sabato 12 aprile 2014

La differenza




L’Amore senile è totale.

Acerbo come quello di un fanciullo 
e maturo come quello di un saggio.
La differenza?
Il tempo che resta ... non l’esperienza.

giovedì 10 aprile 2014

UN SOFFIO D’ARTE



MURANO, L’ISOLA DI VETRO

Da mestiere popolare ad arte raffinata: nel cuore della Laguna di Venezia si tramandano i segreti per produrre i cristalli colorati famosi più famosi al mondo


Uno dei volti più attraenti della Laguna di Venezia è quello che sposa arte e storia, un invito al piacere non solo estetico ma anche culturale. E tra questi, uno tra i più famosi al mondo è senz’altro quello dell’arte di soffiare il vetro, legato in particolar modo all’isola di Murano.
Un gesto apparentemente semplice, un soffio nel vetro incandescente, è diventato nei secoli la quintessenza di un immenso tesoro. "Vetro soffiato": viene chiamato così, perché gli artigiani lo modellano in infinite fogge soffiando un calibrato vigore all'interno di una lunga canna, con una maestria che dà la sensazione di trattarsi di magia, anziché di lavoro. Qui a Murano, le origini dell’arte vetraria si perdono nella notte dei tempi e la tradizione sopravvive rinnovata dall’estro degli artisti più giovani. Alcuni scavi archeologici testimoniano come quest’attività fosse già diffusa nel VII secolo a.C., sia a Torcello sia a Murano. Fu però nel XII secolo che l’arte del vetro cominciò a definirsi come attività manifatturiera organizzata e andò concentrandosi definitivamente a Murano. In seguito, le tecniche si sono affinate grazie ai contatti commerciali  che i Veneziani stringevano con l’Oriente e, soprattutto, con i popoli di antica tradizione vetraria come i fenici, i siriani e gli egiziani. Questa fratellanza culturale e artistica tra Venezia e l’Oriente ha pertanto reso unica al mondo l’arte vetraria della Laguna.
L’ISOLA DI MURANO
La vecchia Amurianum - così era denominata l’isola – ha sempre goduto di grande prestigio tanto da vantare una forte indipendenza dalla Signoria. Tale privilegio le venne assegnato proprio in virtù delle fornaci per lavorare il vetro e per la conseguente rilevanza economica. Con l’editto dogale promulgato dal Doge Tiepolo nel 1291, l’isola di Murano fu dichiarata vera e propria area industriale e divenne la capitale della produzione vetraria mondiale. Il mestiere era considerato strategico, tanto che severe sanzioni ne vietavano l’esercizio a chi non fosse iscritto all’arte e a chi volesse trasferirsi all’estero. L’importanza dell’isola di Murano è testimoniata anche dall’affinità morfologica con Venezia di cui ricalca gli stessi campi, calli e rii interni. La produzione vetraria, inizialmente, era in gran parte di carattere utilitario e di serie, concentrata su oggetti di uso quotidiano come bottiglie di vino e da olio, bicchieri, lampade e così via. Tuttavia, venivano prodotti anche oggetti con funzioni decorative, legati a un simbolismo spirituale e religioso. Oggi, l’arte vetraria di Murano non ha confini e abbraccia ogni foggia, sacra e profana, che l’umana fantasia possa immaginare.
LA FABBRICA COLLEONI
A pochi minuti di barca dall’Isola della Giudecca si approda a una delle più note fabbriche del vetro della Laguna, la Fabbrica Colleoni. Nata dall’operosità di Luigi Moro, la vetreria vanta una lavorazione del vetro apprezzata in tutto il mondo, grazie alla collaborazione del maestro Alessandro Barbaro. La concezione del vetro della famiglia Colleoni è sempre stata diversa da quella tradizionale, attingendo non solo al passato ma ispirandosi alla contemporaneità. Forte di un piglio innovativo, la fabbrica Colleoni ha aperto l’orizzonte a giovani maestri e artisti per creare una linea estrosa e moderna. Anche per questo è interessante visitarla, con la possibilità di frequentare workshop creativi in cui imparare il mestiere, per diventare protagonisti di questa preziosa arte secolare. Ammirare come nasce un'opera d'arte da una semplice bolla incandescente è, infatti, emozionante soprattutto conoscendo tutta la storia che quel soffio leggero contiene.

(per la rivista Aurum)

martedì 25 marzo 2014

Il tempo del piacere, a tavola e ... non solo



Rileggendo a distanza di anni “Ricette immorali”, un delizioso pamphlet gastro-erotico di Manuel Vàzquez Montalbàn, mi rendo conto di come i sensi si affinino con l’avanzare dell’età e anche una lettura può cambiar sapore. Crescendo (ma non troppo) i sapori s’accendono, diventano più intensi, corposi, sanguigni, penetranti … altro che quando si era giovani!
Sapori eccitanti, trasmessi anche dalle parole scritte. Parole imbevute di malizia e trasgressione, anche quando si parla di cibo e di cucina, come in questo libro, che induce alla lascivia e al tradimento sin dalle prime pagine. Perché il gusto del proibito, si sa, è irresistibile. Una lettura adultera, insomma, febbrilmente sospesa tra i fornelli e le lenzuola…
E mi rendo conto che uno dei fattori che qualificano il piacere, sia in cucina, sia a tavola, sia a letto, è il Tempo. Così come l’età incide sul saper assaporare, gustare e apprezzare le situazioni in un voluttuoso rimescolamento di esperienza e novità, anche lo scorrere del tempo durante la preparazione di un piatto, ovviamente condiviso, crea una dilatazione estremamente vertiginosa del desiderio, che da illibato istinto può farsi vorace peccato.
Cucinare insieme rappresenta l’apoteosi del petting. Quel continuo sfiorare di mani, di anche, di pelle, di respiro … quel costante annusare, assaggiare, leccare … quello scambio di mugolii di piacere, che soppesano piccanti fragranze e dolci armonie senza tuttavia tradire mai il linguaggio gastronomico per quello esplicitamente erotico. Insieme, si parla di cibo, si maneggiano pentole, si preparano piatti, eppure …
Eppure, la cucina è l’anticamera del piacere sessuale, se tra due anime c’è intesa viscerale. Quella complicità inspiegabile che strega e che con la sua mano invisibile, profumata di seduzione, accompagna due corpi carnosi verso lo stesso liquido destino.
E, come scrive Montalbàn, la cucina strumentalizzata alla sessualità deve avere il suo giusto tempo a tavola, né più né meno. Un lungo incontro a tavola e un dopotavola lungo allontanano l’oscuro oggetto del desiderio.
Sono assolutamente d’accordo. Da parte mia, aggiungerei che ancor più stuzzicante sarebbe un incontro moderatamente lungo esclusivamente in cucina, anziché a tavola, un ‘luogo temporale e spaziale’ che ricami insieme la trama farcita degli ‘antipasti’ con la degustazione cremosa del ‘dessert’!
Peccato non cedere all’appetito, a questo punto, perché la frontiera sfiziosa che separa i fornelli dalle lenzuola rappresenta il privilegiato punto di non ritorno per chi ama la vita. 
Proibito , anzi, immorale sarebbe negarselo!

martedì 18 marzo 2014

“I CARRACCI”, DOVE IL BUON GUSTO SI FA OPERA D’ARTE


Arte & Sapori

Al Ristorante del Grand Hotel Majestic già Baglioni di Bologna l’appetito vien guardando



Accomodarsi a tavola sotto l’impeto di Zeus che, con la sua guizzante saetta, punisce impietoso il figlio di Apollo è un’esperienza imperdibile per chiunque ami l’arte, la cucina e la seduzione dei sensi. Il Mito di Fetonte, celebre affresco dei fratelli Carracci risalente al Cinquecento, è solo una delle preziose opere che incorniciano un salone unico per eleganza e stile, anticipando le delizie dell’arte culinaria con quelle dell’arte pittorica.
Coccolare il gusto prima con la bellezza poi col sapore è uno dei segreti del Ristorante I Carracci, goloso scrigno custodito nell’Hotel*****L  Majestic di Bologna, teatro di storia, cultura e mondanità, sotto la sapiente direzione del General Manager Tiberio Biondi. Il soffitto della sala somiglia a una spaziosa volta, animata da figure e colori messi in opera dai fratelli Annibale, Agostino e Ludovico i quali certo non pensavano che, un dì molto lontano, un ristorante avrebbe preso il loro cognome. Le decorazioni sovrastano l’ampia sala donandole un respiro scenografico regale, in cui gli ospiti (70 i posti a sedere) vivono la sensazione di essere i protagonisti d’un tempo che fu.
Il servizio impeccabile e l’eccellenza gastronomica sono gli altri due segreti de I Carracci che da sempre sposa la tradizione culinaria locale con le creazioni più inventive internazionali, senza mai tradire la filosofia della propria personalità. “E’ importante far conoscere i piatti che hanno reso famosa la cucina di Bologna in tutto il mondo” afferma con giusto orgoglio l’Executive Chef marchigiano Giacomo Galeazzi e siccome personaggi da tutto il mondo da sempre passano qui, la cucina bolognese è finita – letteralmente e felicemente – sulla bocca di tutti. I menu sono ispirati agli affreschi “Le quattro stagioni” e sfruttano essenzialmente i prodotti di stagione che, come in un dipinto, compongono di volta in volta piatti di carne, pesce e vegetariani. Tra le ricette più richieste ideate dallo Chef Galeazzi insieme alla sua squadra di talenti, sono: il Salmone marinato al tè nero affumicato con cetrioli yoghurt e composta di cedro; la Battuta di carne cruda al coltello, la cosiddetta Fassona piemontese, con tartufo scorzone, sedano e zabaione freddo al parmigiano; le Tagliatelle fatte in casa con ragù, ovviamente alla bolognese; e la Ricciola in due cotture con battuta di melanzane, peperoni arrosto e finocchietto.
Ad ognuno il suo piatto preferito, dunque, così come per il vino. Perché in un Ristorante come I Carracci non poteva mancare una storica Cantina dedicata a uno dei maggiori pittori bolognesi del ‘900, Giorgio Morandi. Anch’essa cinque stelle lusso, la Cantina Morandi non è solo custode di celebri etichette nazionali e internazionali ma è anche location suggestiva dove assaporare il meglio delle antiche tradizioni bolognesi in un’atmosfera amichevole e informale. Imperdibili per chiunque volesse sorseggiare l’eccellenza della Romagna, sono i vini di Umberto Cesari che ha portato il Sangiovese al massimo della sua espressione.
Una cena a I Carracci merita d’essere coronata con una sosta panoramica sulle Terrazze del Grand Hotel Majestic, perfette durante la bella stagione per piccoli raffinati ricevimenti, cene Vip, o semplicemente incontri romantici a due, dove complice dell’intimità è la vista sulla Torre dei Conoscenti o Torre Ritrovata, nel cuore di Bologna.
Il Giardino d’inverno con i suoi ariosi tromp-l’oeil e il Caffè Majestic completano l’opera, bella e golosa dall’inizio alla fine. Un’opera degna di Zeus!
E per chi visitasse Bologna dall’8 febbraio al 25 maggio, a Palazzo Fava (a due passi da I Carracci) potrà ammirare la “Ragazza con l’orecchino di perla”, celebre capolavoro di Vermeer dall’intramontabile misterioso fascino. Per l’occasione, lo Chef Galeazzi e il Barman Shanti Medici proporranno creazioni con piatti e cocktail esclusivi ispirati alla mostra.

venerdì 14 marzo 2014

Albeggiando



Anche questa mattina mi sono svegliata prima della luce. 
Ormai è diventata una piacevole abitudine, un appuntamento con me stessa. Ho ammirato l’alba sbadigliare e rinascere e mi son sentita viva, felice. 
Tuttavia, un’ombra ha incupito i miei pensieri e mi ha fatto immaginare come sarebbe tutto diverso se, affacciandomi alla finestra, vedessi sorgere il primo sole dal mare, dalle montagne o dal mio lago, anziché dalle fronde del mio giardino. 
Il mio amato giardino…quello che m’ha visto nascere, crescere, che mi protegge dall’urbanità, dall’insipido grigiore della città. Una città di cui mi sento ostaggio! Eppure, mi rendo conto che anche questa cintura di verde, madre e amica, diventa sempre più insufficiente a sfamare il mio bisogno di natura e di libertà.
Guardo fuori l’alloro pronto ad accogliere i primi nidi, ascolto i merli chiacchierare incuranti della mia presenza, sorseggio il primo caffè di un giorno che non si sa che sapore avrà e avverto prepotente il precipizio della ribellione, accesa dalla rivoluzione dei miei panorami interiori.
Intanto l’alba s’è fatta giorno. E mi domando ... dove sono io veramente adesso?

lunedì 10 marzo 2014

AMOR



Spesso scrivo della città che più d’ogni altra amo, Roma.
Eppure non ho mai raccontato qual è l’origine del suo nome. 
Molti certamente lo sapranno, per chi invece l'avesse dimenticato e fosse curioso, ecco qui.
In verità, l’origine del nome è piuttosto controversa, una città tanto fascinosa e multiforme non poteva che racchiudere qualche mistero anche nel suo battesimo! Tuttavia esistono alcune ipotesi abbastanza accreditate.
Una di esse fa derivare il nome di Roma dall’etrusco “rumon”, che significa “fiume”, in omaggio al Tevere. Un’altra ipotesi lo attribuisce alla lingua osca, con esattezza alla parola “ruma” che significa “colle”. Un’altra ancora prende in prestito il nome dalla dea Rumia, la protettrice dei neonati che aveva un sacello presso il Ficus Ruminalis. Mentre altri, semplicemente, ritengono che sia stato il suo leggendario fondatore, Romolo, a battezzare la città.
Personalmente, credo che mito e storia giochino ad ammantare la  città eterna anche nel suo stesso nome, probabilmente ci sarà un po’ dell’uno e un po’ dell’altra in quelle quattro magggiche lettere.
Io però una mia ipotesi ce l’ho e a questa mi piace credere ogni volta che torno con il corpo o con la mente nella mia città del cuore: il nome Roma, per me, altro non è che la parola Amor … pronunciata al contrario! 

domenica 9 marzo 2014

Le stagioni dell'Anima



Evidentemente i panorami esteriori, quelli che cerco, sono lo specchio di quelli interiori. Un po’ come le letture in cui amo immergermi.
Fino a poco tempo fa anelavo l’Africa, con i suoi immensi deserti, i suoi profondi silenzi e i suoi struggenti ossimori.  Non l’ho dimenticata, è sempre dentro di me perché mi ha plasmato come il vento fa con le dune, sempre uguali eppure sempre diverse. Tuttavia, oggi ho fame di fresca effervescenza, di musica dimenticata, di colori sgargianti, di ebbra leggerezza…sì, di America. 
E allo stesso modo, ho riposto nel cassetto i mentalismi ombrosi di Dostoevskji e Jung per riscoprire la vibrante sensualità di Henry Miller e Anais Nin, anzi… vorrei dimenticare un po’ i libri di cui mi sono a lungo nutrita isolandomi in me stessa, per pensare meno e ridere di più. Voglio correre fuori, all’aria aperta, col naso all’insù e mordere la vita, bere il sole, mangiare le stelle!
Sarà la primavera, chissà…forse anche le stagioni dettate dalla ciclicità del tempo non sono altro che un riflesso dei panorami interiori, delle stagioni dell'Anima.
E allora, adesso, voglio fare come le piante, ricoprirmi di foglie, di profumati fiori, di golosi frutti … e ricominciare a vivere, sperando che l’inverno non torni mai più!