontri si sono avuti sul Cabernet Sauvignon e il Petit Verdot.  
Ad oggi, la Casale del Giglio possiede 180 ettari di vigneto riconvertiti e diverse sono le varietà introdotte, tutte caratterizzate dall’interazione qualitativa “Vitigno-Territorio”. 
L’attuale produzione offre una gamma di 20 prodotti da monovitigni e da assemblaggi: bianchi, rossi, un rosato, una Vendemmia Tardiva, tre grappe e un olio. 
Non solo. Cinque anni fa, Casale del Giglio ha intrapreso la ricerca esterna all’Azienda, sviluppando il primo progetto di recupero di un vitigno autoctono sull’Isola di Ponza, che ha permesso di riscoprire l’antico vitigno locale, la Biancolella di Ponza, varietà originaria della Campania, ora autoctona laziale, importata da Ischia nella metà del ‘700 ai tempi del Regno di Napoli sotto i Borbone. Proprio da qui nasce il vino Faro della Guardia, novità assoluta, che già al suo debutto ha ricevuto riconoscimenti importanti: i 5 Grappoli dalla Guida Bibenda del 2013 e i Tre Bicchieri della Guida Vini d’Italia 2015 del Gambero Rosso.
Non resta che l’assaggio, incorniciato possibilmente da un romantico tramonto sul mare di Anzio, condiviso in dolce compagnia!

domenica 26 aprile 2015

L'Amica




L’amica che manca
non è colei di cui abbiamo bisogno per consolarci di un grande dolore
ma colei che vorremmo accanto per condividere le piccole gioie.

lunedì 20 aprile 2015

Controcorrente



Sarò controcorrente ma …
alla visibilità preferisco l’intimità,
alla condivisione, la complicità,
all’amicizia per corrispondenza, la reciproca confidenza,
al sesso digitato, l'erotismo praticato,
all’amore virtuale, l'affetto reale,
al social network, la camera da letto
e all’anonimo ‘mi piace’, l’esclusivo ‘tu mi piaci’!

lunedì 13 aprile 2015

Le Solitudini



Succede, a volte, di sentirsi soli senza essere soli.
Altre, di essere soli senza sentirsi soli.
La differenza? 
Il silenzio!
Nel primo caso lo vorresti. Nel secondo lo detesti.

IL TICINO TI E' VICINO


Appuntamento con i migliori chef del mondo: dal 3 maggio al 14 giugno torna S. PELLEGRINO SAPORI TICINO


Un placido lago blu, colline verdeggianti e raffinati hotel. Quale contesto scenico più accattivante per ospitare il meglio della cucina internazionale?
La seducente cornice cromatica è il Ticino, cuore caldo della Svizzera, che si prepara per accogliere la nona edizione di S.Pellegrino Sapori Ticino. Dopo 8 anni dal primo evento, la manifestazione ha maturato un successo esponenziale e quest’anno i protagonisti saranno i World’s Top Chefs, 8 chef provenienti dai 51 migliori ristoranti al mondo, veri e propri artisti in toque blanche dal 3 maggio al 14 giugno si destreggeranno nei migliori alberghi del Cantone.
Con un totale di 28 stelle Michelin partecipanti e un numero impressionante di punti Gault&Millau, S.Pellegrino Sapori Ticino rappresenterà uno dei più grandi eventi a livello mondiale. Cene ed eventi che l’enogastronomia internazionale sposa all’ospitalità ticinese, grazie agli chef locali (Andrea Bertarini, Egidio Iadonisi, Alessandro Fumagalli, Domenico Ruberto, Frank Oerthle, Dario Ranza, Lorenzo Albrici, Salvatore Frequente, Othmar Schlegel e Antonio Fallini), e alla disponibilità dei migliori alberghi ***** lusso della Svizzera, Swiss Deluxe Hotels.
Qualche esempio? Il 3 maggio, presso l’Hotel Splendid Royal di Lugano, la cena di apertura sarà a cura degli Chef del gruppo Swiss Deluxe Hotels, dove Domenico Ruberto ospiterà tre colleghi e ambasciatori del gruppo come Giuseppe Colella, Dominique Gauthier e Thomas Neeser. Dal 4 maggio avrà inizio la rassegna vera e propria con Mauro Colagreco, chef 2 stelle Michelin del ristorante Mirazur di Mentone, numero 11 al mondo, ospite di Salvatore Frequente presso l’Hotel Eden Roc di Ascona.
Il secondo protagonista d’eccezione si esibirà il 10 maggio a Villa Principe Leopoldo, Lugano, dove lo chef locale Dario Ranza incontrerà Massimo Bottura dell’Osteria Francescana, ristorante tristellato e numero 3 al mondo.
La manifestazione proseguirà con l’arrivo a Lugano dell’ambasciatore svizzero dell’alta ristorazione Andreas Caminada, unico chef svizzero presente nella top 50. L’11 maggio sarà ospite dello Chef Frank Oerthle al ristorante Artè del Grand Hotel Villa Castagnola di Lugano.
Il viaggio enogastronomico prosegue con un’altra serata tutta italiana, grazie alla presenza di Davide Scabin, altro celebre rappresentante della cucina italiana nel mondo, premiato a Identità Golose 2015 come Cuoco dell’Anno per la sua cucina tra qualità e innovazione; presso il Ristorante Concabella di Vacallo incontrerà il talentuoso e stellato Andrea Bertarini il 24 maggio. Direttamente dal suo ristorante di Rivoli, Combal.Zero, agli ospiti di S.Pellegrino Sapori Ticino 2015 Scabin presenterà alcuni dei suoi piatti più sperimentali.
Il 25 maggio presso Villa Orselina sarà ospite di Antonio Fallini, lo chef Sven Elverfeld, uno dei più importanti ed apprezzati in Europa. Dalla tedesca Wolfsburg dove è situato il Ristorante Aqua, Elverfeld incanterà la platea con un menu da 3 stelle Michelin ispirato alla libertà, cardine e principio fondamentale della sua cucina.
Il 29 maggio S.Pellegrino Sapori Ticino vedrà l’arrivo, direttamente da Bangkok, dell’indiano Anand Gaggan, considerato uno dei maggiori esponenti della cucina indiana, terzo migliore ristorante in tutto il continente Asiatico e numero 17 al mondo: sarà ospite di Egidio Iadonisi dello Swiss Diamond Hotel di Vico Morcote.
Il viaggio attraverso le migliori tavole del pianeta prosegue il 3 giugno con la presenza di Diego Muñoz, numero 2 di tutta l’America Latina, presso l’Hotel Splendide Royal di Lugano dove Domenico Ruberto aprirà le porte della sua cucina per una serata ispirata ai sapori Sudamericani. Muñoz, diventato head chef  dell’Astrid y Gaston di Lima in Perù, è il successore di Gaston Acurio, vero e proprio maestro della cucina mondiale.
A completare la rosa di chef, l’8 giugno presso il Castello del Sole di Ascona, il giovane Rasmus Kofoed del Geranium di Copenaghen, in assoluto uno dei migliori chef europei, denominato “La leggenda del Bocuse d’Or. Unico anche in questo caso l’incontro con lo Chef locale per una serata dove le visioni e la ricerca del giovane chef danese si fonderanno con la tradizione dello stellato Othmar Schlegel.
La festa finale della manifestazione di quest’anno sarà dedicata all’altro partner di eccellenza per il 2015, ossia le Grandes Tables De Suisse, associazione che riunisce praticamente tutte le migliori tavole della Svizzera. Quattro chef che hanno fatto, ma che sono ancora, la storia della grande cucina svizzera, ovvero Andrè Jaeger, Franz Wiget, Markus Neff e Robert Speth saranno ospitati da Alessandro Fumagalli presso il Grand Hotel Eden di Lugano il 14 giugno, una serata a 5 stelle Michelin per concludere insieme questo lungo viaggio che vede la cucina, i prodotti e la tradizione svizzera, incontrare le suggestioni culinarie di tutto il mondo.

Come di consuetudine, alle cene si affiancheranno alcuni eventi speciali: il 16 maggio al Castello di Morcote con la serata Déjeuner au Château; il 18 maggio al Seven di Lugano con Una serata in rosa tutta al femminile e il 21 maggio con una serata lounge dedicata ai più giovani, replicata il 21 maggio al Lido Bar di Lugano.
Un’ottima occasione per conoscere il meglio del Canton Ticino, dalle bellezze del paesaggio alle bontà della tavola!

mercoledì 8 aprile 2015

Clown, pagliacci e buffoni



Ricordo che da piccola detestavo il circo.
Non solo per i poveri animali ridotti a pupazzi senza decoro ma anche per quegli esseri umani che per definizione avrebbero dovuto far ridere e che, invece, a me facevano piangere.
I clown innanzitutto.
Senza alcuna ragione logicamente comprensibile a una bambina, come vedevo comparire quella maschera scolpita in un’innaturale smorfia colorata, mi rattristavo. Provavo una profonda pena per quella persona dall’identità mortificata, costretta a rendersi ridicola in degradanti cadute e goffi strafalcioni per strappare un sorriso all’inclemente pubblico. E quasi offesa dalle risate intorno a me, non capivo come gli altri, bambini e adulti, potessero realmente divertirsi davanti a un simile grottesco, fasullo, deprimente teatrino. Poverino – pensavo con un nodo in gola guardando il clown – mi fa tanta pena. E dentro di me speravo che quella tragicomica allegoria della vita finisse presto ... via, via, voglio andare via!
Crescendo, ovviamente ho elaborato riflessioni più ragionevoli e umili. Pur continuando a non amare il circo, ho restituito il giusto valore ai suoi attori umani attribuendo la meritata dignità al loro lavoro e la giusta stima ai clown, anche se continuano a non farmi ridere. Anche perché, da grande, ho imparato che non serve comprare un biglietto ed entrare in un tendone di circo per imbattersi in certi personaggi. Ho scoperto, infatti, che al mondo esistono individui altrettanto grotteschi che, senza bisogno di un palcoscenico artificiale, di una maschera colorata e di un accompagnamento sonoro, riescono a trasformarsi in patetici pagliacci, senza nemmeno tanto esercizio fisico e spirituale, perché sono buffoni per vocazione.
La differenza, rispetto ai benevoli clown circensi, è che questi pagliacci quotidiani non recitano, vivono come buffoni: usano grandi parole al posto dei fiori di carta, sfoggi di potere al posto dei capitomboli, biglietti da visita al posto delle smorfie e puerili minacce al posto di sonore pernacchie. E pensare che non bisogna nemmeno pagare il biglietto per assistere a un loro spettacolo ...
A parte queste piccole, inconsistenti differenze, anche loro, così come i clown della mia infanzia non del tutto dimenticata, mi fanno solo tanta, tanta pena.  

martedì 24 marzo 2015

QUEL TOCCO UN PO' BRITISH CHE NON GUASTA


LONDRA, UNO SGUARDO OLTRE GLI STEREOTIPI


“Home is where you are” intona una bella canzone.
In effetti, chi ama viaggiare cerca anche questo: il piacere di sentirsi a casa lontano da casa. Il modo migliore per riuscirci è affrontare un viaggio in solitudine oppure in compagnia di chi condivide questo inspiegabile richiamo verso l’ignoto, il nuovo, il diverso, facendolo proprio e diventando, cammin facendo, un camaleonte umano. E’ un’attrazione questa che guida alla scoperta di nuovi scenari, non solo esteriori ma anche interiori, perché i viaggi sono le levatrici delle emozioni e dei pensieri.
Anche quando la meta è una grande città, facile dunque da affrontare perché già nuda, spogliata dalle mani del grande turismo e non più custode di verginali segreti, è possibile intraprendere il viaggio con uno sguardo trasversale frugando dietro le maschere dei banali stereotipi per andare alla ricerca del volto autentico della città.
Così, anche una metropoli come Londra, raccontata in un’infinità di versioni che alla fine trasformano in una cartolina senza vita anche la città più dinamica, può essere colta da punti di vista alternativi. Probabilmente, la prospettiva perfetta da cui partire per affrontare Londra è quella più nascosta eppure essenziale alla sua stessa vita: la metropolitana.


Utilizzare la Tube non è solo il modo più utile per ottimizzare i tempi di visita della città. E’ anche il modo migliore per mescolarsi alla gente che ogni giorno, moltiplicata in migliaia di individui, si riversa nelle viscere della città, come un fiume di formiche ligio al proprio destino. E’ sorprendente la massa imponente di gente che si muove lì sotto, di tutte le razze, di tutte le età, di tutti gli idiomi: un ordine sovrumano sembra dirigere il brulicare umano concertandolo attraverso i labirinti sotterranei che, puntualmente, consegnano ognuno alla propria meta. Lo stesso ordine regna dentro i treni, anche quando traboccano di gente da non poter quasi respirare, anche quando si è costretti in piedi incollati l’uno all’altro, in una paradossale forzata intimità per dei perfetti sconosciuti che condividono solo un tratto di scomoda urbanità. 
Dietro le tante sfumature di pelle, di capelli, di occhi…dietro ogni singolo individuo con la sua patria linguistica e la sua grammatica di sentimenti, vince lo stesso composto silenzio incoraggiato da cuffie e auricolari che incapsulano ognuno dentro un mondo paradossalmente ovattato. Ad osservare questo scenario umano, tanto variegato quanto uniforme, viene naturale parlare sottovoce anche nel trambusto del trasporto. Trasporto che ha origini lontane. Infatti, l’idea di bucare il suolo per far scorrere dei treni sottoterra è nata proprio qui, a Londra, quando nel 1854 il Parlamento autorizzò la Metropolitan Railway Company a progettare un primo collegamento sotterraneo tra Paddington e Farringdon Street, passando per King’s Cross, per ovviare al già imbarazzante traffico della città in superficie. Da allora la rete dell’Underground londinese si è ramificata vertiginosamente e immaginare oggi Londra senza metropolitana equivarrebbe a pensare a un mondo virtuale senza “link”. Tant’è vero che il simbolo stesso della Tube ( Bar&Circle, ovvero il cerchio rosso attraversato da una barra blu con la scritta bianca) è diventato una delle icone dell’identità britannica. Una strategia di marketing ideata dal grafico Frank Pick nel 1908 e tuttora bandiera dell’identity londinese, insieme ai taxi, alle cabine telefoniche e ai bus.
Vista l’importanza della Tube anche per il turista di passaggio, ecco un consiglio pratico: prima di avventurarsi nei meandri sotterranei, o di accedere a qualsiasi altro mezzo pubblico della città (battelli inclusi), è bene procurarsi la Oyster Card: una tessera magnetica ricaricabile con cui pagare ogni accesso ai mezzi.


Dopo aver espugnato le viscere della metropoli ed essersi impadroniti delle sue mappe sotterranee, si è pronti per affrontarla in superficie, dove la gente riaffiora come un dirompente fiume carsico alla ricerca di luce e di aria. Aria tutto sommato pulita e gradevole, nonostante il traffico del centro, alleggerita dai vasti polmoni verdi che generosamente restituiscono ossigeno al cemento. Lo smog soccombe sotto le improvvise zaffate odorose di spezie e di fritto, veicolate qua e là per la città, un invito a fermarsi in uno dei tanti ristorantini asiatici e nordafricani dai seducenti effluvi esotici, o a portarsi con sé una porzione di croccante Fish&Chips da gustare camminando.
Anche in superficie l’impressione è che regni un caos ordinato, come se l’imperativo “to queue” (fare la coda) sia intrinseco nel dna dei londinesi, sia a piedi sia in auto, ma anche dei visitatori che quasi inconsapevolmente vengono contagiati dalla necessità di rispetto e di educazione.


Da Buckingham Palace a Westminster Abbey, dal Big Ben al Tower Bridge il traffico fluisce frenetico e prevedibile allo stesso tempo, colorato dai bus rossi e dai cab neri, dando il tempo agli incerti pedoni stranieri di capir bene da che lato guardare prima di attraversare la strada per non rischiare d’essere investiti. Uno sguardo alla cartina in mano e uno davanti a sé per avvistare la prossima meta da raggiungere: Carnaby Street, Covent Garden, Soho, Chelsea, oppure Hampstead, East End, Brixton,  ….? Pub o ristorante, mostra o musical, tradizione o trasgressione …? Ogni quartiere, ogni locale e persino ogni ora del giorno, a Londra, hanno una propria personalità dove ognuno può trovare corrispondenza con il proprio stato d’animo.
Una volta che ci si è impadroniti dei mezzi pubblici è un gioco espugnare la città in poco tempo, vantando il privilegio di non sentirsi più turisti di passaggio ma gente del posto, camaleonti umani, appunto. Così, si può gustare Londra seguendo il proprio mood: dai solenni musei ai quartieri più trendy, dai palazzi reali ai grattacieli spaziali, dai teatri storici alle gallerie d’arte moderna. 


Ogni angolo, accanto alla storia, vede fiorire un futuro in constante divenire, e lo si nota dalle decine di gru al lavoro un po’ ovunque: l’architettura di questi ultimi anni ha conferito alla città un profilo inatteso, in progressiva evoluzione, soprattutto con il controverso The Shard – il grattacielo partorito dal genio creativo di Renzo Piano - che, come una vertiginosa scheggia di cristallo di 310 metri, fende il cielo quasi a voler graffiare le nuvole alla ricerca di un raggio di sole. Questa monumentale proiezione dell’ambizione umana che sfida le vette della natura conferisce alle notti londinesi uno sfavillante fascino ma anche un nuovo ordine logico allo skyline. 


Così, nel buio, la città assume una nuova veste, instancabile nel suo disinvolto sfilare per il piacere di un pubblico mai stanco di guardare. E dall’altro lato, il London Eye affacciato sul Tamigi fa da contraltare al palazzo di cristallo, ricordando, con il suo pigro roteare, che dopo tutto nell’inesorabile ripetitività quotidiana e nell’apparente ordine domestico c’è sempre qualche cosa di nuovo e inatteso per cui vale la pena vivere.
La stessa sensazione di ritrovata novità la si prova passeggiando per uno degli immensi parchi che inebriano l’aria di Londra – possibilmente la mattina, quando la città appena si risveglia –lontano dalla giostra frenetica della civiltà: Hyde Park, St. James Park, Kensignton Garden offrono un’immersione nel verde che riconcilia il corpo con lo spirito. 


Uno dei parchi più invitante è quello che ospita il Royal Observatory, il Greenwich Park. E’ qui che ha sede il Meridiano Zero: non semplicemente una linea immaginaria convenzionalmente usata per suddividere la Terra in meridiani e paralleli. Ma un concetto partorito dalla mente umana per dare un ordine artificiale all’incommensurabilità della logica naturale, ottenendo un miracolo terreno: misurare il tempo e attribuire ad ogni fetta del pianeta un fuso orario preciso.  


Vale la pena fare una sosta in questo luogo sacro alla scienza, non solo per la bellezza architettonica dell’Old Royal Observatory, che dal 600 è uno dei monumenti più attraenti del mondo, e non solo per visitare il National Maritime Museum appollaiato più sotto nel magnifico verde. Vale la pena venire qui anche per visitare Greenwich Village con la Cutty Sark, imponente nave dell’800 testimone di audaci imprese rimaste scolpite nella storia dei commerci marittimi britannici. Di fronte al piazzale che la ospita, il Canary Warf al di là del Tamigi riassume passato e presente in un affastellarsi di giochi architettonici che custodiscono il mondo finanziario della moderna Londra. Da qui, prima di sfociare di nuovo nella City – con uno dei battelli o con il treno da Cutty Sark Station – si può prolungare il piacere della visita con una sosta in uno dei ristorantini più seducenti della zona. Si trova a Blackheath, poco lontano da Greenwich Village, e si chiama The Suffron Club: un angolo di Asia, dove il meglio della cucina nepalese s’intreccia al meglio di quella indiana, ricreando un’atmosfera di sapori e profumi indimenticabili. Un motivo in più per tornare da queste parti, con la comodità di alloggiare in un Hotel a pochi passi da Greenwich Park: The Clarendon Hotel, affacciato su un morbido prato che riassume tutte le sfumature della tipica campagna inglese, con tanto di scoiattoli e volpi in libertà.


La quiete di questo luogo fa dimenticare in fretta le vette di cristallo della City, con i suoi rivoli di gente che scorrono sottoterra. Tutto sembra immobile, scolpito in un passato laborioso e fiero. Qui le case e persino le persone che le abitano sembrano avere un altro aspetto rispetto all’umana fauna della City. Gli edifici ricordano i quartieri allineati in cui era cresciuto Oliver Twist, intrisi di una malinconica ripetitività, tipica dei romanzi di Charles Dickens. Edifici rivestiti di mattoncini marroni e grigi consumati, con porticine di legno lillipuziane, una fetta di giardino un po’ arruffato e i tetti sbuffanti da cui spuntano tozzi comignoli simili alle mammelle di una mucca capovolte all’insù. Quest’uniformità delle abitazioni sembra ricalcare l’aspetto delle persone, soprattutto dei bambini e dei giovani studenti, educatamente infilati in eleganti divise scolastiche che li trasformano in un piccolo esercito ordinato, unito dalla stessa nobile missione: la conquista della cultura.


Anche questo dignitoso anonimato, dopo tutto, fa parte di Londra: un gigantesco cuore pulsante aperto al mondo e fiero del proprio mondo, inafferrabile nel suo eterno divenire, eppure tentacolare nel suo aggrapparsi a radici storiche profonde e inespugnabili. 
E in questa geografia umana dalle mille sfumature in cammino verso il futuro, in quest’accavallarsi architettonico di tradizioni e di evoluzioni, è facile trovare dietro un’apparente alienazione quell’ordine naturale che ci fa sentire a casa anche lontano da casa. 
Home is where you are. Così, forse, una volta tornati alla  consuetudine domestica – quella della nostra vera casa - ci verrà spontaneo ripensare con piacere a quei luoghi comuni che etichettano gli inglesi in facili stereotipi, dietro cui tutto sommato albergano alcune profonde verità. Sarà naturale, allora anche per noi, prestare attenzione al “gap” scendendo dal treno in metropolitana, guardare prima a destra quando si attraversa la strada e obbedire pazientemente alla coda davanti a una biglietteria senza sgusciare in meschine scorrettezze, arricchiti di quel tocco un po’ british che non guasta. 
Anche a casa nostra!