venerdì 14 marzo 2014

Albeggiando



Anche questa mattina mi sono svegliata prima della luce. 
Ormai è diventata una piacevole abitudine, un appuntamento con me stessa. Ho ammirato l’alba sbadigliare e rinascere e mi son sentita viva, felice. 
Tuttavia, un’ombra ha incupito i miei pensieri e mi ha fatto immaginare come sarebbe tutto diverso se, affacciandomi alla finestra, vedessi sorgere il primo sole dal mare, dalle montagne o dal mio lago, anziché dalle fronde del mio giardino. 
Il mio amato giardino…quello che m’ha visto nascere, crescere, che mi protegge dall’urbanità, dall’insipido grigiore della città. Una città di cui mi sento ostaggio! Eppure, mi rendo conto che anche questa cintura di verde, madre e amica, diventa sempre più insufficiente a sfamare il mio bisogno di natura e di libertà.
Guardo fuori l’alloro pronto ad accogliere i primi nidi, ascolto i merli chiacchierare incuranti della mia presenza, sorseggio il primo caffè di un giorno che non si sa che sapore avrà e avverto prepotente il precipizio della ribellione, accesa dalla rivoluzione dei miei panorami interiori.
Intanto l’alba s’è fatta giorno. E mi domando ... dove sono io veramente adesso?

lunedì 10 marzo 2014

AMOR



Spesso scrivo della città che più d’ogni altra amo, Roma.
Eppure non ho mai raccontato qual è l’origine del suo nome. 
Molti certamente lo sapranno, per chi invece l'avesse dimenticato e fosse curioso, ecco qui.
In verità, l’origine del nome è piuttosto controversa, una città tanto fascinosa e multiforme non poteva che racchiudere qualche mistero anche nel suo battesimo! Tuttavia esistono alcune ipotesi abbastanza accreditate.
Una di esse fa derivare il nome di Roma dall’etrusco “rumon”, che significa “fiume”, in omaggio al Tevere. Un’altra ipotesi lo attribuisce alla lingua osca, con esattezza alla parola “ruma” che significa “colle”. Un’altra ancora prende in prestito il nome dalla dea Rumia, la protettrice dei neonati che aveva un sacello presso il Ficus Ruminalis. Mentre altri, semplicemente, ritengono che sia stato il suo leggendario fondatore, Romolo, a battezzare la città.
Personalmente, credo che mito e storia giochino ad ammantare la  città eterna anche nel suo stesso nome, probabilmente ci sarà un po’ dell’uno e un po’ dell’altra in quelle quattro magggiche lettere.
Io però una mia ipotesi ce l’ho e a questa mi piace credere ogni volta che torno con il corpo o con la mente nella mia città del cuore: il nome Roma, per me, altro non è che la parola Amor … pronunciata al contrario! 

domenica 9 marzo 2014

Le stagioni dell'Anima



Evidentemente i panorami esteriori, quelli che cerco, sono lo specchio di quelli interiori. Un po’ come le letture in cui amo immergermi.
Fino a poco tempo fa anelavo l’Africa, con i suoi immensi deserti, i suoi profondi silenzi e i suoi struggenti ossimori.  Non l’ho dimenticata, è sempre dentro di me perché mi ha plasmato come il vento fa con le dune, sempre uguali eppure sempre diverse. Tuttavia, oggi ho fame di fresca effervescenza, di musica dimenticata, di colori sgargianti, di ebbra leggerezza…sì, di America. 
E allo stesso modo, ho riposto nel cassetto i mentalismi ombrosi di Dostoevskji e Jung per riscoprire la vibrante sensualità di Henry Miller e Anais Nin, anzi… vorrei dimenticare un po’ i libri di cui mi sono a lungo nutrita isolandomi in me stessa, per pensare meno e ridere di più. Voglio correre fuori, all’aria aperta, col naso all’insù e mordere la vita, bere il sole, mangiare le stelle!
Sarà la primavera, chissà…forse anche le stagioni dettate dalla ciclicità del tempo non sono altro che un riflesso dei panorami interiori, delle stagioni dell'Anima.
E allora, adesso, voglio fare come le piante, ricoprirmi di foglie, di profumati fiori, di golosi frutti … e ricominciare a vivere, sperando che l’inverno non torni mai più!

mercoledì 5 marzo 2014

PASSAPORTO PER IL FUTURO



Mi spaventa confrontarmi con persone che per scelta, nella vita, non desiderano viaggiare. Sottolineo per scelta, non per mancanza di possibilità.
Questa consapevole e ostentata assenza di curiosità, questa mancata voglia di apertura, di avventura, di condivisione e anche di rischio, perché no, non solo sa di presunzione intellettuale ma di povertà spirituale.
Il pregiudizio che talvolta s’annida dentro di noi nei confronti dell’altro-da-noi, soprattutto se straniero, se lontano, se ovviamente per definizione ‘diverso’, prospera pericolosamente beffardo quando non interviene l’antidoto del viaggio, rendendoci ciechi e sordi. Certo, si può anche viaggiare restando tuttavia ciechi e sordi, ostaggi delle proprie barriere mentali, ma almeno si offre una possibilità al seme dell’incertezza di attecchire e rendere fertile un terreno arido. Dipende da come si considera il viaggio!
Viaggio come strumento, non come fine. Come siero, enzima, come cura ... Viaggio come mezzo per ridisegnare il profilo di ciò che si conosce fuori, arricchendo l’orizzonte spaziale e temporale con altri sempre nuovi, ma anche dentro, perché le idee, i pensieri, le opinioni, le emozioni e i sentimenti si plasmano, si aggiustano, si colorano, si contaminano in un continuo fiorire e rifiorire quando si entra in contatto con altre culture. 
Partire dimenticandoci un po’ anche di chi siamo, portando appresso solo il minimo indispensabile e lasciando a casa abitudini, gusti, ingessature e ‘occhiali’ distorcenti…così da assorbire il nuovo senza paura, il diverso senza diffidenza, e metabolizzarlo come parte naturale dell’universo. Esattamente come siamo noi!
Questo spero di avere insegnato al mio bambino, oggi quasi diciottenne. Non considerare la vacanza come una parentesi d’assenza dalla quotidianità per poi ritornare e chiuderla in un file d’immagini sbiadite da mostrare ogni tanto come memoria o come trofeo … No!
Ogni viaggio è un mattone che costruisce la tua vita, interiore, intellettuale, emotiva. E la calce che tiene insieme questi mattoni è fatta di ascolto, di rispetto, di umiltà, con la consapevolezza che ogni conoscenza è un contagio reciproco: quando entriamo in un’altra terra siamo ospiti e non a casa nostra. Presentiamoci, dunque, sempre con il sorriso, chiedendo permesso e dicendo grazie, perché l’atteggiamento che usiamo nei confronti dei padroni di casa è specchio della considerazione che di loro abbiamo e senz’altro sarà apprezzato e ricambiato quando i ruoli saranno invertiti. Questo è il vero passaporto per il futuro e solo in questo modo, dire “buon viaggio” acquista un valore…un valore inestimabile per chi visita paesi stranieri e per chi viene visitato.
Buon viaggio, dunque … al mio bambino, a me stessa, al mio compagno di viaggio e a tutti quelli che, per scelta, ogni volta partono consapevoli di vivere un'occasione unica per crescere. 

lunedì 3 marzo 2014

Dai Piedi alla Testa



Questa mattina, camminando per la mia grigia città, mi son resa conto di qualcosa che probabilmente farà ridere i più. E cioè che quando torno da un viaggio esotico, dove sole e mare dominano i sensi, quel che più mi manca è la nudità, e quel che più mi tormenta sono … le scarpe!
Sì, dopo aver beatamente camminato a piedi nudi praticamente sempre, per giorni e giorni, su morbide spiagge borotalcose e sabbiosi fondali marini, ecco che quel fardello pesante ai piedi non solo disturba il mio corpo ma infastidisce anche la mente. La presenza delle scarpe ai piedi sobilla i miei pensieri che si ribellano alla costrizione della civile accettazione della quotidianità e vorrebbero, invece, continuare a galoppare animalescamente nella naturale spontaneità della natura. 
Tatto e contatto, dalla testa ai piedi, questo mi manca!
Così, quell’intromissione di gomma, cuoio, tessuto e stringhe tra la terra e me diventa metaforicamente anche un ostacolo tra il mio modo d’essere e il mondo circostante che non mi corrisponde (o io non corrispondo ad esso). 
Del resto si sa che esiste un collegamento stretto tra le sensazioni ricevute dai piedi e le percezioni cerebrali, la reflessologia plantare insegna. Quindi, è naturale che la mancata nuda aderenza delle appendici inferiori con il suolo privi il corpo, e di conseguenza la mente, di sensazioni ‘psicotattili’ penetranti, spesso piacevoli, a volte anche dolorose, ma comunque fitte, intense e complementari di tutte le altre sensazioni che il corpo riceve e trasmette.
Per ovviare a questa mutilazione sensoriale proveniente dal basso, arrivata a casa cerco di stare il più possibile senza scarpe e senza calze, tastando con consapevole gusto il pavimento, o l’erba del giardino, come un’ipovedente capovolta, usando i piedi come le mani, per ‘vedere’ ‘sentire’ ‘assorbire’ sensazioni altrimenti impercettibili. 
E lasciare così che la mia mente torni, attraverso i piedi, a quelle morbide spiagge borotalcose, a quei sabbiosi fondali marini, che tanto mi mancano … in questa mia grigia città!

venerdì 28 febbraio 2014

PUERTO RICO, SABOR CRIOLLO


Curiosità, segreti e ricette tradizionali dalla Isla del Encanto



Per conoscere veramente un Paese e cercar di capire la sua gente è necessario parlare il suo linguaggio. Condividere un idioma non è sempre facile, spesso è impossibile, ma c’è un altro strumento di comunicazione molto importante: la cucina.
Assaggiare, annusare, essere curiosi, lasciarsi coinvolgere dai sapori, dalle fragranze, dalle stravaganze della gastronomia di un popolo aiuta non solo ad avvicinare le culture ma ad arricchirle reciprocamente.
La gastronomia di Puerto Rico, isola appartenente alle grandi Antille, rispecchia il carattere criollo, sabroso per definizione, che ha resistito alle contaminazioni americane restando fedele alle radici latine. Una cucina sabrosa, ovvero saporita, come la musica che normalmente condisce l’atmosfera di condivisione del piacere anche a tavola.
L’anima della cucina puertoricana è il fritto, las frituras, accompagnata da salse e condimenti di vario tipo, da quelle agrodolci a base di frutta a quelle piccanti, a base di pique. Friggere a Puerto Rico è un’arte e tutto si può friggere, dalla carne, al platano, al pesce, alle verdure. Il tutto accompagnato da una fresca cerveza, la Medailla è quella nazionale, e per finire da un ron, o roncito, il Don Q, orgoglio di Puerto Rico, nella variante di Coquito per i gusti più raffinati. 
Da notare che la gastronomia criolla sfrutta moltissimo la carne, dal lechon asado (il maiale allo spiedo), al pollo asado, al coniglio fritto, fino all’iguana, che dicono essere davvero gustoso. 
Da buona vegetariana mi limito a proporre alcune ricette senza carne, comunque immancabili su una tavola quotidiana, sia nelle case, sia nei chioschi del pueblo lungo le spiagge, sia nei ristoranti tipici più ricercati delle città.
Un grazie speciale va al mio Cocinero Mandinga, ma le sue ricette resteranno un mio segreto! 



EL ESCABECHE
Questo non è un piatto o una ricetta ma una tecnica fondamentale per marinare i cibi ereditata dagli spagnoli e diffusa in tutto il Caribe. A Puerto Rico si usa sia con le carni, sia con la yuca e il platano, alimenti base qui.

Ingredienti (per ¾ tazze)
1 ½ tazza di olio di oliva
1 cipolla
3 spicchi d’aglio
6 foglie di alloro
grani di pepe nero
½ tazza di aceto bianco
sale q.b.

Procedimento
In un tegame profondo scaldare l’olio di oliva a fuoco lento. Aggiungere la cipolla, l’aglio, l’alloro, i grani di pepe e mescolare bene. Versare l’aceto, salare e cucinare a fuoco lento per 12 minuti, mescolando ogni tanto. Togliere el escabeche dal fuoco e lasciare che raggiunga la temperatura ambiente ed è pronto. La quantità del tempo in cui si lascia macerare il cibo determina l’intensità del sapore.

EL PIQUE
Tradizionalmente il Pique è una salsa piccante fatta in casa a base di aceto, che si usa conservare in una bottiglia simile a quella del ron.

Ingredienti (per una bottiglia da 500 ml)
20 peperoni caballero (rossi)
10 foglie di coriandolo
10 spicchi d’aglio
3 once di ananas maturo
1 cucchiaio di zucchero
2 tazze di aceto bianco
½ tazza di olio vegetale
½ tazza di olio di oliva

Procedimento
Tagliare i peperoni caballero a metà per il lungo affinchè i semi fuoriescano durante la fermentazione e metterli nella bottiglia di vetro che possa poi chiudersi ermeticamente. Aggiungere il coriandolo, l’aglio e l’ananas. Con un imbuto versare nella bottiglia il sale, lo zucchero, l’aceto, gli olii e tappare bene. Agitare e lasciare fermentare in luogo fresco per almeno una settimana.
Una considerazione: l’aglio durante la fermentazione può cambiare colore e tendere all’azzurro, questo non compromette la qualità del pique, è solo un effetto chimico.


MOFONGO
Il Mofongo è una preparazione davvero gustosa che si presta a diverse declinazioni, quella di platano è la mia preferita. Un’altra versione tipica è quella con la yuca (specie  di patata locale).

Ingredienti (per 2-3 persone)
2-3 platani
olio di semi
sale q. b.
2/3 spicchi d’aglio
1 manciata di gamberi sgusciati
2 cucchiai di pomodoro

Procedimento
Tagliare il platano a tronchetti di circa 2-3 cm di lunghezza e metterli a bagno in acqua fredda e sale grosso per un'ora circa. Scaldare l'olio di semi in una tegame non tanto grande ma alto.
Scolare il platano e asciugarlo bene (molto importante), poi buttarlo poco alla volta nell'olio bollente e farlo friggere per 2-3 minuti (non deve diventare troppo scuro).
Togliere il platano dal fuoco e metterlo in un pestello con uno spicchio di aglio e un goccio di olio di semi o di oliva. Per questa operazione si consiglia di pestare 3-4 pezzi di platano per volta con uno spicchio di aglio. Pestare il platano fino a che non diventa una poltiglia. Poi rivestire con il platano alcune formine di alluminio (da budino). All'interno delle formine mettere i gamberi sgusciati, preventivamente cotti con aglio, olio e un po' pomodoro.
Chiudere le formine con uno strato di platano pestato (che funge da coperchio), ribaltare la formina su un piatto: ecco pronto il mofongo.
Uno o due mofongo per persona sono più che sufficienti perché è molto consistente.
Alcune precisazioni: per il Mofongo serve il platano verde, ossia una specie di banano molto grande di color verde scuro e che va sempre consumato cotto. Attenzione mentre spellate il platano perche' macchia mani e vestiti. Infine, il mofongo cosi' come i tostones vanno sempre serviti caldi, al limite tiepidi, perchè una volta raffreddati perdono in sapore e consistenza, diventando pastosi.

TOSTONES
Sono simili alle patatine fritte, quelle tonde, ma molto più consistenti e saporite perché a base di platano. Accompagnano i piatti base di carne ma sono stuzzicanti anche da soli.

Ingredienti (per 4 persone)
2 platani
8 cucchiai d'olio di semi
sale q.b.
1 batticarne

Procedimento
Sbucciare i platani e tagliarli a rondelle di circa 1 cm di spessore. Scaldare l'olio in una grande padella antiaderente. Soffriggere le rondelle da entrambi i lati per 4 minuti circa (finchè si colorano leggermente). Scolare le rondelle e asciugare l'olio in eccesso con della carta da cucina. Con il batticarne schiacciare le rondelle già cotte e passarle di nuovo per 2 o 3 minuti nell'olio caldo. Scolare le chips così ottenute, salarle e servire calde.

BACALAITOS
Sono delle focaccine molto sottili e croccanti a base di baccalà, che a Puerto Rico si usa in infinite declinazioni. Sono una vera squisitezza e accompagnano ogni momento della giornata, per un pranzo, una cena o uno snack.

Ingredienti (per una dozzina)
12 once di filetti di baccalà ammollato in acqua dal giorno precedente
½ tazza di farina
1 cucchiaio di lievito in polvere
1 cucchiaino di ‘adobo’ (preparato con glutammato monosodico)
2 cucchiaini di coriandolo tritato
olio vegetale

Preparazione
Pulire bene il baccalà. Versare in un recipiente la farina, il lievito, l’adobo e il coriandolo e aggiungere 3 tazze d’acqua. Mescolare bene finché si forma un composto uniforme, senza grumi. In un tegame grande e già caldo versare l’olio e cominciare a friggere il composto in modo da formare delle focacce larghe e piatte. Friggerle per almeno 10 minuti e voltarle qua e là finchè dorano. Togliere i bacalaitos dall’olio e lasciarli asciugare in carta assorbente.
I bacalaitos sono l’apogeo della frituras puertoricana, il massimo dell’espressione criolla a tavola. Provare per credere!


COQUITO
E’ una specie di Bailey a base di ron, una deliziosa crema leggermente alcolica, raffinata e sensuale.

Ingredienti
1litro rum (possibilmente Don Q oro o anejo) 
1 tubetto di latte condensato 
2 barattoli di crema di cocco
6 uova (solo rossi)
1 dl latte
1 pizzico di cannella
facoltativo chiodi di garofano

Preparazione
E’ semplicissimo. Versare tutto nel frullatore fino a quando sarà ben amalgamato. Imbottigliare e lasciare in frigo per qualche ora, è ottimo anche nei giorni successivi e resiste a lungo, se non lo si finisce tutto d’un fiato. Come si dice a Puerto Rico … hiendete!


Un consiglio: se decidete di visitare San Juan, capitale di Puerto Rico, il miglior ristorante della città è al primo piano dell’Hotel Condado, in pieno centro. Si chiama Pikayo ed è reso celebre dal talento dello Chef Por Wilo Benet che sposa sapientemente la fantasia criolla alla raffinatezza estetica.

giovedì 27 febbraio 2014

EL PARAISO EN TIERRA


Culebra, l’sola che non c’è … forse!



Sono ormai pochi gli angoli di mondo sopravissuti alla barbarie della colonizzazione turistica. Soprattutto frugando tra le Isole delle Antille, contaminate dall’artificialità della mondanità e del lusso, è difficile ritrovare la bellezza semplice della verginità. Eppure è ancora possibile.
Svelare il nome dell’Isola che mi ha innamorato per la sua disarmante esuberanza, nuda di artifici e ancora sufficientemente refrattaria alla conquista, mi turba un po’. Ne sono gelosa, provo un senso di pudore e vorrei proteggere anziché esibire agli appetiti dei turisti d’assalto questa piccola perla del Caribe. Tuttavia mi è irresistibile il desiderio di raccontarla con velata discrezione, come fosse un languido sogno da interpretare, o un’invenzione inafferrabile della mia fantasia.
Il nome di quest’isola grande appena sette miglia (isola che forse non c’è) è Culebra, una porzione di terra silente e selvaggia lambita dalle acque turbolente del Caribe, in fronte a S.Thomas e Virgin Gorda. La si può raggiungere da Puerto Rico in due modi: con il traghetto da Fajardo in un’ora scarsa di navigazione, oppure in aereo in una ventina di minuti, su charter Highlander che offrono una panoramica privilegiata Cayo Luis Peña, su Vieques (altro gioiello naturale fino a poco tempo fa occupata dall’esercito americano per le esercitazioni militari) e sui cayos corallini disseminati nel blu. Vista così, dal cielo, Culebra pare davvero un miraggio, un’emersione terrestre dal profondo cristallino, e dalle poche case presenti si può intuire quanto l’isola sia ancora intatta e fedele alla natura.
Con Puerto Rico condivide le radici indigene e la recente colonizzazione americana, il suo nome racconta infatti il suo passato poiché deriva da San Ildefonso de la Culebra, che era il titolo nobiliare del Ministro di Ultramar, pueblo dell’isola, tra il 1876 e il 1886. Oggi quest’isola conta circa due mila abitanti stabili ed è meta di villeggiatura per gli Americani desiderosi di fuggire per un po’ dal frastuono della civiltà. Molti hanno case proprie qui, anche perché l’ospitalità di hotel, B&B e posadas è fortunatamente limitata rispetto ad altre isole delle Antille, pur non mancando. Il modo migliore per vivere l’isola è affittare una casa e le possibilità sono molte, godendo così dell’indipendenza e della libertà di spazi e tempi del dolce far niente. La bellezza di Culebra sta anche in questo: nel suo desiderio di restare fedele a se stessa senza ostentare lusso e mondanità, con le sue case in legno dipinte in colori pastello, i piccoli negozi di souvenir, i mini market in “città” necessari alle esigenze quotidiane, i pochi bar dove godersi un roncito la sera … e poi le strade tortuose oggi asfaltate ma puntualmente correlate dalle carretere sterrate che s’inerpicano fin sulle colline e poi giù verso le spiagge.
Le spiagge … ecco il sortilegio che scatena l’innamoramento definitivo per Culebra! Sopraggiungere dalla carretera soffocata da mangrovie e fare i primi passi sulla sabbia bianca di Playa Flamenco è un’emozione che leva il respiro. Questa è la spiaggia più famosa di Culebra per la sua morbida bellezza, caratterizzata da un vecchio carro armato americano che, come una balena piaggiata, sembra paradossalmente fuori luogo qui ma nello stesso tempo appartiene al paesaggio, sorprendendo il turchese del mare e il candore della sabbia col suo groviglio di memorie arrugginite. Ma la cosa più straordinaria di questa lunga spiaggia è la dispersione di gente, perché anche nei giorni di festa e di massima frequenza la concentrazione di persone è sempre minima, tanto da lasciare a ognuno la propria intima solitudine. Qua e là, ogni tanto, il vento porta con sé i ritmi di un reggaethon o di un merengue, sgusciati fuori da qualche radio dei puertoricani che qui vengono a crogiolarsi al sole senza rinunciare ai ritmi criolli. Ma per lo più è la voce del mare a vincere, talvolta increspato ma spesso amabile e invitante col suo quieto tepore.
Altre spiagge imperdibili di Culebra sono quelle di Carlos Rosario, raggiungibile a piedi da Playa Flamenco, e quella di Tamarindo, poco prima. C’è poi la Playa del ultimo dìa (questo è il suo soprannome), una piccola lingua di sabbia dalla parte opposta dell’isola, dove si racconta che un importante avventuriero (di cui non si dà il nome) venisse puntualmente a fare l’ultimo bagno prima di ripartire per l’Europa, rito sacrale in virtù del prossimo ritorno. Da qui i tramonti sono struggenti e non è raro riuscire a sentire, nella solitudine dei propri pensieri, il suono acuto del cocquì. Sembrerebbe il canto insistente di un uccello tropicale, in realtà si tratta del verso di un sapito – un ranocchio piccolissimo – talmente diffuso ma al contempo invisibile per le sue minime dimensioni da essere diventato il simbolo di Culebra. Oltre al cocquì, pochi altri animali abitano l’isola: iguane, serpenti, galli e galline ovunque, cervi che nuotano persino da un cayo all’altro in cerca di cibo, e poi pellicani, fregate, boogies e colibrì. Il resto della fauna locale appartiene alle profonde acque dell’Atlantico e alla barriera corallina.
Se Culebra con le sue spiagge scioglie il cuore, Culebrita sconvolge l’anima, come fosse davvero il paradiso in terra. E’ un’isoletta raggiungibile in pochi minuti di barca veloce ed è nota per il suo faro in pietra e mattoni, costruito sulla sommità della collina nel 1874, per monitorare le navigazioni da e verso S. Thomas e le Isole Vergini. Scendendo dal faro si attraversa una fitta foresta di mangrovie, punteggiata qua e là da enormi cactus che infondono al paesaggio un’atmosfera vagamente dantesca. Ma una volta espugnata la foresta, ecco che dalle mangrovie si sbuca su una delle spiagge più belle che io abbia mai visto in vita mia. La chiamano Playa Kennedy per essere stata meta privilegiata del Presidente, eppure sembra essere quanto mai lontana da ogni definizione e più vicina al romanzo di Defoe, Robinson Crusoe, per la sua selvaggia natura. Giunta qui, ho avuto la sensazione di essere l’ultimo, o il primo, essere umano sulla terra, e tutt’a un tratto mi è tornato alla mente un altro romanzo della mia vita: Dissipatio Humani Generis, di Morselli. Sì, il dramma di scoprire d’essere sola al mondo capovolto in estasi! L’esaltazione di sentirmi ricca senza niente nella pienezza del silenzio, il desiderio di fermare il tempo in quest’eternità di solitudine, la preghiera che nessuno osi interferire in questo dialogo estatico tra me e l’universo. Annullarmi nell’acqua tiepida, abbandonarmi alla brezza sotto lo sguardo di soffici nuvole che corrono veloci per non farsi catturare dal mio sguardo che gioca a dar loro nomi e forme … dimenticare chi sono e ritrovare me stessa. Qui, nella semplicità del nulla.
Sopraffatta da quest’emozione che si ripercuote in me anche ora, raccontandola, ho capito d’aver lasciato a Culebrita un pezzetto del mio cuore. O forse, in verità, è Culebrita ad essere entrata tutta nel mio cuore. E così, languidamente, conserverò per sempre il suo dolce ricordo come fosse un dono divino, un dono d’amore, fino al mio prossimo ritorno in questo insperato paradiso.