martedì 4 settembre 2012

La vita inaspettata



Una mattina, come ogni mattina, un uomo esce di casa e porta a passeggio il suo cane. Sceglie il percorso più breve per raggiungere il parco, perché il cielo minaccia pioggia. Attraversa la strada e cammina svelto sotto una grondaia, proprio mentre una grossa tegola pericolante sta per cadere. La tegola precipita e colpisce direttamente la testa dell’uomo che s’accascia a terra privo di vita, abbandonando per sempre ogni suo sogno insieme al povero cane afflitto.
Che cos’è successo? Potremmo semplicemente dire che si è trattato di una morte accidentale. Tuttavia, in questi casi, la serie di coincidenze sfortunate ripercorsa a posteriori ci porta a pensare che s’è trattato di un destino crudele, di un fato amaro, di chissà quale inafferrabile volontà. Se solo l’uomo non fosse uscito quella mattina, se solo avesse percorso un’altra strada, se ci fosse stato il sole, se il cane l’avesse attirato verso un prato, si fosse messo a inseguire un gatto e così via … Quante altre sorti differenti sarebbero potute capitare al pover’uomo. Invece no: quello era il suo destino, evidentemente!
Quello di trovare a tutti i costi un senso, un segno, una direzione nei fatti è uno schema di ragionamento tipicamente umano, perché non è sopportabile per un essere intelligente come noi dover ammettere di trovarsi di fronte ad eventi inspiegabili, oltretutto se concatenati tra loro verso un epilogo così drastico. Da qui, arrivare a pensare che dietro tutti gli avvenimenti apparentemente effimeri ci sia una regia, un piano misterioso, un disegno inafferrabile e inevitabile, il percorso è breve. Breve e pericoloso.
Il libro di Telmo Pievani, La vita inaspettata, edito da Raffaello Cortina Editore, spiega come  i fatti, così come tutta la storia, non abbiano una direzione, e la ‘casualità’ sia in realtà ‘contingenza’, ovvero concatenazione di possibilità, non di necessità. In altre parole, l’interferenza non necessaria tra due dinamiche di fatti, indipendenti tra loro e con una logica intrinseca, rende alla fine possibile un esito, che non è tuttavia frutto di un progetto ma di un fortuito intreccio di dettagli, i quali avrebbero potuto portare altrove.
Il problema è che, quando due catene di fatti indipendenti s’incrociano, possono provocare l’improbabile, l’inatteso, a volte talmente straniante e beffardo da indurci a pensare ad una mano invisibile che dirige il gioco. Come fosse il copione di un film con un finale già assegnato in cui noi, esseri viventi, siamo solo inconsapevoli comparse.
Per arrivare a dimostrare che così non è, Pievani parte da molto lontano. Esattamente dalla Preistoria. Ripercorre alcune tappe dell’affascinante cammino dell’evoluzione umana a partire dai più semplici batteri unicellulari fino ad arrivare all’uomo tecnologico di oggi, immaginando quello che sarà domani. In sottofondo, la voce di Charles Darwin sussurra tra le pagine, dando la sensazione di sfogliare un libro dentro il libro: le sue lettere, i suoi appunti, le sue riflessioni sempre precise e oneste, trapelano in un costante dialogo tra stupore e logica, tra emozione e razionalità, mescolandosi alle parole altrettanto appassionate di Pievani. Dalla lettura dei taccuini di Darwin, emerge un uomo di scienza e di passione, un rivoluzionario culturale e filosofico, oltre che scientifico, nient’affatto ambizioso di fama e gloria ma semplicemente di chiarezza. Egli, infatti, tenne le sue annotazioni segrete per vent’anni, proprio perché sapeva avrebbero fatto vacillare le presunzioni umane insieme alla vanagloriosa illusione d’essere sovrani sulla Natura e frutto indiscusso dell’eccezionale vittoria del più forte e intelligente sul più debole e incapace. Niente di più ridicolo: un verme policheto come la Pikaia avrebbe potuto avere la meglio sull’Homo Sapiens in altre circostanze e, oggi, la Terra potrebbe essere popolata da rettili piumati e pesci con le dita, anziché da esseri tecnologici e computerizzati. I risvolti culturali innescati dal darwinismo sono vertiginosamente vivi e pulsano come un vulcano sornione sempre pronto ad eruttare. Per questo, ancora oggi, Darwin è un boccone duro da digerire al di fuori dell’ambiente scientifico e mantiene accesa, dopo tanti anni, un’accattivante sfida culturale che ha inevitabilmente scomodato anche teologia ed etica, sfida di cui Pievani si fa portavoce, provocando qua e là, benevolmente ma con puntiglio, La Vita autentica del suo collega e contraltare Vito Mancuso.
In poco più di duecento pagine, Pievani manda in frantumi l’allucinazione di eccezionalità indiscussa dell’Essere Umano, facendo cadere come un castello di carte l’idea di ‘anello mancante’, di unicità della specie, di ineluttabilità della storia e dell’evoluzione. In verità, comparando tutti gli studi e i reperti finora a disposizione, pare non ci sia stato alcunché di ineluttabile e lineare nel corso dell’evoluzione. La Storia non è una palla da biliardo diretta in buca e la Vita è stata sempre una corsa con una infinità di atleti, nemmeno tutti rintracciabili ma di certo spesso sovrapposti e mescolati tra loro, così diversi e così uguali. Una corsa non regolare e progressiva ma a zigzag e sempre imprevedibile fino alla svolta successiva, le cui regole sono state dettate dalle contingenze ambientali di un ecosistema in costante trasformazione, dalle oscillazioni climatiche e dalle circostanze ecologiche che, più volte nel corso dell’evoluzione, hanno infilato gli esseri viventi in quello che gli esperti chiamano il ‘collo di bottiglia’ evoluzionistico. Gli Esseri Umani attuali discenderebbero, perciò, da quelle poche creature sopravvissute agli eventi fluttuanti e ramificati di un Grande Passato che avrebbe potuto svolgersi in maniere completamente differenti. 
In altre parole, per tornare alla metafora dell’uomo con il cane, nel corso dell’evoluzione di tegole pericolanti ce ne sono state a bizzeffe e ne son piovute infinite volte, decretando la condanna di alcuni e la grande occasione di altri. Tuttavia, non sempre le tegole hanno colpito i più deboli a vantaggio dei più forti, e non sempre la sopravvivenza è stata frutto di competizione e lotta ma anche di collaborazione e contingenza, appunto.
Gli scenari possibili della storia dell’evoluzione sono infiniti, dunque, un po’ come nel film Sliding Doors, in cui le scelte della protagonista danno vita a svolgimenti diversi: ogni narrazione ha una consequenzialità, il cui senso sarà afferrabile solo a posteriori, consequenzialità che si ramifica in mille rivoli e meandri a partire da una minuscola, insignificante biforcazione, il cui esito dipende a sua volta da un ventaglio di dettagli imponderabili.
In conclusione - senza tuttavia giungere a una vera conclusione perché si sta parlando di un fiume che scorre nuotandoci dentro - il castello di carte di un’evoluzione lineare e progettuale crolla sotto un alito di vento. L’assenza di un fine e la non unicità della specie sono gli ingredienti non ancora metabolizzati della rivoluzione darwiniana che spingono talora a preferire teorie rivisitate e più comode del darwinismo, se non rifiutarlo del tutto. In ogni caso, nella sfida tra cruda necessità e finalità intenzionale, tra scienza e fede, tra realtà e trascendenza, l’onere della prova spetta a chi pone le ipotesi, lasciando ognuno libero in cuor suo di credere, illudersi, sperare ma soprattutto cercare di capire, senza innamorarsi di falsi profeti. E poiché, come diceva Primo Levi, è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene averli in sospetto tutti, rinunciando alle verità rivelate anche se esaltanti, e preferendo invece piccole verità, modeste ma conquistate faticosamente e senza scorciatoie, tramite il ragionamento e la discussione. Solo così, forse, potremo capire che essere sganciati da un disegno invisibile ci rende liberi e responsabili in questo frammento di spazio e tempo che ci è concesso di vivere. E visto che siamo protagonisti inattesi e temporanei in un universo tra tanti, cogliamo la straordinaria occasione di meritarci questo piccolo spazio cosmico, rendendo davvero autentica la nostra vita! Ricordiamo a noi stessi che siamo a volte portati a far guerre e combatterci l’un l’altro, è vero, ma che siamo anche in grado di curare e salvare vite, comporre sinfonie e opere d’arte, scrivere leggi e poemi, esplorare lo Spazio, il cervello e l’inconscio ...  Allora, se saremo abbastanza saggi, cresceremo forti come la ginestra di Leopardi che spunta, nonostante tutto, nel deserto dell’amoralità e spande sulle ceneri laviche il suo profumo delizioso di contagiosa vitalità.
Il dialogo tra tutte le discipline culturali è probabilmente la vera chiave di lettura del presente di un uomo che s’è svegliato da illusioni millenarie e che prende finalmente atto d’essere uno zingaro ai margini dell’Universo in cui deve vivere. In questo immenso panorama umano, la contingenza, come conclude Pievani, non esclude l’etica, anzi la implica perché rende responsabile ognuno di noi di ogni piccola, grande azione, in ogni istante. Parimenti, la contingenza non impedisce di vivere per qualcosa di più grande di sé, perché qualcosa di immensamente grande c’è ed è il Futuro.
Se entrassimo in una immaginaria sala di proiezione e facessimo scorrere di nuovo la pellicola della Storia, probabilmente non assisteremmo allo stesso film con lo stesso finale, anche se non è possibile verificare ciò. Ma quel che è certo è che il film del Futuro è ancora tutto da girare, tutto da inventare e, per quanto ci è umanamente concesso, è completamente nelle nostre mani, visto che nessuna ‘necessità’ ce lo potrà mai rubare.
Arrivare all’ultima riga del libro di Telmo Pievani equivale a rincasare dopo aver fatto un giro sulle montagne russe della Vita: la nostra casa non ci pare più la stessa. Il panorama dipinto tra le pagine mozza il fiato e l’ondeggiare tra paleontologia e biologia, antropologia ed etica, psicologia e neuroscienze, tra scienza e teologia … tra Pikaia, Uomo e Dio, dà una sensazione d’immensità e di precarietà mescolate insieme.
Rincasiamo, dunque, con una gran voglia di cercare risposte e di non smettere mai d’essere curiosi, pieni di voglia di vivere e di uscire di casa ogni mattina col sorriso anche se piove, con il nostro cane al guinzaglio (e guarda caso non viceversa!), felici di passeggiare per questo spettacolare e imprevedibile Mondo che, con i suoi tanti silenzi, ci lascia benevolmente liberi.
Liberi e responsabili di passare il testimone della Conoscenza ai nostri figli, perché possano crescere consapevoli d’essere davvero artefici del proprio Futuro.

Materia e Psiche




Pensate a due giovani uomini.
Il primo è un viennese, dalla mente brillante, appassionato di scienza e matematica. In seguito al suicidio della madre, cui era profondamente legato, e al successivo matrimonio del padre con una cantante di night club, cade preda dell’alcolismo e di una vita viziosa e sregolata. Umorale, irascibile e incline alla rissa, il giovane si chiude lentamente nella solitudine e in un pericoloso cortocircuito depressivo, da cui infine emergerà grazie alla sua forza di volontà e alle straordinarie doti intellettuali che lo condurranno a coronare con successo gli studi di meccanica quantistica. Il secondo è uno svizzero, figlio di un reverendo protestante e di una madre psicologicamente instabile, che sarà ricoverata in ospedale abbandonando precocemente il bambino a un’infanzia costellata di profonde inquietudini e di serie difficoltà a socializzare con i coetanei. Allevato in un’atmosfera austera, fortemente impregnata di spiritualità e misticismo, il giovane uomo dall’indole introspettiva, coltiverà una straordinaria sensibilità e imparerà presto a sfruttare la sua energia empatica per farne l’anima della sua professione.
Questi due personaggi sono rispettivamente Wolfagang Pauli - uno dei fisici più creativi del Novecento, premio Nobel nel ’45 - e Carl Gustav Jung - lo psicologo che insieme a Sigmund Freud contribuì all’esplorazione dell’inconscio e all’affermazione della psicoanalisi. I due uomini respirano l’atmosfera di un ambiente sociale e politico che, agli inizi del secolo scorso, gode di un fermento culturale e scientifico eccezionale e i loro cammini esistenziali, seppur provenienti da radici diverse, si sono incrociati e contaminati anche a seguito delle sofferte vicende famigliari ma, soprattutto, in virtù dell’acceso fervore intellettuale caratteristico di entrambi.
Nel 1930, Pauli si decide a consultare Jung, per cercare di risolvere le turbe psicologiche che minano sempre più la sua vita relazionale. Nella tipologia junghiana, Pauli appare come un soggetto estremamente interessante, che ha talmente represso la propria capacità di provare sentimenti e affetti da non riuscire più a riconoscerli come tali, percependo gli altri esclusivamente come nemici da combattere e allontanare. Jung resta affascinato dallo scienziato e trova in lui così tanto materiale arcaico che, consapevole del proprio smisurato trasporto empatico, preferisce affidare il paziente per alcuni mesi ad una collega, Erna Rosenbaum, con il compito di annotare in maniera puntuale e neutrale i numerosissimi sogni dell’uomo, centinaia di sogni che Jung esaminerà minuziosamente solo in un secondo tempo, per un’osservazione aliena di pregiudizi.
Quindi, Pauli entra direttamente in analisi con Jung solo nel 1932 e ne esce con un ritrovato e definitivo equilibrio psicologico, tanto che potrà anche sposarsi felicemente, pur non rinunciando mai alle illusorie consolazioni dell’alcol. Dal canto suo, anche Jung raccoglie notevoli benefici dal rapporto con Pauli, confermando come la relazione tra analista e paziente sia sempre una culla di reciproco contagio, o meglio, di una coinfettazione capace di generare un individuo nuovo in entrambe i soggetti della coppia terapeutica.
Da questo sodalizio intellettuale e umano, protrattosi dal 1932 al 1958, testimoniato anche da un fitto carteggio, è nato un libro scritto a due mani, dal titolo Naturklaerung und Psyche, animato dal comune interesse dei due studiosi di far dialogare scienze della natura e scienze dell’uomo, cogliendo i nessi straordinari che mettono in relazione le componenti visibili con quelle invisibili dell’Universo.
Tuttavia, la contaminazione mentale tra i due si è riverberata oltre i confini terapeutici e umani, influenzando sia i successivi metodi di analisi della realtà, sia l’interpretazione degli oggetti stessi di analisi, stimolando speculazioni filosofiche e provocazioni scientifiche tuttora vive. Da un lato, s’impone allo sguardo la materia, oggetto di studio della fisica quantistica di Pauli; dall’altro, bussa all’attenzione la psiche, oggetto della psicanalisi di Jung. Due Universi solo apparentemente separati, in realtà due facce di una stessa superficie traslucida, animata da un costante dialogo a doppio senso, il cui confine mobile si traduce in un magnifico ponte che unisce Spazio e Tempo e che, anziché disgiungere le due dimensioni, ne suggerisce di nuove. I concetti junghiani di archetipo, alchimia, simbolo, inconscio collettivo e sincronicità, apparentemente astratti, diventano per Pauli terreno fertile dove maturare le intuizioni sui quanti e sul principio di esclusione, la teoria che gli è valso il Nobel nel ‘45.
Diversi libri sono stati scritti finora circa il rapporto intellettuale tra Pauli e Jung ma il più recente e, a mio parere, ricco di nuove riflessioni, è uscito da qualche settimana, edito da Raffaello Cortina Editore e s’intitola “Pauli e Jung, un confronto su materia e psiche”, di Silvano Tagliagambe e Angelo Malinconico.
E’ affascinante rileggere il concetto junghiano di sincronicità nella versione quantistica di Pauli. Parlare di sincronicità è talmente complicato che non si sa da che parte cominciare – ha scritto Jung. Sinteticamente, si tratta di un principio per cui un certo evento psichico trova un parallelo in qualche evento esterno non psichico, pur non esistendo tra i due fatti alcun nesso causale ma solo, si fa per dire, un parallelismo di significato. Queste coincidenze temporali sono più frequenti di quanto immaginiamo ma sfuggono alla nostra razionalità, che vorrebbe dare ad ogni fatto una spiegazione logica di causa - effetto. Tuttavia, Pauli è riuscito a traslare questo concetto apparentemente astratto e dal sapore magico in qualche cosa di perfettamente dimostrabile, tramite la fisica quantistica e il suo principio di esclusione, appunto.
Questo principio, formulato nel 1925, sostiene che due elettroni non possono trovarsi in un medesimo stato di moto: due elettroni non possono, cioè, condividere la stessa distanza dal nucleo, il momento angolare, l’orientamento spaziale dell’orbita e lo spin. Semplificando molto, succede che se al nucleo si aggiungono altri elettroni, secondo il principio di esclusione essi occuperanno stati unici e successivi, riempiendo uno dopo l’altro i vari gusci elettronici, andando a formare così altri atomi. Anche se non è connessa da alcuna forza fisica, ogni particella appartenente ad uno spazio fisico si comporta in modo coordinato e sincronizzato con le altre particelle, manifestando correlazioni pur in assenza di qualsiasi forza dinamica che ne sia responsabile e le spieghi. E’ come se le particelle fiutassero la presenza delle altre e si comportassero di conseguenza. Questo dimostra scientificamente come nulla sia casuale ma che tutto attorno a noi sia sempre significativamente connesso, anche se da fili invisibili. E questa è l’analogia con la sincronicità di Jung: si tratta di un concetto psicologico estremamente concreto ma sprovvisto di un linguaggio fenomenico adeguato per essere spiegato, perché ha a che fare con un simbolismo sfuggente, intuibile più facilmente attraverso la grammatica della fisica.
In quest’orizzonte concettuale, non solo emerge la possibilità di eliminare l’incommensurabilità tra osservatore e osservato, ma è anche possibile percepire gli elementi della realtà e le loro relazioni, insieme, contemporaneamente, in modo continuo, come manifestazione di un globale presentarsi di coincidenze significative. Dà le vertigini ‘sentire’ che oltre alle categorie di Spazio, Tempo e Causalità, emerge una dimensione nuova, inafferrabile dalla ragione pura, che concepisce la realtà, da un lato come qualche cosa che esiste da sempre, e dall’altro come la somma degli atti individuali quotidiani.
Mi rendo conto che affrontare argomenti di questa portata può disorientare, perché l’esperienza che la mente fa quando non è in grado di contenere quello che incontra può portare alla follia, o considerare folli chi ne parla. La fatica che si fa nel cercare di vedere oltre il pensabile è qualche cosa che scaraventa fuori dalla realtà stessa, è raggelante eppure affascinante, significa accettare che il nostro pensiero è incapace di abbracciare ciò che sta cercando di raggiungere. Accogliere questa difficoltà, però, è l’unico modo per emozionarsi e forse anche per confortarsi all’idea che una vera separazione tra pensiero e realtà non esiste e che v’è davvero dell’ineffabile oltre la nostra esperienza sensoriale.
Per questo, leggere “Pauli e Jung” mi ha aiutato. Ho sentito molta concretezza in queste pagine, per questo motivo ne consiglio la lettura a chiunque avesse il desiderio di aprire gli occhi su orizzonti forse ancora nebulosi e vaghi. I lettori pratici del pensiero junghiano vi troveranno affascinanti conferme al geniale intuito dello psicanalista, mentre chi fosse a digiuno di psicanalisi avrà la possibilità di aprire gli occhi su un universo infinitamente più vasto e luminoso, rispetto a quello in cui siamo apparentemente confinati. Forse non è nuovo tutto ciò ma è nuovo il linguaggio con cui se ne parla, mescolando scienza, psicologia e filosofia. Già Hegel aveva parlato in maniera metaforica di una natura anfibia dell’uomo, per intendere la duplicità intrinseca che lo caratterizza: da un lato un uomo prigioniero della realtà concreta e della temporalità, dall’altro un uomo che si eleva a pensieri astratti di libertà e di eternità. Questo continuo pendolarismo tra senso dell’effettualità e senso della possibilità, è quanto mai attuale e il pensiero hegeliano sembra persino predire la dilagante realtà virtuale di oggi. Ecco che di fronte a quest’ambivalenza esistenziale, Pauli e Jung, insieme, sembrano aver trovato un’ulteriore chiave intellettuale attraverso cui interpretare la realtà non come qualcosa di compiuto e definito, bensì come un processo in costante divenire, che comprende un altrove e un altrimenti di cui tutti noi siamo inconsapevolmente artefici e contemporaneamente pensatori e oggetto di pensiero.

Alla luce di queste considerazioni, mi sorge spontaneo un ultimo pensiero. Di certo, non era casuale il gioco fantastico che il piccolo Jung era solito fare nel giardino di casa, all’età di otto anni, quando evidentemente era già alla ricerca del suo secondo Sè: seduto su una pietra, quel bambino si chiedeva se egli fosse Carl Gustav Jung o la pietra: “La risposta era tutt’altro che chiara e brancolavo nel buio, buio che però stranamente mi affascinava …”
Da ‘grande’, il dottor Carl Gustav Jung, dopo essere uscito da quel buio, scriverà: “Passerà ancora molto tempo prima che la fisiologia del cervello da un lato e la psicologia dell’inconscio dall’altro possano darsi la mano. Anche se alla nostra conoscenza attuale non è concesso di trovare quei ponti che uniscono le due sponde, esiste tuttavia la sicura certezza della loro presenza. La natura non esisterebbe senza sostanza, ma non esisterebbe neppure se non fosse riflessa nella psiche.”

Vegetariani si nasce o si diventa?



Che i vegetariani abbiano atteggiamenti diversi rispetto ai carnivori e siano più sensibili verso gli animali, mi sembra possibile.
Una notizia recente trasforma, tuttavia, questa semplice ipotesi-verità in una specie di scoop scientifico. Un esperimento neurologico condotto al San Raffaele di Milano, in collaborazione con le Università di Ginevra e Maastricht, avrebbe dimostrato che i carnivori sono meno empatici rispetto ai vegetariani, perché alcune aree del cervello sono attivate in maniera differente. Sono stati sottoposti a risonanza magnetica funzionale, venti onnivori, diciannove vegetariani e ventuno vegani, ai quali sono state mostrate immagini di esseri animali e umani sofferenti. I ricercatori avrebbero rilevato che "rispetto a soggetti onnivori, i vegetariani e i vegani presentano una maggiore attivazione di aree del lobo frontale del cervello associate allo sviluppo e alla percezione di sentimenti empatici." Non solo. La ricerca avrebbe anche rivelato che "i vegetariani presentano una maggiore attivazione del cingolo anteriore (cioè, hanno una maggiore attenzione verso gli stimoli e un maggior controllo delle emozioni), mentre i vegani attivano maggiormente il giro frontale inferiore, (l’area cerebrale che inibisce le stimolazioni cognitive ed emotive ma anche la condivisione delle emozioni).
Ora che ho scoperto di avere un magnifico giro frontale particolarmente sensibile agli altri – umani e non - mi sorgono spontanei alcuni interrogativi: il cervello di noi vegetariani funziona così in conseguenza della dieta vegetariana, oppure è la struttura del cervello a indurci verso questo tipo di alimentazione? Insomma, i famosi neuroni specchio responsabili dell’empatia sono causa o conseguenza dell’alimentazione? E ancora: c’è qualche relazione più profonda tra struttura biologica e scelta alimentare?
La domanda non è peregrina. Infatti, molti studiosi sostengono che la preferenza per una dieta carnivora, vegetariana o vegana non dipenda tanto da principi o simpatie, bensì da una base biologica non modificabile (come invece è il cervello) riconducibile al gruppo sanguigno che, a sua volta, è legato alla storia dell’evoluzione. Il primo a parlare di ‘teoria del gruppo sanguigno’ fu un naturopata, Peter D’Adamo, negli anni ‘90, in un libro titolato “Eat right for your type”. Secondo D’Adamo, ognuno avrebbe un organismo più adatto a digerire e metabolizzare nutrienti diversi, quindi tutti seguiremmo istintivamente una dieta coerente al gruppo sanguigno. Le persone con gruppo O storicamente discendono dai cacciatori, quindi per sentirsi in forze hanno bisogno di assimilare proteine animali, che forniscono loro il carburante necessario. Le persone con gruppo A (A come Agricoltura) discendono dai primi antenati sedentari, gli agricoltori. Hanno un metabolismo lento e per questo mal digeriscono la carne, il latte e tutto ciò che è ricco di grassi saturi, che rubano energie, appesantiscono e causano difficoltà di concentrazione. E’ naturale, quindi, che la loro dieta prediletta sia quella vegetariana. Le persone con gruppo B discendono invece dai nomadi, gli abitanti della steppa. Hanno un apparato digerente molto forte, che tollera bene sia latticini sia i vegetali ma anche la carne, eccetto quella di pollo. Infine, le persone con gruppo AB discendono dai caucasici e dai mongoli. Queste persone sono le più elastiche nella scelta alimentare e tollerano normalmente un'alimentazione onnivora, risultato di un’armoniosa alleanza tra i gruppi  A e B.
Tra tante suggestive teorie, alcune dal sapore vagamente lombrosiano, mi sembra che in fine emerga una sola indiscutibile verità: ognuno di noi è ‘unico’, con il suo cervello e il suo gruppo sanguigno. Se il secondo è un destino, il primo è una straordinaria opportunità perfettibile, attraverso la cultura, l’allenamento ma anche attraverso una sana alimentazione che nel corso di tutta un vita varia e si modifica, proprio come il cervello. Quindi, ognuno può trovare, senza forzature né esasperazioni, l’equilibrio alimentare che lo faccia stare bene nel corpo, nel cuore e nella mente, possibilmente in armonioso rispetto degli altri, animali compresi. Questa piccola grande verità non farà mai sentire un carnivoro colpevole d’essere un individuo crudele e insensibile, né illudere un vegetariano di poter diventare un asceta o un francescano. 
Dobbiamo comunque ammettere che l’Homo Sapiens-Sapiens è diventato onnivoro, lasciandosi alle spalle frugivori ed erbivori. Si è nutrito, cioè, allo stesso tempo di carni e di prodotti spontanei della terra per migliaia e migliaia di anni, privilegiando l’una o l’altra scelta a seconda di quello che era nella sua disponibilità del momento. La scelta di eleggere o escludere una delle soluzioni è avvenuta quindi più recentemente, in tempi cosiddetti storici, per motivi esclusivamente culturali e dalle considerazioni morali, etiche o salutistiche. Scelte, tra l’altro, avvenute, perlopiù, nella maturità delle persone. Si sa che Empedocle, Pitagora, Plutarco, Voltaire, Show, Tolstoj e Einstein sono stati dichiaratamente vegetariani ma siamo altrettanto certi che da bambini e in gioventù costoro non abbiano mangiato il corrispettivo di quelle che oggi chiamiamo una bella bistecca al sangue o una saporita cotoletta d’abbacchio? Io stessa, che sono vegetariana dall’età di quindici anni (sarà per via del mio gruppo sanguigno?), ricordo benissimo quanto amassi da bambina la cotoletta alla milanese o il fegato alla veneziana. Insomma, nessuno potrebbe legittimamente affermare che le opere, le scoperte e i comportamenti di questi illustri personaggi siano tutti dovuti esclusivamente ad intelligenze nutrite soltanto a pane, cavolfiori, mele, olive e pomodori.
Allo stesso tempo, pur accettando la teoria scientifica di una maggiore empatia verso gli animali da parte dei vegetariani rispetto ai carnivori, non ci sorprenderebbe scoprire efferate crudeltà di pensiero e d’azione in persone rigorosamente vegetariane e, al contrario, pensieri nobili ed elevati in persone fondamentalmente carnivore. Per eccesso, qualcuno afferma, per esempio, che Hitler fosse un vegetariano, mentre Gesù un onnivoro. In realtà, nessuna di queste due affermazioni è provata. Hitler fu costretto dal suo medico a modificare la sua dieta rinunciando in buona parte alla carne anche condizionato dall’uso crescente di quelle che oggi chiameremmo anfetamine; e di Gesù si sa praticamente poco o nulla in proposito, a parte la faccenda dei pesci e delle nozze di Cana.
Questa esasperata contrapposizione è molto efficace per sottolineare il fatto che l’uomo resta un ‘animale’  ancora non del tutto noto a se stesso. Siamo esseri complessi, fatti di carne, di ossa, di materiale pensante ma anche di funzioni ancora misteriose e inesprimibili. Parliamo di anima, di spirito, di conscio, di subconscio, di sconosciute empatie, di suggestioni, coincidenze e preveggenze. Forse il vero limite dell’uomo è proprio questo: il fatto che un giorno egli potrà pure scoprire la formula che spiega tutto l’Universo ma non mi stupirebbe se non sarà mai in grado di capire del tutto se stesso. Come scriveva dell’uomo, Hans Magnum Enzensberger nella sua opera “Gli elisir della scienza”, in elogio dei due teoremi di Gödel sulla incompiutezza delle teorie matematiche: “Puoi descrivere la tua lingua / nella tua propria lingua / in parte ma non completamente / Puoi analizzare il tuo cervello / col tuo stesso cervello / ma non del tutto …” 

Un rospo da sballo



Avete mai leccato un rospo? Se la risposta è sì, innanzitutto vorrei consigliarvi il nome di un buon dottore che potrebbe fare al caso vostro. Se, invece, questa morbosa curiosità non vi ha mai tentato, avete evitato non solo il rischio d’essere presi per matti ma anche certi effetti collaterali che quest’attrazione fatale può comportare.
Avere un rapporto così intimo con queste viscide creature può rivelarsi, infatti, un’esperienza letteralmente allucinante. Alcuni rospi secernono un veleno molto potente in grado di procurare alterazioni della mente simili a quelle stimolate dal LSD: illusioni ottiche, amplificazione delle sensazioni, distorsione della percezione spazio-temporale, delirante euforia. Un viaggio psichedelico, insomma, solo apparentemente piacevole che, in realtà, può rivelarsi molto pericoloso. Questi grossi rospi, originari del Sudamerica, appartengono alla specie del Bufo marinus (rospo marino), chiamato anche “rospo delle canne” e non in virtù di suoi malsani vizi ma perché prolifera volentieri nelle piantagioni di canna da zucchero.
Già nel Medioevo, in verità, si conoscevano le capacità venefiche di certi rospi ma soprattutto dal secolo scorso si è tentato di sfruttarne i benefici, scoprendone così anche i poteri allucinogeni. Si sapeva, per esempio, che questo ranocchio era ghiotto delle larve di un coleottero che, guarda caso, era il peggior nemico della radice della canna da zucchero. Negli anni trenta, si pensò quindi di utilizzare il Bufo come antiparassitario naturale, per proteggere quelle piantagioni senza dover ricorrere a nocivi fumiganti chimici. Nel 1935, l’Australia importò dalle Hawaii un centinaio di Bufi, con la speranza di debellare definitivamente le invasioni perniciose dei coleotteri. Per stimolare l’attività degli animaletti deportati, gli abitanti del Queensland crearono persino pittoreschi stagni colmi di ninfee, con l’intenzione di incoraggiare il comportamento romantico dei rospi e di moltiplicare, insieme al loro numero, anche il benessere delle colture. In effetti, ben presto gli stagni pullularono di vivaci girini che, una volta giunti a maturità, venivano puntualmente trapiantati nelle piantagioni di canna da zucchero per compiere la loro missione.
L’dea in sé era ottima, ecologicamente encomiabile. Peccato, però, che i coleotteri sapessero volare, mentre i rospi no. Così, mentre le piante di canna da zucchero continuarono ad avvizzire divorate dagli insetti, i rospi se la spassavano beatamente, acquattandosi nei prati in cerca di golosi bocconi più a portata di lingua ma, soprattutto, in cerca di femmine. Queste creature goderecce, infatti, amano prima di tutto accoppiarsi e lo fanno senza freni, dedicando sfacciate attenzioni amorose a qualsiasi cosa capiti loro sotto tiro. Pare sia persino successo che qualche ranocchio, particolarmente infervorato, abbia scambiato dei piedi umani per una coppia di prosperose rane, cercando di sfogare così l’irrefrenabile libido in una grottesca orgia. Molto più spesso, però, i colpi andavano a segno e così, in poco tempo, i rospi assatanati sempre più numerosi, divennero il flagello di gran parte dell’Australia, mentre i coleotteri furono debellati con un banale insetticida. 
Ma come ci si accorse dei poteri allucinogeni del Bufo? Con la lingua, appunto! Questi rospi, oltre a moltiplicarsi a dismisura, cominciarono a seminare morte: polli, cani e roditori morivano regolarmente dopo essere stati a contatto con i batraci. Non solo, cominciarono a capitare strani fatti: alcuni adolescenti particolarmente curiosi pensarono bene di … leccare i Bufi, chissà poi perché, ricavandone delle straordinarie sensazioni euforiche. La notizia che una semplice leccata potesse far “sballare” la mente rimbalzò come un fulmine ovunque, alimentando una crescente curiosità. Così, i poveri rospi tornarono ad essere cacciati come ai tempi delle streghe: prima bolliti, poi essiccati e infine fumati o sniffati, con tecniche sempre più raffinate, alla ricerca di un’euforia a buon mercato apparentemente innocua. Questa corsa al delirio perdurò finché un ragazzo ebbe un attacco cardiaco dopo aver inghiottito per scommessa venticinque girini. Persino un bambino di cinque anni, in preda a tremende convulsioni, fu salvato per miracolo, dopo essersi infilato in bocca un intero rospo!
Sono stati i chimici a spiegare scientificamente il mistero dei rospi psichedelici. L’evoluzione ha dotato questa specie di batrace di uno spettacolare meccanismo difensivo, per proteggerlo dall’aggressione di predatori famelici. Quando sono spaventati, i Bufi attivano delle ghiandole situate dietro gli occhi che secernono delle tossine talmente micidiali da scongiurare un eventuale attacco. Sono stati identificati almeno quindici composti nel veleno di questo rospo, ognuno dei quali è responsabile di una drammatica serie di sintomi. La bufotalina è un potente stimolante cardiaco, in grado di procurare tachicardia e addirittura l’infarto, ma veniva usata come farmaco prima ancora che si conoscesse l’estratto della digitale purpurea. Mentre la bufotenina è la sostanza responsabile degli effetti allucinogeni sulla mente, perché agisce direttamente sul sistema nervoso centrale, e la sua struttura chimica è molto simile a quella della serotonina. Anch’essa, nelle giuste proporzioni, viene impiegata nella cura di malattie molto importanti a livello neurologico. Come spesso accade in natura, anche in questo caso, un piccolo essere vivente racchiude in sé sia il bene che il male, in un meraviglioso paradosso chimico in grado sia di guarire sia di uccidere.
Per via di questo miracoloso potere, i poveri rospi sono sempre stati perseguitati e oggi non sembrano avere una sorte molto migliore rispetto al passato. Prima, ridotti in pozioni magiche; poi leccati, fumati e sniffati; poi ancora sintetizzati in pillole e iniettati in sieri. E non è finita: pensate che ogni anno, in Australia, si apre la caccia al rospo e durante il “toad day out” (il giorno della caccia al rospo delle canne), i poverini vengono catturati e soppressi senza pietà, congelati oppure soffocati in sacchi di plastica pieni d’ossido di carbonio. E tutto questo per porre riparo ad una scellerata invasione scatenata dallo stesso uomo!
E nel prossimo futuro quale sarà il destino dei rospi? Alcuni imprenditori della moda vorrebbero farne un business sottoforma di cinture, scarpe e portafogli; i venditori di souvenir già spacciano i Bufi come insostituibili portafortuna, imbalsamati naturalmente; i Cinesi stanno studiando i loro corpi congelati in vista di possibili usi nella medicina alternativa.
Insomma, saranno pure un po’ inquietanti con la loro lingua vischiosa e la pelle verrucosa ma a me questi animali sono simpatici, anche se non li leccherei mai! Solo nelle fiabe, forse, i piccoli rospi potranno continuare a vivere per sempre felici e contenti, e proprio grazie ad un bacio. Quel brutto rospo che, dopo aver baciato la principessa, si è trasformato per incantesimo in un bellissimo principe, è stato davvero fortunato. Forse, non era uno qualunque passato lì per caso ma si trattava proprio di un Bufo marinus, sfuggito a streghe, alchimisti e cacciatori, alla disperata ricerca di un po’ d’affetto.
Nessuno sa se la principessa abbia visto i fuochi d’artificio dopo quel miracoloso bacio ma di sicuro lui, il rospo, è riuscito a fare una fine davvero … stupefacente!

La suite di Satie


Ai deliziosi frutti che la Terra offre, s’ispirano poemi, sonetti, fiabe, dipinti e sculture. Le forme e i colori dei vegetali sono talmente evocativi e stravaganti da coinvolgere l’arte in ogni sua forma espressiva, tanto che è un peccato chiamare ‘natura morta’ quella interpretata dalla fantasia degli artisti. In realtà, è una specie di seconda vita quella che l’arte dona alla natura. Persino la musica, che normalmente esalta le vastità dei paesaggi e gli infiniti scenari emotivi da essi suscitati, trova talvolta le sue muse tra i bucolici frutti.
Ai tempi delle avanguardie artistiche del Novecento, Erik Satie, originale pianista francese vissuto durante la belle époque, ha composto tre suite per pianoforte dedicate a un frutto tanto bello quanto buono. Un frutto dall’aspetto così femminile da trasformarsi, al tocco esperto del pianista, in una sensuale melodia. Questo sinuoso frutto è la pera e il titolo del brano musicale è Trois morceaux en forme de poire. Attorno a quest’opera - che invito ad ascoltare perché è burrosa e fondente, proprio come una pera matura al punto giusto - sono fioriti alcuni curiosi aneddoti. Pare, per esempio, che un giorno Satie spiegò soddisfatto al collega Debussy che, grazie al titolo di questo brano, la sua bizzarra musica non poteva più essere accusata di mancare di forma. A conferma di ciò, Man Ray, mago della fotografia surrealista, ha successivamente dedicato un quadro alla pera elogiata dal geniale pianista, pera che ha preso così la foggia di una procace Kaiser.
Ci voleva un musicista eccentrico come Satie per ricamare le note adatte a questo frutto. Più spesso, la pera è stata corteggiata da pittori e letterati. Bartolomeo Bimbi, un pittore naturalista che lavorava alla Corte dei Medici, ne ha dipinte ben 115 varietà in un solo quadro, ognuna con curve e sfumature diverse, tutte adagiate su ampi vassoi e suddivise secondo il mese di maturazione. Ne Le Metamorfosi, Ovidio attribuiva a Pomona le forme morbide del frutto e la pelle fresca come la sua vellutata buccia; Virgilio esortava Dafne a innestare i peri con amore per dare frutti ai suoi nipoti; Omero narrava dei peri domestici come di mirabili doni dei numi posati nel giardino di Laerte. Durante tutto il Rinascimento, e oltre, la pera ha mantenuto un indiscusso primato tra le muse ispiratrici, non solo in Italia. Merito anche degli incantevoli paesaggi, oltre che della bontà dei frutti. Sono famosi, infatti, i giardini belgi, inglesi e soprattutto francesi, dall’inconfondibile eleganza barocca, dove i giardinieri modellavano i rami dei peri contro i muri delle regge ottenendone bellissimi ricami. Una delizia per gli occhi che nulla sottraeva al piacere del palato, dopo che i frutti venivano colti e portati a tavola.
Non sarebbe stata sufficiente, tuttavia, la bellezza a rendere immortale il frutto dalle generose curve. In realtà, sta nel suo cuore il segreto, fatto di un equilibrio tra gusto, aroma, profumo e corposità. La sua anima dolce e cedevole, già scoperta dai conviviali deschi dei Greci e dei Romani, si manifesta nel succoso sapore di zucchero, miele, cannella e viola. Sfumature che variano secondo la qualità, la zona e il periodo di maturazione. Timbriche che la chimica, un po’ meno poeticamente delle note di Satie, ha tradotto in zuccheri, acidi, potassio, fenoli, alcoli, aldeidi e chetoni che, tutti insieme, concertano il sapore.
L’Abate Fetel, la Decana del Comizio, la Passa Crassana, la William, la Cocomerina, la Monteleone, la Moscatella, la Kaiser e le altre numerose sorelle esprimono ciascuna un carattere particolare, ognuno adatto a molteplici e fantasiose declinazioni culinarie. Tuttavia, così come l’animo femminile, anche la pera non ha solo il suo accattivante fascino. Ha anche i suoi capricci. Se è facile accostarla a compagni dolci come il miele, o piccanti come i formaggi, non è altrettanto facile gustarla al meglio della sua stagionatura. Infatti, appena dopo la raccolta, il frutto maturo andrebbe goduto immediatamente senza posa, poiché imbrunisce in fretta; al contrario, se raccolto troppo anticipatamente bruciando le tappe, non riesce a esprimere appieno le sue virtù, lasciando insoddisfatto l’impaziente ingordo. Non somiglia, dunque, alla donna questo polposo frutto? Persino Shakespeare, che ben s’intendeva di qualità femminili, in Tutto è bene ciò che finisce bene, osservava che la verginità, la buona vecchia verginità, è come una di quelle pere vizze francesi: brutte a vedersi, secche a mangiarsi.
Tuttavia, a volte l’uomo particolarmente ricco di fantasia riesce a raggirare i difetti o, più benevolmente, riesce a cogliere il bello e il buono anche laddove esso non c’è. Ecco che allora, anche una pera mollemente matura o tenacemente acerba, può dare il massimo di sé se vien trattata con le giuste maniere, soprattutto quando è cotta. Non nel senso d’innamorata persa, come può essere la donna, ma cucinata. Al calore del fornello, anche la pera più trasandata resuscita sotto nuove vesti mantenendo, però, lo stesso cuore dolce. E qui mi sovviene una ricetta semplice e sfiziosa che il signor Angiolino Berti, maestro d’arte culinaria da me già decantato altrove, mi ha suggerito qualche tempo fa. Ricetta che ho prontamente eseguito con dovizia di passione, eleggendo regina dell’opera una profumatissima Decana. La ricetta è la seguente:
Risotto alla pera, delizia d’amore
Ingredienti: Riso Carnaroli, Olio extra vergine di oliva, cipolla, pere, prezzemolo, vino bianco, sale e pepe. Brodo. Parmigiano grattugiato.
Preparazione: tagliare molto sottile la cipolla e soffriggere nell'olio, bagnare leggermente con il vino bianco, aggiungere il riso e stemperare, mantenendo continuamente morbido il riso con l'aggiunta di brodo. Tagliare a piccoli cubetti le pere che verranno aggiunte a fine cottura per tre quattro minuti. Spolverare con prezzemolo fresco e parmigiano. Servire ben caldo … e con amore, aggiungo io.
Vi consiglio caldamente questo piatto, considerato il risultato e, soprattutto, il sincero apprezzamento del mio diletto commensale. Per rendere ancor più stimolante il boccone al palato, potete sostituire il prezzemolo con foglioline di menta fresca, come ho fatto io, e magari accompagnare queste saporite note con quelle sensuali del Trois morceaux en forme de poire di Satie.
Bon appetit!

A tu per tu con lo zebù




Ieri, l’Ansa ha accennato a una notizia che non ha avuto eco qui da noi.
In Madagascar - a Fort Dauphin, nel sud-est dell’isola – c’è stato un crudele massacro legato a dei furti. Furti non di denaro ma di zebù. Qui, infatti, lo zebù è la vera ricchezza della gente: una famiglia è tanto più ricca e potente quanti più zebù possiede e in molte tribù si stipulano ancora i matrimoni barattando la donna con l’animale. Tanto più la ragazza è giovane, quanti più zebù occorrono per ‘comprarla’ come sposa, ebbene sì!
Per colpa degli zebù, ieri sono morte centinaia di persone: almeno novanta dahalos – così si chiamano tradizionalmente i ladri di bestiame – sono stati uccisi durante due spedizioni punitive condotte dagli abitanti dei villaggi depredati.
Se la notizia rimbalza indifferente alla maggior parte di noi, risucchiati come siamo da catastrofi socio-economiche ben più clamorose – personalmente mi si stringe il cuore. Non solo per quelle persone semplici e istintivamente pacifiche ma anche per i poveri zebù che, alla fine, sono quelli che faranno la fine peggiore.
“Non si butta via niente dello zebù! E’ come il maiale per voi ...” mi spiegavano i ragazzi malgasci, quando, quest’estate a Nosy Be, m’intenerivo e accarezzavo rapita le gobbe gommose di ogni zebù che mi capitava sotto tiro. Sono animali docili e mansueti: a guardarli negli occhi grandi e acquosi, leccati da lunghe e folte ciglia, mi sembrava di sprofondare in uno stato d’animo umano, grato e compassionevole. Purtroppo, credo d’essere l’unica creatura al mondo che si pone in silente dialogo con uno zebù e che, oltretutto, lo confessa pubblicamente senza vergogna.
La realtà è ben diversa, lo zebù è cibo e ricchezza. Nella capitale, Hellville, c’è persino uno Zeburger, popolare quanto un nostro Burger King o McDonald e mi hanno assicurato che gli hamburger di zebù non hanno nulla da invidiare a quelli di manzo consumati da noi (sempre che di manzo si tratti).
Sarà! Io preferisco pensarla come Montaigne (che amava e rispettava moltissimo tutti gli animali), quando riferendosi alla sua cara gatta, pensava: “Chissà se quando gioco con la mia gatta, non sia lei a giocare con me?
Ebbene, forse anche gli zebù hanno un linguaggio e sono animati da pensieri, sentimenti, sogni, speranze, paure. Magari si prendono gioco di noi quando ci ammazziamo per un pezzo di carne; certamente soffrono quando vengono sacrificati per i piaceri degli umani; ma forse si commuovono anche, quando qualcuno, amorevolmente, li guarda negli occhi, carezzando con dolcezza le loro gommose gobbe.

Feuerbach e l'insalata mista




E se Feuerbach avesse ragione? Se davvero noi fossimo quel che mangiamo?
Il tema non è così peregrino come potrebbe sembrare, almeno per quanto mi riguarda. In primo luogo, perché sono vegetariana, mangio poco e non sono golosa. Poi perché, a differenza di quello che le mie preferenze alimentari potrebbero far pensare, sono molto interessata, anzi innamorata, dell’arte culinaria e amante dei piaceri della tavola!
Sono convinta, infatti, che si possa gustare un universo infinito di sapori, profumi e aromi anche dentro i prodotti che nostra Madre Terra generosamente ci offre tutti i giorni. Per di più, penso che nell’assaporare certe sensazioni primordiali, la morigeratezza sia una virtù, e non un difetto. Una virtù che, insieme alla curiosità, alla lentezza e alla fantasia (e, magari, alla giusta compagnia), amplifica ed esalta le emozioni, anziché mortificarle.
Frutta e verdura meritano, pertanto, devozione e ammirazione, tanto che da sempre hanno ispirato artisti, letterati e persino scienziati.
Innanzitutto, sono ‘creature’ vive, sensuali, dalle forme bellissime e docili al tocco. Ogni frutto della Natura è un piccolo capolavoro in miniatura, unico per foggia, dimensione e colore. Pensateci: non c’è una pesca, un fico, una carota o un pomodoro identico all’altro. E quasi tutti, se non addirittura tutti, dialogano con le molteplici e complesse sfumature dell’appetito umano, stuzzicando non solo l’acquolina in senso stretto ma evocando anche - in maniera spesso inequivocabile - l’erotismo e il sesso.
Non a caso, in tempi lontani, la statua di Priapo, figlio procace di Afrodite, si ergeva fiera negli orti e nei giardini, quale custode della fertilità e dell’agricoltura. Addirittura, molto spesso, il simbolo si riduceva (o ampliava, a seconda dei casi e dei gusti) nell’essenziale, ovvero in un energico fallo dritto, che imperava con orgoglio sulle colture. Il valore ispirante e simbolico del regno vegetale è dunque immenso: dalla mitologia, alle tradizioni religiose, dall’arte, alla poesia e alla letteratura, fino al linguaggio quotidiano. Dai tempi più antichi ci arriva, per esempio, il mito del Pomo della discordia di Paride, il frutto del bene e del male dell’Eden, il fico certamente mangiato da Adamo ed Eva (dedotto dalla foglia dello stesso frutto con cui si coprirono le proprie nudità). E poi, ancora, si sa che la fragola nella mitologia nordica rappresenta la dea dell’amore Frigga e, nel simbolismo cristiano, la Vergine Maria. Nell’arte pittorica, sarebbe sufficiente un nome: Caravaggio, con le sue splendide nature morte. E che dire poi dell’arte fiamminga e degli antropomorfismi dell’Arcimboldo? Anche l’arte letteraria pullula di esempi, basterebbe leggere “Afrodita” di Isabel Allende per farsi una cultura saporita e piccante. Il sesso orale nella letteratura erotica veniva, infatti, spesso definito ‘frutto proibito’, anche se oggi questo raffinato pudore fa sorridere. Persino nel Cantico dei Cantici, che è un capolavoro di sensualità, si elogiava il sodalizio tra i frutti della Terra e i piaceri del sesso e dell’amore: “Con dolci d’uva e con mele, sostenetemi e resuscitatemi. Muoio d’amore”, dice Sulamit a Salomone. E ancora: “Favi colanti le tue labbra, oh sposa, miele e latte nella tua bocca, come un Libano di aromi, delle tue vesti l’odore”, canta Salomone all’amata, pregustando in questo caso miele tiepido e mandorle tritate sul corpo disteso e languido della donna.
Non c’è dubbio, quindi: frutta e verdura da sempre stimolano l’immaginazione. Entrambe invogliano alla condivisione, ispirano la creatività e inducono al gioco, goloso, e amoroso! Non per niente, moltissimi vegetali e frutti sono considerati ancora oggi cibi afrodisiaci, vuoi per la loro forma allusiva, vuoi per la morbidezza o la durezza, la ‘polposità’, la dolcezza, la succosità, insomma tutte qualità esplicite dell’atto amoroso. Anche nei giochi culinari, come in quelli erotici, si prediligono infatti le fogge falliche e tonde (come le zucchine e le pesche), le consistenze polpose e umide (come i mango e i pomodori), i colori delicatamente sensuali che evocano le parti turgide e tumide del corpo (melagrane e fichi, per esempio), o i toni più intensi e accesi che rimandano a più torbide oscurità (come le olive nere, le melanzane o le prugne) e gli aromi persistenti (come il frutto della passione, che tanto amo, o l’aglio, perché no!).
Insomma, non ci si annoia davvero ad essere vegetariani! Ogni giorno, ogni stagione offre i suoi piaceri, a volte persino con qualche sorpresa. Ho letto recentemente, infatti, che uno dei frutti più amati, più comuni e guarda caso anche più comunemente associati al piacere sessuale – la banana – è oggetto di un curioso progetto. C’è, infatti, chi sta studiando come produrre banane meno curve e possibilmente dritte. Il motivo sarebbe l’esigenza di rendere più agevole e conveniente il loro trasporto, ospitandone una quantità maggiore nelle cassette. Sarà! A me pare un peccato violentare la naturale foggia di banana, sorridente e perfetta anche quando è imperfetta, con le sue piccole ammaccature e i suoi vezzosi nei. Non solo la trovo più bella e originale ma anche più ergonomica e divertente. Mi domando se la stessa sorte potrebbero subire in futuro anche i pomodori, le melanzane o le pere! Ispirerebbero certamente i pittori cubisti ma, probabilmente, non i poeti e forse nemmeno gli amanti!
Noi, per concludere, non solo godiamo dell’universo infinito di sapori, profumi e aromi dei  doni che la nostra Terra ci regala ma approfittiamo anche della sua memoria per arricchire la nostra anima di emozioni artistiche e per colorare il nostro linguaggio quotidiano. Pensate a quante espressioni spesso rubiamo al mondo vegetale per far capire ciò che proviamo o a cosa alludiamo in un particolare momento: il frutto del peccato, la mela bacata, vuoto come zucca, rosso come un peperone, le pigne in testa, la bocca a ciliegia, il seno a pera, il naso a patata, gli occhi a mandorla, la pelle di pesca …
Dunque, se quello che diceva Feuerbach, è vero, gli amanti della carne non si stupiscano se dentro di sé ogni tanto sentiranno la paura del coniglio, la rassegnazione del pollo o la tenerezza del vitello mangiati a pranzo. Nel mio caso, invece, potrò sentire solo l’allegria del ravanello, l’esuberanza della fragola, la passione del mango o, alla peggio, la confusione dell’insalata mista mangiata la sera precedente.