lunedì 3 febbraio 2014

Bau!



Ogni volta che guardo il mio Rocky negli occhi, mi domando – e gli domando – chi c’è dentro di te? Chi sei, a cosa pensi, perché non parli…
Eppure lui, il mio amato e innamorato molosso, col suo sguardo silente parla, parla eccome, perché lui pensa, sente e comunica, proprio come noi esseri umani. E noi sempre ci capiamo!
E ogni volta che mi perdo nei suoi amorevoli occhi scuri, è impossibile non vedere quella parte di me che c’è in lui. Allora,  da buona darwiniana, penso che se si smettesse di voler antropomorfizzare gli animali in impossibili proiezioni di sé e si accettasse, piuttosto, l’animalità che c’è in noi, riusciremmo a gestire meglio pulsioni, istinti e paure che con i nostri simili a quattro zampe per natura condividiamo, relazionandoci meglio con noi stessi e con gli altri. Animali compresi.
Ogni volta che guardo il mio Rocky negli occhi, anche lui sicuramente si domanderà – e mi domanderà – chi c’è dentro di te? Chi sei, a cosa pensi … e perché parli? Non serve ... tanto noi ci capiamo!”

venerdì 31 gennaio 2014

"Ogni lavoro è arido se svolto senza amore"


DALLA TERRA DOVE ULISSE FU STREGATO DA CALIPSO, LA FAMIGLIA CERAUDO STREGA I SENSI CON OLIO E VINO DEGNI DI OMERO


In balia di un clima economico altamente instabile che rischia di portare alla deriva anche le più tenaci resistenze, esistono alcune realtà italiane che sfidano con successo le intemperie congiunturali. Mi riferisco a quel mondo che ha saputo trasformare la ruralità in imprenditorialità, e l’amore per la terra in business di qualità. Una di queste realtà viene dalla Calabria, precisamente da Strongoli, in provincia di Crotone, dove la Famiglia Ceraudo ha stretto una rispettosa alleanza con il territorio, indovinandone la severità ma anche la generosità. Lungo i crinali di questa terra che, morbidamente e senza fretta, si versano nell’azzurro Mar Ionio, s’intuiscono le gesta di Ulisse stregato da Calipso, ninfa dalle crespe chiome narrata da Omero, e si odono i profumi della vite e dell’ulivo, tanto cari a Plinio. Il mare è così vicino da sentirne la brezza all’aurora, e il fruscio della risacca nelle quiete sere d’estate è una poesia che sfiora la leggenda. Qui non intervengono severi sbalzi termici da nuocere alle coltivazioni, ogni chicco d’uva e ogni oliva hanno il privilegio di maturare sotto i raggi ruggenti di un sole che si protrae anche oltre la stagione estiva. È in questi luoghi ameni e terreni, l’antica Petelia, oggi Strongoli, che la Famiglia Ceraudo ha deciso di consacrare la propria vita alla produzione del vino e dell’olio. Era il 1973, quando decise di acquistare la tenuta appartenuta ai Principi Campitello e Pignatello e in seguito ai Baroni Giunti, con il casolare del 1600. Nello stesso anno sono cresciuti, accanto agli ulivi secolari, i primi vigneti, da cui con tenacia e sacrificio è nato il primo vino. Oggi l’Azienda Agricola Ceraudo si estende su 60 ettari, di cui 38 coperti da uliveti, 20 da vigneti e 2 da agrumeti.
“Ogni lavoro è arido se svolto senza amore” ha ammesso con orgoglio Roberto Ceraudo, il quale ha saputo trasmettere questa semplice ma preziosa eredità ai suoi figli, Giuseppe, Susy e Caterina che, insieme, rappresentano la squadra vincente dell’azienda, ognuno con un ruolo diverso ma tutti con lo stesso obiettivo: continuare, portare avanti quello che in origine era solo un sogno ma che col tempo s’e’ trasformato in realtà.
Ma i sogni, si sa, non si realizzano senza tanta buona volontà. Ecco dunque che c’è voluta l’esperienza, il rigore e la passione umana per ottenere dalla terra i potenziali doni desiderati e sfidare con successo gli andamenti del mercato. I vigneti e gli uliveti sono coltivati senza l’invadenza di prodotti chimici, difesi dai parassiti con capannine meteorologiche e trappole di ferormoni a richiamo sessuale. Questo è un esempio di come si possa sfruttare la natura per preservare la natura stessa. Tutte le fasi della produzione vengono gestite internamente, ricalcando un microsistema simile a quello in uso nelle vecchie fattorie.
Il risultato non si può esprimere pienamente a parole, occorre l’assaggio, possibilmente approfittando dell’agriturismo e del ristorante dell’Azienda. Innanzitutto i vini, carichi di profumi, persistenti e freschi, in cui il sole, la frutta e i fiori primeggiano al palato regalando emozioni degne di un racconto omerico: i rossi Dattilo, Doro Be, Petraro; i bianchi Grisara, Petrella, Imyr; i rosati Grayasusi (etichetta argento) e Grayasusi (etichetta rame). E poi l’olio. Il pluripremiato Ceraudo, frutto dell’agricoltura biologica, dal sapore fruttato lievemente amaro e piccante, con sentori di mandorla e rosmarino è un piacevole stupore. Anche in questo prodotto, alla ricchezza del terreno si mescola la sapienza dell’uomo: “C’è sempre un periodo nell’anno in cui la pianta esprime le sue migliori qualità organolettiche ed è il momento in cui intervenire, anticipando la raccolta per prevenire alcuni parassiti. Componente fondamentale è anche il clima asciutto che limita la presenza della mosca olearia, ma anche l’utilizzo di tecnologie d’avanguardia, che permettono di ottenere il migliore olio in Calabria. Un prodotto naturale per antonomasia ... Come l’acqua che si attinge alla sorgente, dall’oliva, l’olio!”

giovedì 30 gennaio 2014

Amenità



Quando si sta poco bene, capita di sprofondare in una sottile soglia al limite della coscienza in cui il malessere si confonde col benessere. 
E’ quando, per esempio, si soffre di una lieve influenza, in cui pochi gradi di temperatura in più non portano con sé solo la febbre ma anche ricordi, immagini e parole lontane.
Un pianto di una bambina per il mal di pancia, il sapore di uno sciroppo troppo zuccherino, la mano della mamma sulla fronte calda, l’imbarazzo di un padre timoroso della propria impotenza, lo sguardo benevolo di chi ci ha voluto bene e che, come per magia, tutt’a un tratto ritorna a confortarci in questo languido indolenzimento del corpo. 
Ecco, quando si sta così, 'poco' bene, si torna bambini, con la naturale necessità di crogiolarsi in un ideale guscio uterino forse mai dimenticato, caldo e protettivo. Si assapora tutta la preziosità della casa e della famiglia, troppo spesso date per scontate nel frettoloso via vai quotidiano. E vien voglia di dir grazie.
Dovremmo ricordarcene anche quando si sta 'tanto' bene, quando la febbre passa e il languore svanisce ... perché i ricordi, le immagini e le parole buone restano. Anche quando si cresce.  

DALLA SICILIA CON AMORE: LE ARANCE NAVEL E VANIGLIA DI PAOLO GANDUSCIO




I mesi di febbraio e marzo, si sa, sono tanto colmi di attese per l’anelato arrivo della primavera, quanto carichi di malanni. Un po’ per gli strascichi influenzali dell’inverno e un po’ per i repentini sbalzi di temperatura di un clima che si prende gioco delle stagioni.
E allora perché non sfidare la natura ricorrendo alla natura stessa? Sfruttare i prodotti della terra per mantenersi in salute non è solo possibile ma piacevole. Un rimedio certo viene da un frutto solare come il nostro Paese: le arance, fonti preziose di vitamina C ma anche di quel benessere che sfugge alla chimica ed emana piuttosto dal colore e dal profumo.
Basta tagliare a metà un’arancia di Paolo Ganduscio, appassionato ed esperto produttore di Ribera, in provincia di Agrigento, per intuire tutto il bello e il buono di questi frutti straordinari. In questa zona benedetta dal clima, le piante d'arancio Navel sono dette Brasiliane, poiché pare siano giunte in Sicilia direttamente dal Brasile. L’Azienda della Famiglia Ganduscio, al fine di rendere questo prodotto a norma di legge, ha costruito nel cuore della propria tenuta uno stabilimento idoneo alla lavorazione delle arance, dall’inizio alla fine della filiera. Eppure, quando un prodotto è così buono, c’è sempre qualche segreto oltre alla tecnica, al rigore e all’esperienza. E basta ascoltare le parole di Paolo per rendersi conto che questo segreto è l’amore: “Quella per le arance è una delle vere, grandi passioni della mia vita. Amo i momenti passati in mezzo alle mie piante, a godermi il profumo delle zagare e lo spettacolo dei rami pieni di frutti. La mia è un'azienda di famiglia, dieci ettari di agrumeti e le arance che coltiviamo sono delle due qualità Washington Navel e Vaniglia. La Washington Navel è conosciuta da tutti, ricca di sapori e profumi che la rendono del tutto particolare; ma la vera rarità di cui sono particolarmente orgoglioso e l'altra: l'Arancia Vaniglia.”
E ha ragione d’esserne orgoglioso. Nel nome di questi frutti sono racchiuse le qualità organolettiche ma anche una caratteristica forse meno poetica eppure altrettanto importante: la totale assenza di acidità (oltre che di semi) che li rende tollerabili anche da chi soffre di disturbi della mucosa gastrica.
Oltre la salute, la bontà: da qualche anno Paolo Ganduscio si è messo in gioco anche in un altro campo, quello della cucina, sfruttando l'arancia con fantasia. E ha vinto, visto che ormai propone menù completi, dall'antipasto al dessert, tutti a base di arance. Particolarmente degni di nota (grazie al bassissimo grado di acidità, all'assenza di semi e al retrogusto furttato) sono i piatti a base di pesce e crostacei: pesce spada, gamberi, salmone e scampi ... Non resta che assaggiarli!

martedì 28 gennaio 2014

L'altro sé



Sembra impossibile, tanto che qualcuno storcerà il naso. Ma nella vita non si nasce una volta sola.
La prima nascita, infatti, quella biologica, non è l’unica perché una volta venuto al mondo il corpo, tocca anche all’anima sbocciare e fiorire. E l’anima segue un cammino tutto suo, invisibile, impossibile da prevedere, senza fasi stabilite, pieno di fosse, dossi, abbagli e trabocchetti, un groviglio di cunicoli ambiguamente ombrosi da cui è davvero difficile districarsi e azzeccare, tra i tanti possibili, il filo migliore da seguire. Lei ha un suo tempo, che pur essendo per legge lineare come quello del corpo, ha tuttavia la possibilità di indugiare in su e in giu’, avanti e indietro, oscillando tra passato e presente, tra memorie, sogni, paure e desideri, che la portano a dilatare o restringere la sua esistenza a seconda dei momenti e delle età anagrafiche di cui il corpo è inevitabilmente schiavo.
Chi ha storto il naso dall’inizio, non mi starà più leggendo ormai. Chi invece ha praticità di psiche e inconscio può seguirmi in questa riflessione che vuol essere solo una dichiarazione d’amore alla vita. Sì, perché anche quando l’anima sembra sprofondare, non stare al passo con il corpo, con gli altri, con il mondo, quando pare essersi perduta nel suo stesso melmoso buio, quel pantano torbido da cui è sgorgata, ecco che può trovare sempre una via d’uscita e ricominciare il cammino. Con tanta pazienza e umiltà, facendosi amici i sogni e i fantasmi interiori, quelli che albergano in ognuno di noi più o meno consapevolmente, si può venire a capo, piano piano, di quel filo migliore degli altri da seguire nell’intricato groviglio di sé. Alcuni hanno bisogno di una guida esterna per intuire il chiarore oltre l’abisso, altri invece, con un coraggioso sforzo, possono imparare a interrogarsi e darsi delle risposte, facendosi speleologi della propria anima. E altri ancora, infine, possono vivere tutta un’esistenza senza mai sentire il bisogno di smuovere nuclei d’energia sconosciuti e preferire una vita galleggiando, piuttosto che inabissarsi per volare… e forse fanno bene, chissà. Tuttavia, quando un’anima chiede risposte, bisogna ascoltarla, le deve trovare altrimenti soffre. 
L’importante è credere che in questa ricerca che a tratti appare logorante, dolorosa e infinita, una via d’uscita esiste sempre. Perché l’anima, appunto, può nascere una seconda volta, dopo la prima venuta al mondo insieme al corpo. Purtroppo c’è un prezzo da pagare, perché per rinascere occorre prima morire: è questo il lancinante ma virtuoso scotto che si deve accettare quando ci si avventura alla ricerca di sé. Ma ne vale la pena.
Ed è incredibile rinascere! Si ha veramente la sensazione di ricominciare daccapo, persino il corpo sembra stupirsi della fioritura dell’anima e mette nuove gemme anziché appassire in sintonia con lo scorrere ineluttabile del tempo esterno. Quando succede ciò, una volta rinati, capita di fermarsi a guardare cosa, o chi, si è lasciato alle spalle, e allora sembra di vedere un’altra persona, una pelle vuota e avvizzita partorita da una muta ... un altro sé. Ci si vede da fuori, dall’alto, da lontano, ma così lontano che quasi non ci si riconosce più e con benevolenza si sorride a quello che si era. 
E allora può essere che l’anima dia finalmente la mano al corpo e insieme proseguano il cammino allo stesso passo, con lo stesso ritmo, verso lo stesso traguardo. Fa niente se prima o poi finirà, l’importante è sentire di essere veramente nati. 

lunedì 27 gennaio 2014

To blog or not to blog...



Vorrei esprimere la mia simpatia e solidarietà alle tante e tanti blogger che seguo puntualmente in rete. Mi riferisco a quell’universo di penne nomadi che, volenti o nolenti, disertano le pagine ufficiali di riviste e webzine ma che quotidianamente liberano la propria voce ritagliandosi un proprio spazio virtuale. Uno spazio spesso ristretto e sacrificato, scevro da vincoli ma talvolta anche da gratificazioni.
Penso che, dopo tutto, la spinta a comunicare attraverso un proprio blog non risponda sempre e solo a un bisogno narcisistico, cioè quello di arraffare a tutti i costi visibilità e di mettere in vetrina la propria conoscenza o arte lirica per puro autocompiacimento. C’è chi scrive (e c’è chi scrive bene) anche per dare voce agli altri, facendosi strumento e non attore della comunicazione: per raccontare storie di persone, retroscena di situazioni, panorami emozionali, e non semplicemente fare cronaca di fatti senz’anima. Spesso su riviste e quotidiani non c’è spazio per l’emozione, tanto meno per la riflessione intima e affezionata che esonera dall’obiettività richiesta dalle redazioni.  Personalmente, e probabilmente controcorrente, noto che questo modo di comunicare spontaneo (quando è ben espresso) e svincolato dai frequenti capricci e interessi di direttori non sempre responsabili (!) sia invece ammirevole e dovrebbe essere apprezzato anche da chi fa giornalismo puro. Perché si sa, invece, che i giornalisti professionisti tendono a snobbare i blogger, quasi fossero il sottobosco ombroso rispetto al loro rigoglioso giardino (ora assai in degrado, ahimè!).
Ben vengano dunque queste penne senza patria che, con un po’ di talento e un po’ di sensibilità, aggiungono ogni giorno un tocco di umanità alla comunicazione comandata. 
... e poi, la soddisfazione d'esser liberi di scrivere ciò che si pensa non ha prezzo! 

sabato 25 gennaio 2014

Emozionando



Questa mattina una persona, incontrandomi per strada, senza nemmeno il preavviso d’un ‘ciao’, m'ha detto:
“Tu scrivi cose bellissime, Paola, tu mi emozioni!”
Bhe, non nascondo – e di fatti qui lo dico – il piacere che mi ha dato questo regalo tanto spontaneo quanto generoso. Non è il fatto di scrivere bene, che poi è relativo e discutibile, ad avermi inorgoglito, ma sentire che qualcuno si emoziona leggendomi. In effetti, ogni volta che posso, sulla pagina bianca mi piace liberare le mie sensazioni, lasciando che queste, attraverso le parole, si trasformino in emozioni, e poi in sentimenti, e che ognuno passando e leggendo facesse proprie quelle parole, emozionandosi a sua volta.
Così, in certi momenti come oggi, mi succede di rileggere un mio scritto per guardarmi da fuori attraverso la mente degli altri, in una sorta di gioco narcisistico allo specchio. E mi piace immedesimarmi in questa o quell’altra persona che magari un instante prima s’è soffermata qui a leggere. 
Cos’avrà sentito lui all'inatteso contatto col mio sospiro digitato? si sarà spaventato o si sarà eccitato ... Cosa avrà provato lei mescolando quel mio aggettivo al suo stato d’animo? si sarà commossa o turbata... E allora soppeso, carezzo, mastico i miei pensieri come un bolo di parole che si gonfia e si scioglie, che dalla bocca per contagio si diffonde nel cervello, prima, e nel cuore, poi.
Perché è inutile negarlo, anche quando si scrive per se stessi, per quel tanto decantato bisogno di liberare sensazioni, emozioni e sentimenti, segretamente si scrive sempre anche per chi legge ... che sia una sola persona ben precisa da sedurre o un’immensa platea immaginaria da compiacere. Come la luce che ineluttabilmente vien dal cielo, perché la natura giustamente lo comanda, ma che luce sarebbe senza poi senza riflettersi e moltiplicarsi nelle infinite sfumature che la terra, accogliendola, le ridona!
Alla persona che questa mattina mi ha fatto questo bel regalo, voglio dire semplicemente:
“Grazie, anche tu oggi, con le tue parole, mi hai emozionato!”