martedì 4 settembre 2012

La dolce Melba



La popolarità della “dolce Melba” ha da poco compiuto novant’anni. Esattamente nel giugno del 1920, infatti, la cantante lirica australiana, Nellie Melba, fu ascoltata alla radio per la prima volta, battezzando così la nascita delle trasmissioni radiofoniche. Dalla fabbrica di Marconi, a Chelmsford in Inghilterra, la voce della cantante venne diffusa on air in tutto il Regno Unito riscuotendo un enorme successo e nei mesi successivi le trasmissioni furono perfezionate a tal punto da poter raggiungere altri Paesi europei, tra cui certamente la grande Francia. Questa pionieristica avventura si rivelò presto rivoluzionaria e contagiosa sotto molti punti di vista, alcuni forse meno noti ma piuttosto curiosi.
Non tutti sanno, per esempio, che uno tra i grandi personaggi ad essere stato contagiato dalla voce della bella Melba fu Auguste Escoffier. Cuoco dei re, re dei cuochi, capriccioso e audace in cucina come nella vita, Escoffier resta tuttora famoso per aver rivoluzionato le abitudini di cucinare e presentare i cibi a tavola, celebrando e diffondendo, già alla fine dell’8oo, l’haute cuisine francese in tutto il mondo. E pare che fu proprio la voce vellutata di Nellie Melba ad avere inconsapevolmente ispirato al grande cuoco una delle sue più famose ricette, battezzata poi con il suo nome: la pesca melba, appunto.
Un’opera d’arte fatta di frutta, panna, vaniglia e tanta passione. Un piccolo capolavoro da guardare, annusare, toccare e gustare. Come sia andata a finire tra i due non si sa ma mi piace immaginare che il baldanzoso Escoffier, dopo aver ascoltato l’irresistibile canto della dama alla radio, l’abbia raggiunta e conquistata, corteggiandola con la sua straordinaria sinfonia per la gola, le cui note saporite le avrebbero procurato indimenticabili piaceri.
Questo fiero e meticoloso cuoco, che nutriva un amore lezioso per il cibo, e non solo, è stato l’anticipatore di alcune importanti scoperte in campi apparentemente estranei alla gastronomia. In quell’epoca, la scienza e il positivismo contagiavano anche la cucina, che veniva considerata un’alchimia piuttosto che un’arte. In Francia, i cuochi rincorrevano l’idea di una haute cuisine basata sulla tecnica e sulla conoscenza di ciò che era salutare e ciò che invece non lo era. La convinzione che il sangue del maiale e la trippa facessero bene, per esempio, mentre i broccoli e la pesca fossero indigesti, indirizzava gli chef verso preparazioni pesanti e monotone. Ma Escoffier, che di tecnica e di scienza gastronomica non ne voleva sapere, affidava il suo talento alla sensibilità, alla creatività e all’esperienza. Era convinto che la maggior minaccia alla salute pubblica del suo tempo venisse dalla diffusa convinzione che “la necessità di nutrirsi appare il più delle volte non già come un piacere ma come un ingrato dovere”. Così, guidato esclusivamente dalla piacevolezza e dai capricci dei sensi, Escoffier ha fatto dello chef un artista e della cucina un’arte.
La sua grande passione era il brodo di vitello! Amava il suono dello sfrigolio della cipolla nel tegame, il profumo della carne deglassata a fuoco lento, l’aroma sprigionato da prezzemolo, timo e alloro mescolati con aglio e carote. Dedicava ore ed ore per preparare il brodo, lasciandolo sobbollire fino alla sublimità, dopo di che si sentiva pronto per cominciare a cucinare. Quel fondo di cottura – l’estouffade, l’umile fondamento di tutto ciò che segue – era per lui il principio del piacere e il segreto delle sue ricette. E ancora oggi, la sua tecnica resta intatta ed è utilizzata dai più grandi chef di tutto il mondo.
Ma, concretamente, qual era il merito della sua arte? Che cosa rendeva il sapore dei suoi piatti tanto allettante e inconfondibile? E cosa continua a rendere tanto felice una parte così primitiva di noi quando assaporiamo un certo cibo?
Ebbene, dietro all’appassionata dedizione di Escoffier per la cucina – e in particolare per l’estouffade - si nasconde, in realtà, una molecola, dal nome nemmeno troppo simpatico. Si tratta di un aminoacido chiamato L-glutammato, che si è scoperto essere presente in grandi quantità nelle proteine. L’inconsapevole genialità di Escoffier consiste nell’aver condito i suoi piatti di più L-glutammato possibile, il cui potere “saporifero” aumenta con la cottura e la stagionatura degli alimenti. Non ci sarà molta poesia in questa verità ma si tratta, comunque, di un’intuizione culinaria che ha avuto grande rilevanza anche in campo scientifico, biologico e neurologico.
Oggi si sa, infatti, che la nostra lingua possiede un recettore di glutammato specifico, che risponde al gusto delle proteine e che ci permette di distinguerle dagli altri sapori, facendocele apprezzare in maniera amplificata. Questo perché il nostro stesso organismo è fatto in gran parte di proteine, oltre che di acqua, e ha quindi bisogno di una costante ricarica di aminoacidi che al palato sprigionano un inspiegabile piacere. Probabilmente i vegetariani, come me, alterano questo meccanismo chimico adattandolo alle proprie abitudini alimentari. Immagino che la mia lingua possieda dei guizzanti recettori pronti a catturare tutta la bontà racchiusa in un pomodoro o in una fragola, piuttosto che un filet mignon au foie gras. Comunque, l’essere umano è nato e si è sviluppato carnivoro, si sa, e la lingua ama ciò di cui il corpo ha bisogno. Questo è il motivo per cui quando spolveriamo una pasta al pomodoro con del parmigiano grattugiato la pasta acquista maggior bontà: il parmigiano, infatti, trabocca di quella misteriosa molecola ed esalta il sapore della salsa di pomodoro rendendolo assolutamente unico, squisito.
Ma Escoffier, concentrato com’era nella sublimazione dei sapori al palato, ha paradossalmente scoperto anche un’altra verità. Vale a dire che il gusto, in realtà, è prevalentemente odore! I suoi piatti, infatti, venivano immancabilmente serviti caldi e fumanti, in modo che le molecole volatili dei cibi giungessero prepotentemente al naso e il piacere dell’olfatto anticipasse quello del gusto. Il profumo del boeuf bourguignon, in pratica, predisponeva positivamente l’avventore al pasto, stuzzicando le ghiandole salivari e mettendo in moto un desiderio molto più complesso del semplice appetito.
La lingua non è una brava solista nel concerto del piacere. Non potrebbe cogliere da sola tutte le sfumature aromatiche di un pizzico di dragoncello in una vellutata d’aragosta, l’accenno di vaniglia in una crema inglese, la fogliolina di cerfoglio immersa nel potage di carote. Ha bisogno della collaborazione del naso. Oggi questo non ci pare tanto assurdo, perché sappiamo che i recettori olfattivi occupano una grande parte del nostro DNA, oltretutto i neuroni nasali hanno un’ottima memoria e si rigenerano continuamente, rispondendo a migliaia di stimoli differenti. Tuttavia, l’olfatto non pare essere un senso molto “intelligente”, perché si lascia facilmente ingannare dal contesto. Moltissimi e divertenti esperimenti dimostrano che se ci viene fatta annusare dell’aria inodore ad occhi chiusi, informandoci che davanti al nostro naso ci attende un boccone di gorgonzola, ecco che si scatena immediatamente dentro di noi un famelico desiderio. Secondo questo stesso principio, la famosa aranciata è stata colorata di arancione perché era stato dimostrato che, con quest’aspetto, piaceva di più dello stesso liquido incolore, seppure con lo stesso identico sapore.
Senza volerlo, la mente inganna le nostre percezioni. L’innovativo Escoffier, inconsapevolmente, ha saputo sfruttare la fallibilità dei sensi e la conseguente confusione sinestetica con geniale professionalità. Intuendo, infatti, che quello che gustiamo non è solo un boccone ma anche un’idea, faceva sfilare i suoi camerieri in smoking, e i cibi venivano serviti in piatti d’argento e fini porcellane. Un piatto diventava perfetto se creava una disposizione d’animo perfetta.
Escoffier esigeva, pertanto, che i suoi piatti fossero sempre onorati ed era convinto che le persone potessero persino imparare a mangiare, addomesticando i propri gusti. Così, dopo aver lavorato al Savoy di Londra, sfidò se stesso scommettendo di riuscire ad educare persino le pessime abitudini gastronomiche degli anglosassoni. Inventò per questo il menu di degustazione, proprio come strumento educativo all’alimentazione, con la speranza che prima o poi gli inglesi sarebbero diventati un po’ francesi, almeno a tavola. E siccome il senso del gusto, così come quello dell’olfatto, è estremamente duttile, Escoffier con la sua scuola e i suoi seguaci è senz’altro riuscito nei secoli a convertire ed educare un’infinità di gusti, plasmando altrettanti palati, nasi e cortecce cerebrali.
Ecco, dunque, l’orgoglioso Escoffier, l’inventore di menu raffinati, l’educatore di gusti, il rivoluzionario dell’arte culinaria, catturato da improvviso incanto dalla voce di Nellie Melba. Lui, amante del lusso e delle donne, non resiste al desiderio di sedurla e comincia il corteggiamento creando un dolce con il suo nome. C’è però proprio da chiedersi con quale altra delle sue virtù possa essere riuscito a conquistare quelle della bella Melba, essendo la pesca a lei dedicata un dolce freddo, privo quindi di un profumo particolarmente intenso e coinvolgente. … Non so perché, ma mi piace pensare che Escoffier abbia acceso gli appetiti della gentile dama ricorrendo ad un aperitivo eccitante e antico come il mondo: la dolcezza di un bacio!

Elisir d'amore



Preparare una salsa è un po’ come fare l’amore.
Occorrono passione, fantasia, gentilezza e quel pizzico d’esperienza necessario a guidare l’istinto nella scelta degli ingredienti, delle dosi e dei tempi. In cucina, certamente, la materia prima ha un ruolo protagonista – come l’amante a letto, appunto - ma non esclusivo, perché ciò che crea l’alchemica magia sono anche le quantità, le proporzioni, i tempi e le pause, il cui equilibrio si tradurrà poi nel piacere all’assaggio. Sapori e aromi devono incedere, dunque, in maniera armonica fin dalla preparazione, assecondando ritmi cadenzati quale oculato preludio d’altri più accesi movimenti. La complicità che si stabilisce tra le mani e gli ingredienti è il segreto di un buon risultato, poiché ogni piccolo tocco, intimo o ardito ma mai arrogante, rivela la sensibilità di un bravo partner, così come quella di un bravo chef.
Questa stuzzicante metafora vale per tutti i tipi di preparazioni culinarie, s’intende. Tuttavia, penso che salse, confetture e marmellate si prestino particolarmente a una stuzzicante traslazione in chiave erotica, sia per quanto riguarda la messa in opera, sia la degustazione, possibilmente condivisa in giusta compagnia.
Non so se il signor Angiolino Berti – che già tempo fa avevo coinvolto in un mio articolo – s’ispiri a un sentimento amoroso durante la confezione delle sue famose salse. So, però, che il risultato è certamente una sintesi esemplare di come si possa trasformare in sensuale bontà alcuni dei prodotti più semplici e naturali della Terra.
Anche l’amore è, infatti, cosa semplice e naturale. Caso mai sono gli innamorati che, spesso, lo rendono complicato, proprio come certi gourmet eccessivamente sofisticati esasperano un buon piatto.
Tra le tante preparazioni del signor Angiolino, ce n’è una che mi ha fatto particolarmente innamorare. E’ una confettura a base di fichi e mela verde che già per la semplice scelta degli ingredienti evoca l’amore e l’erotismo. Innanzitutto è una confettura, non una marmellata, cioè ha una percentuale di polpa di frutta tale da risultare particolarmente densa,  rotonda e vellutata al palato. Il sottofondo è morbido e pacatamente dolce, come il fico, ma qua e là nella polpa contrastano spicchi croccanti di mela che, con la sua sfumatura d’aspro, completa il composto d’impreviste note saporite. Tutti i sensi conosciuti entrano in gioco: la confettura è bella d’aspetto, saporita come un bacio, morbida come una carezza, profumata come la pelle e quel musicale ‘clic’ all’apertura del barattolo solletica persino l’udito, anticipando così il piacere del gusto. Lo sposalizio tra fico e mela è assolutamente originale, vi assicuro. Oltretutto, mescolare con tale maestria due frutti così significativi nella storia non solo alimentare ma anche simbolica dell’umanità, sembra rendere questa confettura ancor più seducente.
Pensiamo al fico. Forse non tutti sanno che questo meraviglioso frutto dalla straordinaria carica energetica, stringe un’alleanza molto intima con l’ambiente in cui l’albero cresce. E’ un’esemplare testimonianza di quanto possono essere complici i rapporti tra il mondo vivente macroscopico e quello microscopico. I fichi, infatti, maturano due volte l’anno, quando si miete e quando si vendemmia, direbbero i contadini di una volta. Oggi anche l’agricoltura ha i suoi trucchi ma tradizionalmente, per portare a maturazione questi gioiosi frutti occorreva assecondare la Natura, anziché raggirarla. Bisognava, innanzitutto, appendere sull’albero del fico domestico i frutti non commestibili del caprifico, cioè la pianta di fico selvatico. Tramite quest’imbastardimento, i minuscoli e prolifici moscerini presenti nei frutti del caprifico cominciavano a migrare verso i frutti del fico, quelli buoni, socchiudendone il cuore, assorbendone l’eccesso di umidità e soffiandoci dentro l’aria esterna. Si verifica un passaggio di principi generatori … entra il sole e i soffi fecondatori, grazie ai moscerini che schiudono gli orifizi, come ebbe modo di dire Plinio il Vecchio in qualche suo scritto. Pur non avendo strumenti d’osservazione e conoscenze scientifiche, Plinio non era lontano dal vero. Funziona proprio così: un imenottero appena visibile trasporta il polline dal caprifico al fico, che non possiede fiori maschili. Uscendo dall’ostiolo, il forellino alla base del siconio, l’infiorescenza che contiene i piccoli fiori femminili s’imbratta di polline proveniente dai fiori maschili. Il moscerino, volando all’interno dei siconi del fico domestico, è dunque il responsabile della fecondazione dei fiori, che daranno poi vita ai carnosi e dolci frutti.  La simbiosi tra fico e insetto è uno straordinario esempio della variegata sessualità della Natura, che attraverso invisibili e meticolosi gesti partorisce ‘creature’ di straordinaria bellezza e bontà. Tuttavia, non è solo l’atto fecondativo del fico a evocare un’analogia con la sessualità. E’ anche l’aspetto, sia delle foglie, sia dei frutti. Il contorno delle foglie, infatti, ricalca la virilità maschile e forse per questo si vuole che Adamo ed Eva se ne servissero per coprire le proprie nudità. Inoltre, il fico è un frutto succulento dalla foggia sfacciatamente evocativa, tanto che in virtù del suo simbolismo, era il goloso protagonista nelle feste dionisiache, in cui si portavano in processione una brocca di vino, una vite, un capro, un paniere di fichi e un fallo scolpito nel tronco del fico stesso. Nel tempo, la domesticazione della pianta ha semplificato la vita riproduttiva del fico e ha migliorato i caratteri del frutto, mantenendo però le sue connotazioni sessualmente simboliche.
E che dire della mela? La mela fa parte della storia umana molto prima che Newton ne traesse ispirazione. Le sue origini sono alquanto incerte ma la leggenda vuole che essa sia il frutto proibito dell’Eden. La fiabesca immagine deriva da un vago accenno che si fa nelle Scritture ad un generico frutto tondeggiante, in realtà non specificato, tradotto dall’ebraico tappuah e poi dal greco melon. In verità, l’affermazione della mela nella coltura e nella cultura universale è frutto di un lungo e profondo rapporto di conoscenza tra le potenzialità della Natura e le opportunità dell’Uomo. La domesticazione del melo si completa, infatti, solo con la diffusione della tecnica dell’innesto, in epoca greca e poi romana, tecnica che consente anche la moltiplicazione di differenti specie di frutti, ognuno con sue specifiche caratteristiche. Tuttavia, il mito resiste oltre la realtà e alcuni maligni sostengono che furono certi Padri della Chiesa, ovviamente celibi e misogini, a scegliere la mela come frutto del peccato, perché tagliandola a metà videro comparire i semi disposti a foggia di vulva, proprio quella parte di Eva responsabile della corruzione di Adamo. Leggende a parte, il simbolismo di questo fascinoso frutto sembra derivi proprio dagli alveoli racchiusi nel suo cuore, a forma di stella a cinque punte. Robert Ambelain, nell’”Ombres des cathédrales”, ha scritto infatti che il pomo è il simbolo della conoscenza perché, dividendolo perpendicolarmente, vi si trova un pentagramma, tradizionale simbolo del sapere. Fatto sta, che la mela resta il frutto della tentazione, persino nella fiaba di Biancaneve. E in particolare, l’allusione alla complicità sessuale ha ispirato filosofi, poeti e artisti d’ogni tempo. Il giardino di Afrodite della poetessa greca Saffo è, guarda caso, un boschetto di giovani meli, dove sopra gli altari fumano incensi. E più recentemente, Pablo Neruda ha decantato una Donna completa, mela carnale, luna calda, bacio a bacio percorro il tuo piccolo infinito.
Insomma, fico e mela continuano a nutrire le nostre assetate fantasie, oltre ai nostri famelici corpi. Ed ecco che mescolati insieme e deliziosamente racchiusi in un barattolo di vetro, non possono che esser nati dall’amore e amore suggerire. Anche una confettura è un piccolo infinito da percorrere … pura poesia per il palato. E, forse, se Adamo ed Eva avessero conosciuto quest’elisir d’amore, l’avrebbero preferito al tanto tribolato pomo, evitando così d’inguaiare se stessi e l’intera Umanità!
Ringrazio il signor Angiolino Berti, dunque, per aver deliziato i miei sensi con tanta dolcezza e ispirato queste mie giocose righe, scritte tra un cucchiaino di frutta, un segreto desiderio e un sospirato piacere. 

La malaombra



Vivere non è facile, tanto meno lo è scegliere di morire.
Lo scorso anno, il 25 novembre, Luciano Francesconi, 77 anni, storico disegnatore del Corriere della Sera, si è sparato un colpo di pistola alla testa, dentro l’ascensore della sua abitazione milanese. Due giorni dopo, Gary Speed, 42 anni, allenatore del Galles, è stato trovato impiccato nel garage della sua casa di Huntington. Altri due giorni dopo, il 29 novembre, Lucio Magri, 79 anni, fondatore del Manifesto, ha posto lucidamente fine alla sua esistenza affidandola a una clinica svizzera, dove la dolce morte è un amaro diritto.
Questi macabri epiloghi, avvenuti a distanza di pochi giorni, costringono a fermarsi e riflettere su quell’ombra che accomuna esistenze apparentemente normali, diverse tra loro ma ugualmente infelici: la depressione. Se ne parla sempre più spesso alla luce di questi fatti oscuri. “E’ il male del nostro tempo, è recidiva, può colpire tutti a tutte le età, specialmente le donne … E’ una malattia del cervello, ha basi biologiche e si può curare.” Questo è, più o meno, quello che si sente in televisione, sui giornali e in rete. In realtà, non è così semplice. Pensare alla depressione esclusivamente come una malattia biologica o neurologica è quasi confortante. C’illude di poterla isolare, analizzare, misurare, radiografare, scannerizzare, anestetizzare e magari curare. Più inquietante è considerare la depressione come un male dell’anima. Possiamo prendere un fegato, un pancreas, un cuore, un cervello e medicarli. Ma come afferrare qualcosa d’impalpabile come l’anima? Dove andare a frugare? Con quale strumento scientifico, microscopico o telescopico? Quale bisturi, medicina o antidoto per qualcosa che è invisibile?
Medici, psicologi, neurologi, specialisti d’ogni campo stanno cercando di fare chiarezza in mezzo al naturale smarrimento che il dolore di questi recenti avvenimenti aggiunge al già dilagante senso d’incertezza. Tra questi c’è un medico italiano che si occupa da sempre di depressione e di malesseri dell’anima. E’ Eugenio Borgna, psichiatra dalla rara capacità empatica e comunicativa. Ha scritto molti saggi, poeticamente lucidi, mescolando all’analisi clinica la sensibilità umana di chi s’addentra umilmente nel dolore altrui per ascoltarlo, capirlo e confortarlo, perché la parola è la prima medicina per chi soffre. Proprio in questi giorni, ha pubblicato un libro illuminante, dal titolo “Elogio alla depressione”, scritto insieme al sociologo Aldo Bonomi, edito da Einaudi. Io credo che farebbe bene a tutti, ma proprio a tutti, spegnere la tv e leggere queste pagine. Sia per capire meglio i drammatici paradossi del nostro tempo nitidamente radiografati da Bonomi, sia per abbattere i superficiali pregiudizi su un male, una malaombra, che non è qualcosa di folle, di estremo ed estraneo a noi ma al contrario riguarda tutti, direttamente o indirettamente. Perché la malinconia, il taedium vitae, non coinvolge solo l’intimità di chi personalmente ne soffre. Riguarda anche la famiglia, il lavoro e la società, attraverso il contagio di emozioni ferite, affetti frantumati e isolamenti dolorosi che, senza sfociare necessariamente in drastici epiloghi, conducono a un soffocato e doloroso naufragio.
“Non esiste una sola depressione ma diverse forme di depressione” spiega Borgna. Possiamo distinguere una depressione esistenziale, una depressione motivata e una depressione psicotica, che a volte si confondono, mescolando cause biologiche, psicologiche e sociali.
Nella depressione esistenziale, la tristezza galleggia improvvisamente nella nostra anima senza un’apparente ragione e dilaga fulminea nella nostra interiorità, logorandoci. Ci si sente afflitti, svuotati d’interesse, incapaci di gustare il senso della vita. Si fatica persino a pensare, risucchiati da uno smarrimento che oscura gioie e raggela speranze. Il tempo soggettivo non ha più nulla a che fare con quello esterno, con quello misurabile, perché tende a rallentare e a disgiungersi nelle sue tre dimensioni agostiniane: presente, passato e futuro si sciolgono. La dimensione del futuro tende ad arrestarsi, assorbita nel passato che si dilata grottescamente nella nostra immaginazione. Questo tipo di tristezza, tuttavia, non è patologica e non ha nulla a che fare con la depressione come malattia. E’ un’esperienza di vita che ci appartiene nel momento in cui ci fermiamo a riflettere sul senso dell’esistenza, delle cose spesso effimere che ci circondano e ci asfissiano, svuotandoci dei valori più veri e profondi. Questo tipo di tristezza è la malinconia nel senso più leopardiano, propria dell’uomo che avverte l’incombenza dell’infinito, cui s’accosta con tutta la sua fragilità e la sua inadeguatezza. La consapevolezza di questa precarietà è sorgente di riflessione e di straordinaria creatività ma non è malattia. Questo tipo di depressione, questa sconosciuta che abita in ognuno di noi, fa semplicemente parte della vita ed è bene farsela amica.
La depressione motivata, o reattiva, sgorga da esperienze personali dolorose, come l’insorgere di una malattia degenerativa, la perdita del lavoro, della casa, della patria o di una persona cara. E’ molto spesso, quindi, legata all’esperienza del lutto e corrisponde alla diagnosi di ‘disturbo distimico’, secondo la classificazione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali. E’ animata da una tristezza psichica che si manifesta in un accasciamento doloroso, in un’amarezza sconsolata ma solitamente circoscritta in un arco temporale, fino cioè all’esaurirsi della carica emozionale legata al dolore. Dopo di che la sofferenza si elabora in memoria, in ricordo, in nostalgia. Pur non raggiungendo l’incandescenza della depressione psicotica, questo stato d’animo paralizza la persona nel grigiore, bloccando il naturale fluire del tempo interiore. Il peso del passato è dilatato sul presente e inibisce ogni slancio vitale, tuttavia non annulla completamente la speranza verso il futuro, come invece succede nella depressione psicotica.
La depressione psicotica è quella che tra tutte non ha motivazioni rintracciabili nella sua insorgenza e richiede serie cure psichiatriche. Corrisponde alla diagnosi di Episodio Depressivo Maggiore, sempre secondo il DSM-IV-R, e non annovera una grande quantità di casi, rispetto alle due altre forme depressive. Chi ne soffre si trova congelato, paralizzato sia nei gesti e nei movimenti del corpo, sia nei pensieri che si fanno lenti, atrofizzati e catatonici. La dimensione temporale del futuro è stralciata dall’orizzonte di un tempo interiore in cui sopravvive solo un passato che esilia la persona in una solitudine autistica. La sofferenza intima è visibile attraverso modificazioni vegetative e somatiche espresse nell’insonnia, in nausea, in oppressioni cardiache e gastrointestinali che spesso mascherano e dissimulano il dolore psichico. Questa forma estrema di depressione può sfociare nel rifiuto definitivo della vita, nella scelta di una morte volontaria maturata nel silenzio e nella solitudine interiore, morte consapevolmente e morbosamente anelata.
Senza arrivare a situazioni estreme, è bene capire che ogni forma di depressione nasce da comuni radici fenomenologiche e antropologiche, al di là della sintomatologia e degli eventi personali scatenanti. Non è sufficiente una predisposizione biologica o un lutto per scatenare una depressione. Il filo rosso che le collega è fatto dalle emozioni spiega Borgna. E’ fatto di una profonda sensibilità e di una stremata fragilità, accompagnate da un acuto senso di solitudine in cui il peso del passato soffoca il presente, cancellando il futuro. Ma sensibilità e fragilità sono anche la premessa alla conoscenza intuitiva degli altri da noi, alla comprensione delle emozioni che si annidano nella soggettività altrui e, quindi, possono diventare il ponte per non sentirsi più isolati, esiliati ognuno nella propria onnipotente vacuità. Questo non vuole essere un elogio all’infelicità ma un invito a ‘sentire’, ad affacciarsi agli altri con gentilezza, accettando la fragilità senza vergogna e vivendo la sensibilità senza subirla, bensì sfruttandola come leva per entrare in empatia con altre esistenze.
Luciano Francesconi, Gary Speed e Lucio Magri non ci sono più. Riflettere senza pregiudizi sul dolore delle loro scelte può aiutarci a capire. Perché, come scrive Albert Camus ne Il Mito di Sisifo, un gesto come questo si prepara nel silenzio del cuore, allo stesso modo di un’opera d’arte. Uccidersi, come nel melodramma, è come confessare: confessare che si è superati dalla vita o che non la si è compresa.
Forse, aveva ragione lo psichiatra Kurt Schneider, dicendo che ci dovremmo preoccupare non di essere stati depressi almeno una volta nella vita, ma di non esserlo stati mai.

I colori della salute



Schopenhauer diceva che “nove decimi della nostra felicità si basano sulla salute. Con questa, ogni cosa diventa fonte di godimento”.
Ma che cosa intendeva esattamente per salute? E cosa intendiamo oggi noi con questa parola che nei secoli ha articolato il suo significato proporzionalmente alla complessità della società? Se un tempo per salute s’intendeva sinteticamente assenza di malattie, oggi il concetto è molto più sofisticato. Si preferisce parlare di benessere per intendere lo stare bene non solo fisicamente, nel corpo, ma anche psicologicamente, nel cuore e nella mente.
Sta di fatto che il benessere comincia da tavola e questa convinzione, tipica del pensiero occidentale, resiste sin dai tempi d’Ippocrate, quando il medico era, guarda caso, innanzitutto un esperto di alimentazione. Se è vero che siamo ciò che mangiamo, è altresì vero che non solo il nostro corpo – fatto di muscoli, pelle, ossa, fibre, sangue, cellule, molecole e atomi – è il risultato di un’alimentazione possibilmente sana. Lo è anche il nostro cuore, appunto, inteso in senso metaforico e poetico, come la sintesi dello stare bene umorale, affettivo e sociale. E lo è, a maggior ragione, il nostro cervello, concepito non solo come marchingegno chimico ed elettrico ma soprattutto come motore pensante che traduce l’energia in ragionamenti, emozioni, desideri, ricordi e sogni.
Perciò, oggi, a un concetto di salute essenzialmente organico, focalizzato sulla quantità e la sostanza degli input che ingeriamo, inspiriamo, assorbiamo e assimiliamo, si aggiunge un concetto più spirituale, olistico, basato sulla qualità, sulle virtù nascoste e le proprietà intrinseche di questi input. L’idea di salute occidentale s’intreccia, così, a quella più tipicamente orientale che esalta l’armonia tra corpo e ambiente, tra Uomo e Natura, abbracciati in un continuo scambio in cui nulla viene perso e tutto si rinnova, cresce e si trasforma, modificando contemporaneamente l’essere umano e ciò di cui esso fa parte.
Tuttavia, quella che dovrebbe essere una delle esperienze più semplici e gratificanti dell’esistenza (insieme all’amore e al sesso!) ovvero mangiare, sembra comportare sempre maggiori preoccupazioni, dubbi e frustrazioni, anziché puro godimento. Colpa, forse, anche di un’informazione spesso imprecisa, contraddittoria e strumentalizzata, che crea confusione e ansia anziché chiarezza e buonumore.
Personalmente, da buona vegetariana, mi sento a posto con me stessa, in perfetta forma psicofisica e in armonia con la Natura. Con questo, però, non voglio sbandierare il vegetarianismo come filosofia assoluta della sana alimentazione, perché sono convinta non esistano ricette nutrizionali perfette, totalizzanti e condivisibili da tutti. Oltretutto, la scienza, compresa quella alimentare, è in continuo fermento, è come una fiamma che brucia costantemente e nel momento stesso in cui si accende una miccia a scaldare un’ipotesi, contemporaneamente scatta altrove un’altra scintilla pronta ad infiammare gli animi, provocando un incendio ancor più prepotente e contagioso. Credo che nessuna autorità possa convincere, completamente e a lungo, un individuo o una società della correttezza di una tesi nutrizionale, poiché la valutazione finale su ciò che è buono e sano viene dalla profondità della psiche e dagli organi di senso di ognuno. Tuttavia, abbiamo bisogno di alcuni parametri, di punti di riferimento che ci indichino il cammino senza rischiare di mandarci fuori strada.
Io non ho mai saputo porre una distanza tra un tenero vitello che pascola beato nei prati e una bistecca fumante al sangue nel piatto. Mentre ho sempre subito il fascino istintivo per la frutta e le verdure raccolte nel mio orto, perché questo è stato il mio imprinting alimentare. Da qui, le mie predilezioni a tavola. Certo, oggi quando mi aggiro tra i banchi di frutta e verdura per far spesa, qualche perplessità sorge spontanea anche a me e orientarmi tra etichette e indicazioni dei prodotti cosiddetti naturali, a volte mi crea più imbarazzo che certezze.
Il linguaggio, in certi casi, anziché semplificare le cose, le complica e accentua la distanza tra l’oggetto in discussione e la consapevolezza che se ne ha. Penso che il vocabolario utilizzato per definire la ‘bontà’ dei cibi, oggi, sia sintomatico di questa nuova concezione olistica della salute. Un cibo oggi è considerato tanto più salutare quanto più è fresco, puro, vergine, leggero, antiossidante, vitaminico, disintossicante, depurativo, energizzante. Tutti attributi impalpabili e invisibili, che riconducono a benefici concreti intuibili più con la fiducia che con la ragione. Frutta e ortaggi dovrebbero essere per definizione, quindi, i simboli di un’alimentazione pulita e trasparente, che ci fa sentire e stare bene. Però, poi, entrano in gioco altri vocaboli a complicare la faccenda e a guastare la festa: biologico e transgenico, tanto per fare due esempi. Parole che incombono come miraggi o come spettri sugli scaffali affollati dei supermercati, nelle ceste colorate dei mercati e sulle tavole imbandite delle nostre case e che, anziché orientarci nelle scelte, spesso illudono o inquietano.
Non ho la competenza necessaria per dispensare consigli e informazioni certe, perché io stessa mi dibatto continuamente tra letture spesso contraddittorie. Però mi informo. E credo sia dovere e responsabilità di tutti noi informarsi approfonditamente su questi temi, senza innamorarsi di una tesi, di una filosofia, di una bandiera ideologica ma mantenendosi costantemente recettivi al confronto e aperti al dialogo, rinunciando a velenose e sterili polemiche. Anche perché i traguardi delle scoperte scientifiche, anche in campo alimentare, sono spesso visibili a distanze temporali lunghissime, imprevedibili nel presente o nell’immediato futuro.
Goethe disse una volta: “In realtà si sa solo quando si sa poco. Col sapere, aumenta il dubbio.” E’ tremendamente vero! Una cosa certa e meravigliosa è, tuttavia, questa: quando la Natura è all’opera è straordinaria, sia a livello microscopico che macroscopico, sia nel bene che nel male perché la Natura contiene potenzialmente tutto, senza bisogno d’artifici e correzioni. Vi siete mai chiesti, per tornare un attimo al mio amore per i vegetali, perché frutta e verdura hanno in genere colori così accattivanti? Che voi crediate in Dio, nell’evoluzione o semplicemente al caso, l’invitante bellezza dei vegetali è uno straordinario esempio della saggezza della Natura e il nesso tra colore e salute è scientificamente provato. I colori dei vegetali derivano, infatti, da una varietà di sostanze chimiche, gli antiossidanti. Le piante esprimono la propria bellezza colorandosi: catturano l’energia del sole e la trasformano in vita tramite la fotosintesi, che muta l’energia solare in zuccheri semplici e poi in carboidrati complessi. Il tutto è azionato dallo scambio di elettroni tra molecole, il che rende il processo di fotosintesi simile a un reattore nucleare. Gli antiossidanti sono colorati perché la proprietà chimica che consente di assorbire elettroni crea anche colori visibili. Così, i carotenoidi appaiono gialli grazie al beta-carotene (come nella zucca), rossi per il licopene (nei pomodori), arancioni per via della cripto xantina (nelle arance), e così via. Alcuni antiossidanti sono incolori, è vero, come l’acido ascorbico, o vitamina C, e la vitamina E, perché agiscono in parti più nascoste delle piante, parti che devono essere protette da elettroni capricciosi. L’azione degli antiossidanti, questo è appurato, è quella di combattere i radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento di ogni organismo. Il problema di noi esseri umani è che non siamo in grado di produrre scudi naturali per difenderci dai radicali liberi. Non siamo piante, non siamo in grado di compiere la fotosintesi, perciò non produciamo antiossidanti. Sono i vegetali a fornirceli, quindi, perché frutta e verdura, una volta ingerite, agiscono in armonia con il nostro organismo e rilasciano tutto il bene che contengono, promuovendo un concerto di sostanze salutari insostituibili.
Per questo, mi piace pensare che i vegetali appaiano così belli, colorati, attraenti e sensuali per solleticare piacevolmente tutti i nostri sensi e rendere non solo più appetitoso ma anche più utile il consumo che ne facciamo.
Per concludere, è doveroso informarsi e sapersi orientare con spirito critico tra libri, riviste e siti internet che ci aggiornano vertiginosamente sul mondo dell’alimentazione, senza lasciarci ingenuamente ipnotizzare e circuire. Occorrono cautela nel comunicare, prudenza nell’ascoltare ma sempre tanta curiosità e fame di sapere. Viviamo nel benessere, è vero, ma disinformati rischiamo anche di soccombere al benessere.
Forse, dunque, una corretta e onesta informazione potrebbe produrre quel un percento mancante di felicità di cui parla Schopenhauer nel suo aforisma, all’inizio di quest’arzigogolato discorso. Di sicuro, il saggio filosofo si sarebbe trovato d’accordo con un altro grande personaggio vissuto in tempi più recenti, Massimo Troisi, quando nel film “Ricomincio da tre”, scambia con la compagna d’avventure queste fulminanti battute:
Lei: “Cosa vuoi che ce ne importi degli altri: quando c’è l’amore c’è tutto …”
Troisi: “No, chille è ‘a salute!”

A cena con Darwin



Benché la mia ammirazione per Charles Darwin sia immensa, avrei avuto qualche titubanza ad accettare un ipotetico invito a cena da lui. Leggendo, ho scoperto infatti alcune bizzarre curiosità circa le sue abitudini culinarie, che urtano un poco il mio pudore vegetariano.
Pare, innanzitutto, che l’interesse di Darwin per gli animali fosse tanto precoce quanto viscerale, al punto che, annunciando in casa di non voler proseguire gli studi di medicina, suo padre, offeso, gli rimproverò: “A te interessa solo sparare, occuparti dei cani e acchiappare topi: sarai una vergogna per te stesso e la tua famiglia!” Così, per non scontentare troppo papà Robert, il giovane Darwin provò a ripiegare sull’unica alternativa rispettabile, ovvero la carriera ecclesiastica, con la speranza di poter capire il disegno divino della Natura attraverso lo studio di Dio. Fu invece nella Natura che Darwin finì col cercare Dio, obbedendo all’indole avventurosa probabilmente ereditata da nonno Erasmus.
Il fatto è che quest’interesse smisurato per gli animali non era solo di natura scientifica ma anche gastronomica. Infatti, mentre si logorava sui testi di teologia alla Cambridge University, Darwin cominciò a frequentare con viva passione il Gourmet Club, un’Accademia nota per proporre ai selezionati soci menù alternativi, consistenti in carne d’animali normalmente banditi dalle tavole, come il falco e il tarabuso. Non solo. Abbandonati definitivamente i libri, il 7 dicembre 1831 Darwin s’imbarcò sul Beagle e durante i cinque anni di navigazione, oltre a partorire la ben nota teoria, alimentò anche le sue curiosità culinarie. Fece grandi scorpacciate di armadilli, che sapevano e avevano l’aspetto di anatre, e di un roditore color cioccolato che descrisse come la miglior carne che avessi mai assaggiato. Probabilmente si trattava di un aguti, della famiglia dei Dasyproctidae, che in greco significa ‘deretano peloso’, dal sapore per noi certamente inimmaginabile. In Patagonia gozzovigliò con carne di puma, trovandolo incredibilmente somigliante al vitello, e con il nandù maggiore, che scambiò per struzzo; mentre nelle Galapagos banchettò con polposi iguana e succulenti tartarughe giganti. Evidentemente, Darwin ignorava ancora l’importanza delle tartarughe nella teoria dell’evoluzione, teoria che sviluppò navigando sul Beagle, dove si premurò di far caricare ben 48 esemplari di quelle splendide imponenti creature. Non come soggetti di studio, ahimè, ma come goloso combustibile per gli appetiti suoi, del capitano FitzRoy e di tutto l’equipaggio.
Ma cosa avevano di tanto speciale tutti quei tipi di carne? Cosa di così appetitoso da renderli irresistibili al palato? Darwin, nonostante il suo straordinario acume, non poteva certo immaginare che, prima o poi, qualche scienziato avrebbe scoperto il quinto gusto, l’umami, legato al glutammato monosodico presente nelle proteine animali. In realtà, già Aristotele aveva intuito che il grasso costituisse una classe gustativa fondamentale e distinta dalle altre ma non ne aveva definito un sapore specifico. Oggi, la scienza fornisce una spiegazione più profonda, che scava oltre la chimica del gusto e che giustifica in qualche modo anche i capricci gastronomici di Darwin. L’attrazione per i grassi, infatti, non dipende solo dal sapore particolarmente gradevole ma anche da una predisposizione evolutiva dell’Uomo, cioè da una necessità biologica. Così come l’uomo prova un piacere innato nel consumare alimenti ricchi di zucchero (in origine, frutta e latte materno) perché la Natura lo induce a immagazzinare cibi energetici, abbondanti e a portata di mano per sopravvivere, allo stesso modo è istintivamente attratto dai grassi, perché essi svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo del cervello. Gli scienziati sostengono, infatti, che l’espansione del cervello degli ominidi è conseguenza diretta dei cambiamenti dietetici derivati dalla migrazione dell’Homo Sapiens dalle savane alle regioni fluviali e costiere, cominciata circa 250.000 anni fa. Il passaggio da un’alimentazione esclusivamente frugivora a una ricca di grassi ha, dunque, rivoluzionato l’evoluzione della specie umana nella sua struttura fondamentale, il cervello. In fin dei conti, Darwin senza saperlo confermava su di sé le ipotesi delle sue stesse ricerche, sacrificando armadilli e tartarughe in nome di una scienza che si sarebbe evoluta anche grazie al suo contributo!
Oggi si sa con esattezza che il mattone fondamentale della vita, la membrana cellulare, è composto da un doppio strato lipidico che protegge gli organi interni della cellula. Nei bambini piccoli, una dieta ricca di grassi è cruciale per un corretto sviluppo del cervello. Garantisce, cioè, l’energia necessaria attraverso l’immagazzinamento di acidi grassi presenti nei trigliceridi e fornisce una riserva di acidi grassi polinsaturi a catena lunga, essenziali per la formazione della retina e delle giunzioni sinaptiche che permettono alle cellule cerebrali di comunicare tra loro. In virtù di ciò, è verosimile che la nostra passione innata per i grassi sia ancora più potente di quella per gli zuccheri, come gli esperimenti scientifici dimostrano. Infatti, tutti amiamo i cibi carichi di zucchero, eppure c’è un limite, un livello di saturazione oltre il quale la piacevolezza del dolce diventa nauseante e la preferenza edonica s’inverte in disgusto. Ciò non sembra accadere, invece, nei confronti dei grassi, per cui non si riscontra un punto di saturazione nell’apprezzarne la concentrazione ma, al contrario, un crescente piacere.
La Natura, dunque, sembra abbia voluto prendere l’Uomo per la gola, in modo da garantirgli robustezza e resistenza, al di là dell’effimero piacere del palato. Non dovremmo sentirci in colpa, allora, di fronte all’irresistibile attrazione di una fetta di Sacher, di un cannolo o di un babà (esempi della sofisticata evoluzione della frutta e del latte materno). Così, come non dovremmo, forse, farci troppi problemi di coscienza davanti a un povero pollo arrosto o a una fumante bistecca al sangue. Ci resta, tuttavia, il beneficio della scelta. Innanzitutto, perché – al contrario della pancia - pare che il nostro cervello sia destinato a non svilupparsi oltre il traguardo finora raggiunto e, tutt’al più, oggi la sfida è quella di imparare a utilizzarlo meglio e più spesso (Use or Lose it, come dicono gli anglofoni). Inoltre, oggi si sa che moltissimi vegetali posseggono gli stessi elementi nutritivi della carne e che il sapor d’umami può essere sostituito dalle infinite sfumature aromatiche intrinseche d’ogni verdura, magari con l’accompagnamento di un buon Olio extravergine d’oliva, accontentando così il palato senza scuotere la coscienza.
Ciò detto - per amore di scienza e verità - immagino che se per ipotesi Mr. Darwin m’avesse invitato a cena e si fosse persino invaghito di me, mi sarei trasformata in una petulante Santippe, persuadendo a modo mio il famelico spasimante ad evitare scorpacciate di aguti e tartarughe. Senza volerlo, né saperlo, lo avrei forse reso molto meno geniale e, probabilmente, avrei privato l’umanità di una delle più grandi intuizioni scientifiche di tutti tempi. Chi lo sa, forse Darwin avrebbe scritto un trattato leggermente diverso da quello noto e l’avrebbe titolato così: “Sull’origine della Specie per mezzo della Seduzione naturale”. E magari avrebbe anche venduto molte più copie!

Il lume della ragione



“Tutte le persone eccezionali che si sono distinte nella filosofia, nella politica, come poeti o nelle arti, sono malinconiche.”
Melancholia. Così Aristotele definiva quel profondo, incomunicabile mal-essere che oggi chiamiamo depressione e che, evidentemente, è sempre esistito ed è sempre più frequente. Un’angoscia dell’anima che talvolta s’accompagna a una particolare creatività della mente. Beethoven, Schumann, van Gogh, Churchill ... quanti grandi personaggi hanno acceso fiamme eterne dalle ceneri dei propri abissi! E quanti poeti, scrittori e scrittrici hanno distillato struggenti liriche dagli umbratili fondali del cuore: Virginia Wolfe, Leopardi, Antonia Pozzi, Guido Morselli … Ma l’Ombra dell’Anima resta dolorosa, anche quando il Lume della Ragione la sublima in arte, in pittura o in poesia.
Sono troppo imbevuta di psicoanalisi per non considerare, innanzitutto, la dimensione psicologica della malaombra e l’importanza dell’empatia che occorre avere verso chi ne soffre. Ciò nonostante, le neuroscienze sono sempre più coerenti con la psicologia e, forse, le due discipline possono abbracciarsi nella cura di quest’oscuro male che intreccia anima e mente.
Una delle più recenti tecnologie per la cura della depressione, nelle sue manifestazioni meno drammatiche, viene dalla Finlandia, Paese che registra ogni anno un numero cospicuo di casi. E’ soprattutto il Disordine Stagionale Affettivo (o SAD, che in inglese significa, guarda caso, triste) a colpire i finlandesi e si tratta di un abbassamento ciclico del tono umorale durante alcuni periodi dell’anno. In particolare, quando la luce solare è scarsa, chi soffre di SAD accusa un’acuta malinconia che innesca spesso un logorante taedium vitae e sfocia talora nel suicidio. Effettivamente, la luce solare, oltre a colorare la vita esteriore, anima quella interiore, attraverso una maggiore assimilazione di vitamina D e la stimolazione di serotonina, il naturale regolatore chimico dell’umore. L’ipotesi degli scienziati parte dal presupposto che la depressione sia essenzialmente un disturbo dell’ipotalamo e che coinvolga tutta una serie di circuiti cerebrali i quali, a loro volta, sollecitano diversi neurotrasmettitori sensibili alla luce del sole. Di conseguenza, aumentando artificialmente la luce solare nel cervello, sarebbe possibile mantenere costante il tono d’umore psicologico. Infatti, nel nostro cervello esistono 18 aree che contengono le opsine, preziose proteine che, agendo da fotorecettori, aiutano l'organismo a settare correttamente l’orologio biologico. Ma come fare a iniettare luce nel cervello? Attraverso le orecchie! Ottantanove volontari affetti da SAD sono stati sottoposti a una dose quotidiana di sole artificiale somministrata per pochi minuti attraverso piccoli auricolari simili alle cuffie di un iPod (Walkie è il marchio commerciale). I risultati dimostrerebbero che il 79% dei soggetti si liberi effettivamente dai sintomi depressivi e queste conclusioni, presentate al recente “International Forum for Mood and Anxiety Disorders” di Budapest, hanno fatto esultare gli scienziati, lasciando forse un po’ perplessi gli psicologi.
La depressione vista così sarebbe una malattia fondamentalmente chimica, del cervello e non dell’anima. Si potrebbe immaginare che se Tolstoj, per esempio, avesse avuto a disposizione queste cuffie solari durante i rigidi inverni russi non avrebbe probabilmente scritto pagine tanto intense. Chissà! Chissà quali altri varchi, ancora inimmaginabili, scienza e psicologia insieme potranno solcare e, forse, lo studio della depressione è una preziosa terra di mezzo, dove unire le scintille della ragione con le fiammelle del cuore. Una melancholica terra di mezzo, dove tuttora si abbeverano le anime erranti dei filosofi e dei poeti. La scienza ha certamente un vantaggio, per ora: il neurone è qualcosa di osservabile e misurabile, quindi esiste. Mentre lo psicone non è ancora stato scoperto e ancora non c’è uno strumento scientifico in grado di osservare la Psiche. E’ un po’ come succede per la gravità: si teorizza l’esistenza del gravitone ma ancora non se n’è dimostrata empiricamente la presenza.
Insomma, la strada verso la vera Illuminazione appare ancora lunga e imprevedibile. Certo è che da sempre, e sempre più appassionatamente, gli scienziati viaggiano accanto ai filosofi e ai poeti nell’avventuroso cammino alla ricerca della verità, sperando d’individuare quel baluginante crinale tra visibile e invisibile, tra possibile e impossibile. I primi, probabilmente, continueranno a procedere fieri guidati dal Lume della Ragione, gli altri più sommessamente ispirati dall’Ombra dell’Anima.

Mangiare o non mangiare?



Recentemente, è scomparso uno dei filosofi più significativi del panorama culturale italiano. Paolo Rossi, professore dell’Università di Firenze, membro dell’Accademia dei Lincei e, soprattutto, uomo profondo e sensibile, ha dedicato l’intera vita alla riflessione e all’insegnamento, praticato fino all’ultimo con grande entusiasmo. Amava definirsi ‘storico delle idee’ e, oggi, lui stesso è diventato Storia lasciando in eredità le sue idee.
Il suo ultimo libro risale allo scorso anno e s’intitola “Mangiare”, edito da Il Mulino. Non lasciatevi ingannare dal titolo bucolico che riempie la bocca e non indugiate, dunque, tra gli scaffali del reparto ‘cucina’. Il libro di Paolo Rossi appartiene a tutta un’altra specie letteraria e si colloca in prima fila tra i saggi di antropologia, perché il mangiare è sia Natura, sia Cultura e i modi di nutrirsi sono in grado di dire qualcosa di importante non solo sui modi di vita ma anche sulla struttura di una società e sulle regole che consentono ad essa di persistere e di sfidare il tempo.
“Mangiare” è uno di quei libri in cui pare di sentire la voce del narratore che fa da sottofondo al suo atto creativo. Convincente e appassionato nelle sue argomentazioni, Paolo Rossi ha dedicato questo scritto alla memoria di un suo caro amico e a sua figlia Laura, una brava psichiatra che si occupa di disturbi del comportamento alimentare, in special modo di anoressia. Le pagine del libro sono un approfondimento di alcune cartelle che il filosofo aveva scritto in passato per questa giovane donna, mosso dai forti sentimenti provati visitando di persona il reparto psichiatrico in cui lei lavorava. Perché un conto è leggere libri e un altro è avvicinare le persone. Questo spiega il taglio particolare del saggio, che pur titolandosi “Mangiare” tocca aspetti spesso solo paradossalmente legati al bello del mangiare. Mangiare, infatti, non è solo piacere. E’ anche fame. E fame significa bisogno, desiderio, ossessione, come dice il sottotitolo del libro. Significa digiuno, carestia, povertà, frustrazione, rinuncia, schiavitù, malattia, morte. Significa persino cannibalismo e vampirismo, ancora oggi praticati, nel nostro tempo e nella nostra società!
Paolo Rossi, da buon filosofo, vola alto e leggero attraverso scenari storici e culturali lontani tra loro, nel tempo e nello spazio, evocando qua e là passi intensi di scrittori e pensatori quali Calvino, Pasolini e Herta Mueller, per poi planare deciso laddove il volo è cominciato, sul terreno vischioso dell’anoressia. E lì colpisce il bersaglio, la musa Ana, come viene familiarmente chiamata l’anoressia sul web dai suoi giovanissimi fedeli: il tirannismo alimentare, l’amoroso anelare ad un vuoto che sazia più del pieno, in un inesorabile, lento, cieco suicidio. Ne parla con estrema delicatezza, com’è giusto trattare questo male subdolo dove tutto è difficile e ancora più doloroso perché coinvolge soprattutto chi si affaccia all’alba della propria esistenza, creature simili a passerotti chiusi in un’invisibile gabbia d’oro.
Non è, però, necessario arrivare alle ultime pagine del libro per sentire il sapore che emana. Anzi, per essere precisa, non si tratta di un sapore ma di un retrogusto, amarognolo e pungente, più forte e persistente della pienezza stessa del gusto. Affrontare l’argomento del mangiare da questo punto di vista è decisamente originale e provocatorio. E’ un po’ come se un sarto descrivesse l’eleganza di un abito partendo dalla fodera. E la provocazione a riflettere in maniera così disincantata sui paradossi alimentari del nostro tempo non può lasciare indifferenti. Viviamo in una società in cui due terzi fa la fame e un terzo la dieta! Allora si capisce come tra le due teste di un simile mostruoso ossimoro, tutto sia possibile: dall’opulento dio McDonald, dove i bambini non diventano mai adulti e gli adulti restano eterni bambini, fino al regno della musa Ana, dove bambini fragili e disorientati rischiano d’essere intrappolati in una gabbia d’oro che tutto offre fuorché la vita, bambini incapaci di diventare adulti liberi e di spiccare felici il volo con la sola forza delle proprie ali.