lunedì 3 settembre 2012

Specchio delle mie brame




A Vera è sempre piaciuto guardarsi allo specchio.
Sin da piccola avvertiva un piacere misterioso e perverso nell’ammirarsi seduta sulla poltroncina di velluto rosso davanti alla specchiera della sua camera da letto.
Si rifugiava lì la sera, dopo cena, di nascosto dai genitori, al semibuio dell’abatjour. E si dedicava al suo gioco preferito. Giocava ad essere grande, davanti alla sua immagine riflessa che le parlava e che si muoveva per lei.
La bambina incompiuta e decisamente non bella, inadeguata ad esprimere la voce dei suoi istinti, si trasformava magicamente ogni sera in una donna affascinante. Sensuale, provocante e irresistibile per chiunque la guardasse. Quell’immagine diventava così reale che Vera riusciva ad annullarsi completamente e ad infilarsi nelle sue belle forme feline. Le si insinuava dentro alla perfezione, come una mano in un guanto di raso.
La trasfigurazione avveniva a partire dalle labbra. Oh, quella bocca così carnosa, una promessa di baci generosi e insaziabili. Vera aveva sempre desiderato avere una bocca così e spesso si ritrovava incollata alla superficie dello specchio, labbra su labbra, intenta a baciare quella se stessa inventata dalla sua immaginazione. Gli occhi chiusi le facevano sentire più forte il calore umido di quello strano sapore, il contrasto della superficie sorda e ferruginosa dello specchio annebbiato contro la morbidezza della sua carne viva.
E poi i capelli. Quanto avrebbe desiderato possedere lunghi capelli da sciogliere sulle spalle o da raccogliere scompostamente per offrire agli sguardi un collo pulsante da sfiorare e respirare. E allora indossava una di quelle parrucche che la mamma conservava in un cassetto e che sicuramente era solita usare quando era una giovane farfalla. Capelli veri, vivi, una cascata di oro e rame. Luce perfetta per i suoi occhi verdi, unico autentico indizio di un’anima inquieta e incontenibile.
Accoccolata così nella sua culla di velluto, Vera dava inizio alla recita, immaginando che un segreto ammiratore la osservasse, intento a dominare una silenziosa, eccitata partecipazione. Si alzava il sipario e per il suo spettatore accavallava le gambe magre, lentamente, prima una, poi l’altra, provocando uno sfregamento sottile contro la gonnellina scozzese che la solleticava febbrilmente. Scuoteva la testa all’indietro, morbidamente, per sentire l’onda soffice dei capelli lungo la schiena e atteggiava vagamente nell’aria le mani sottili, inanellate di altri ricordi rubati alla mamma. E la sua voce infiammava i suoi pensieri più intimi in un monologo appassionato che elettrizzava la sua mente.
A quel punto esisteva solo la bella signora nello specchio, che si compiaceva del suo aspetto tanto da ricoprirsi di tenere carezze, fino a sorprendersi ancora più conturbante nelle curve più segrete del suo corpo ancora intatto.
Curiosa si esplorava, attenta si studiava e ogni sera Vera si scopriva sempre più palpitante, scandalosamente viva. Le sue mani percepivano un calore emanare dal velluto del suo corpo e la sua pelle tutta anticipava in un brivido il tocco delle sue dita assetate. Le sembrava di essere una gatta, arrotolata su se stessa, vibrante sotto carezze invisibili, che inseguiva facendo le fusa in un’onda continua.
Fino al culmine. Fino a quando il corpo si scioglieva e l’onda pareva diventare interminabile. Niente più labbra, niente capelli, né occhi, né poltroncina, né stanza. Solo sussulti, fremiti, lievi scosse infinite di calore, dolcissimo e violento al tempo stesso. Era come se lei non fosse più padrona del proprio corpo ma quell’essere rubata a se stessa era la sensazione più bella che avesse mai provato.
Abbandonata, Vera restava così, la testa rassegnata all’indietro sullo schienale, a immaginare giochi d’ombre rincorrersi sul soffitto. Le gambe non più accavallate ma sciolte, quasi slegate dal resto del corpo, che disobbediente scivolava giù, molle, beato, libero.
Vera cercava di prolungare il più possibile quel momento di silenzioso incanto. Respirava il suo profumo narcotizzante di borotalco, accompagnando col respiro il battito del cuore che lentamente si acquietava, quasi a volerla ringraziare di quel meritato languore. Non voleva riaprire gli occhi, rinunciare a quella bocca tumida, ai capelli di grano dorato. Non voleva dover cancellare l’impronta delle labbra sullo specchio. E soprattutto non voleva sfilarsi dalle curve seriche della donna per tornare ad essere la bambina ruvida e maldestra di tutti i giorni.
“Il gioco è bello quando è corto”, le ripeteva sempre la mamma. Una tra le tante insensatezze che Vera era costretta a sorbire e fingere di osservare per far contenti i grandi. Ma lei, ostinata e ribelle, ripeteva tutte le sere quel bel gioco. Per tanto tempo l’ha ripetuto, quasi fosse un appuntamento segreto, irrinunciabile. E ogni volta aggiungeva un dettaglio, una sfumatura alla messa in scena, per il piacere di quell’ammiratore segreto, che puntualmente tornava a farle visita, ipnotizzato dallo spettacolo che lei gli avrebbe offerto.
Il suo era un talento naturale all’erotismo. La sua malizia si arricchiva ogni volta di una consapevolezza così piacevole da educarla ben presto a gestire gli slanci dei suoi istinti, insegnandole e a rallentare il piacere e a prolungare il desiderio, per assaporarlo più intensamente.
Sono passati diversi anni ormai. Vera è cresciuta e, con soddisfazione sua e di chi ha avuto il privilegio di godere delle sue attenzioni, è diventata esattamente la donna con cui giocava nella penombra della sua stanza. E ancora oggi, a volte, quando si ammira allo specchio, sorride alla bambina che non l’ha mai abbandonata e che continua ad osservarla attraverso i suoi sognanti occhi verdi, tuttora inquieti e incontenibili, sotto lo sguardo languido del suo fedele ammiratore.

Anima nuda



Quando la mattina vi vestite per uscire di casa, pensate che a ogni bottone che allacciate, diventate sempre meno “Io” e sempre più “Super Io”. 
L’Anima, se potesse, se ne andrebbe in giro beatamente nuda e non prenderebbe nemmeno il raffreddore. 
Scegliete almeno il vestito adatto a lei e, mi raccomando, lasciate sempre un bottone slacciato sul cuore.

Luna di vaniglia




Si può sentire il sapore della luna? L’odore di un colore o il canto di un fiore?

Una passeggiata attraverso i boschi, in una malinconica giornata autunnale, può rivelarsi un’inattesa esperienza sensoriale, capace di accendere scintille di pensieri ed emozioni. Non occorre andare troppo lontano da casa, scalare montagne o solcare oceani per emozionarsi, e nemmeno c’è bisogno che accada qualcosa di eccezionale per stupirci. E’ sufficiente guardare la Natura con occhi nuovi, lasciare che essa dialoghi con il nostro corpo e il nostro cuore, per mettere in moto una giostra di sensazioni tali da farci sentire in comunione con l’Universo. In questo modo, anche il panorama più quotidiano e disponibile può trasformarsi in un teatro animato di colori, suoni, odori e sapori, che si mescolano tra loro in un modo nuovo e sorprendente.
Pochi giorni fa, camminando lungo un sentiero che costeggia un torrente, non lontano da dove vivo, ho vissuto anch’io questa magia. Ho serpeggiato tra cespugli e fronde rosseggianti, seguendo il corso pigro dell’acqua fino al lago, plumbeo e immobile per l’assenza quasi innaturale del vento. A volte, quando si cammina, si dimentica che esiste uno spazio immenso anche sopra la nostra testa ma basta alzare gli occhi al cielo per scoprirlo e rimanerne incantati. Infatti, dall’alto, attraverso le cime degli alberi, filtrava un filo di luce, sottile ma tagliente come una lama, che animava le tenui sfumature di verde sulle foglie, non ancora del tutto divorate dalle audaci pennellate gialle e rosse dell’autunno.
E’ stato proprio allora che, in quello spumeggiare acceso di colori, ho sentito improvvisamente un sapore ben preciso, come se quei colori io li stessi mangiando! Tutt’a un tratto, ho percepito in bocca il gusto esotico del mango maturo, con la sua polpa densa e fruttata, che si scioglieva lentamente in succo fino al suo cuore.
Inebriata da quel curioso amalgama di sensazioni, ho proseguito emozionata a caccia di altre tracce che solleticassero i miei sensi, come un cane che fiuta il passaggio di un’allettante preda. Mi son sentita in balìa di un’eccitazione sconosciuta, tanto da chiedermi se i colori potessero avere anche un odore oltre ad un sapore. Ed è stato proprio il mio naso a darmi la risposta, poco più avanti, quando mi sono ritrovata come immersa in quello splendido quadro di Rousseau intitolato “Il sogno”. Una cascata di verde, a capofitto sul torrente, ha aggredito il mio olfatto di un non so che d’acre e pungente, che non ho saputo ricondurre a un cibo buono e goloso. Era semplicemente odore di verde, di foglie e di muschio. E l’acqua, dove le fronde s’inchinavano quasi ad abbeverarsi, accentuava prepotentemente quell’asprigno solletico dentro le narici.    
Sempre più estasiata, sazia di mango ed ebbra di verde, ho raggiunto infine il lago, mentre l’ultimo raggio di sole eclissava dietro le colline. Lì la temperatura era sensibilmente più alta rispetto al bosco e un flebile venticello faceva suonare le canne sinuose sull’acqua, come fossero vibranti corde d’arpa.
  Mancava proprio il sonoro in quell’inatteso concerto dei sensi. Ma, tutt’a un tratto, ho avvertito una dissonanza, come quelle improvvisazioni ritmiche della musica jazz, che ti scuotono e ti sorprendono. E ancora una volta è stato il mio naso a parlarmi. Non ho dovuto sforzare troppo la fantasia per distinguere un odore che zaffava prepotente l’aria, caricandola di amaro, di terra, di marrone e di … Difatti, lo scorcio che si è aperto ai miei occhi poco dopo confortava gli inequivocabili messaggi olfattivi.
Un bellissimo cavallo bianco, incurante di me e del mondo intero, beatamente rapito dal suo instancabile brucare, aggiungeva vita e movimento al teatro naturale. E aggiungeva anche l’odore forte di stalla, di fieno, di selvatichezza, che completava il quadro rendendolo più reale. Che animale sensuale! Forse stava riposando, dopo una corsa in libertà. Osservando quella creatura attraverso lo zoom della macchina fotografica, mi pareva di poter allungare un braccio e di riuscire a toccarla. Ho sentito, sotto le mani, il pelo ruvido, compatto e umido di sudore, la criniera ispida, folta e spettinata, nonostante il mantello bianco desse invece un’illusione di morbidezza, e ho sentito scorrere il flusso denso del sangue, il battito del cuore placarsi dopo la corsa, attraverso i muscoli caldi del collo, ancora tesi e pulsanti.
In pochi scatti ho rubato al cavallo tutte queste impressioni, assorbendole e mescolandole con l’incredibile impasto sensoriale già presente in me.
Rapita da tutti quegli incantamenti non mi ero quasi accorta che la sera era ormai inoltrata e che era arrivato il momento di tornare casa. Incamminandomi, mi sentivo leggera e in un certo senso eccitata mentre, nella mia testa, il pensiero logico cercava di farsi strada tra i residui delle emozioni provate fino a quel momento. La cosa mi piaceva, mi divertiva alimentare quella specie di conversazione interiore tra ragione e sentimento. Era come se il mio cammino non fosse più solitario ma che, all’improvviso e per magia, un grande scienziato della mente e un romantico poeta avessero deciso di accompagnarmi a casa per spiegarmi, ciascuno a suo modo, ciò che mi era successo quel pomeriggio. Ho accettato il gioco. In fondo dovevo pur camminare per almeno un quarto d’ora prima di rincasare e cosa di meglio che farlo in compagnia? Così, ho ascoltato dentro di me le parole dell’uomo di scienza che, con tono di ironica benevolenza, mi diceva: 
“Sai bene, che quello che hai provato non è una metafora poetica e non ha semplicemente a che fare con le virtù artistiche di un’anima particolarmente sensibile. Né, tantomeno, con visioni, allucinazioni o distorsioni della mente. In realtà, mia cara, si tratta di un fenomeno che la neuroscienza conosce benissimo e gli ha dato anche un nome: SINESTESIA ovvero “PERCEZIONE SIMULTANEA”. Naturalmente ne ha spiegato anche i meccanismi, dimostrando che, a volte, i segnali provenienti dall’esterno – colori, odori, suoni, sapori e sensazioni tattili – vengono percepiti da regioni del cervello che, normalmente, non sono preposte a quella funzione.”
” E allora che succede?” gli ho chiesto.
“In poche e semplici parole, succede che gli stimoli si avventurano per le vie neuronali attivando simultaneamente più regioni cerebrali, disorientando così i nostri schemi sensoriali e prendendosi un po’ gioco delle nostre percezioni. In questo modo, può succedere che un odore venga udito, un colore possa essere gustato, o un suono alteri la temperatura percepita dal nostro corpo, facendoci sudare o rabbrividire. Mi segui?”
 “Certo che ti seguo, non sono mica stupida.” ho risposto piccata.
“Bene. Non voglio prenderti altro tempo visto che stai per arrivare a casa, ma voglio aggiungerti che la faccenda è molto complessa e affascinante e ha altri interessanti risvolti. Alcune persone, ad esempio, associano ad una precisa nota musicale un colore: il do è rosso, mentre il fa diesis è blu. Pensa, questo può rivelarsi un utile meccanismo di memorizzazione di complessi spartiti musicali, non trovi? Per altri individui sono i numeri o i grafemi ad assumere un colore. Altre persone ancora attribuiscono ai giorni della settimana e ai mesi dell’anno, sapori o colori precisi, senza sapere perché. Il lunedì può assumere l’aroma del caffè, mentre Agosto potrebbe essere una tavolozza di azzurro e ...”
“Va bene, basta, basta ... ho capito”. Ho detto a quel punto, conquistata dal suo sapere ma anche un po’ delusa.
Non so perché ma non mi piaceva sentirmi sinestetica. Preferivo immaginarmi curiosa e ingorda della Natura, in tutte le sue manifestazioni, meravigliose e tragiche che fossero e mi piaceva pensare che l’Autunno fosse davvero giallo-rosso, col sapore di mango e odoroso di verde pungente! 
Mi sono rivolta speranzosa verso il poeta. L’ho osservato di sottecchi: era alto, magro, con una corta ma incolta barba bianca e un sorriso dolce e svagato come, non so perché, ho sempre immaginato tutti i poeti del mondo. Il suo sguardo era  rivolto verso il cielo, in direzione di una splendente luna piena, con un’espressione che mi sembrava la più felice del mondo. Quasi timorosa di disturbarlo, gli ho chiesto:
“Scusa, poeta, anche tu pensi che le sensazioni che ho provato sono state solo un’esaltazione dei miei neuroni?”
Il poeta, non ha distolto lo sguardo dalla luna. Ha sospirato e, con un sorriso ancora più intenso, mi ha risposto:
“Lo sai, bambina, che la Luna profuma di borotalco e ha il sapore di vaniglia?”
Purtroppo, proprio in quel momento, ero arrivata di fronte alla porta di casa. Ma, prima che il mio fantastico sogno sparisse, ho abbracciato il mio poeta e, con un sorriso grato, gli ho sussurrato: … “Sì, poeta, lo sapevo!”
Post scriptum: a chi volesse approfondire le proprie conoscenze sul fenomeno della sinestesia, consiglio di leggere i libri di Vilayanur Ramachandran, neuroscienziato indiano all’avanguardia negli studi di psicofisica, nonché piacevolissimo scrittore. E’ lui lo scienziato che mi ha accompagnato durante la mia fantastica passeggiata. Chi, invece, volesse conoscere il nome del mio poeta, bhé, mi dispiace ma questo è un segreto che terrò gelosamente custodito in me!

“La luna e le stelle brillavano sopra le nostre teste.
Finalmente così ci calmammo.”
Henry David Thoreau

La voce della Terra




Quando ero piccola, qualcuno mi regalò un mappamondo. Era grande, molto grande, almeno così appariva ai miei occhi sognanti di bambina. S’illuminava al suo interno di una luce liquida, che carezzava tutta la tonda superficie, dando alla nuda plastica una piacevole sensazione di calore e movimento. Quando l’accendevo, la Terra si colorava di vita. Tra le mie mani scorrevano fiumi e laghi, si schiudevano baie e oceani, si srotolavano deserti e s’impennavano montagne che declinavano tra prati e colline. Contemplavo con la mente meraviglie che, ne ero certa, prima o poi avrei visto, calpestato e respirato davvero. E così è stato.
Quel mappamondo esiste ancora. Sta posato sullo scaffale più alto della mia libreria, dove solo la polvere lo carezza ormai, tanto non serve più. C’è internet, oggi, che mette il mondo in mano. Eppure, qualche volta, alzo ancora lo sguardo lassù e un sentimento di tenerezza si mescola alla nostalgia del tempo che passa.
Il tempo passa e cambia tutto. Quel bel mappamondo, oggi, mi appare quanto mai piccolo, fragile e spento. E’ lo spettro di un Pianeta sofferente, che grida e chiede ascolto! Ci sono crepe al posto dei mari e ferite anziché montagne. Tanti dei luoghi che, crescendo, ho avuto la fortuna di visitare, sono oggi sconvolti, stravolti, irriconoscibili. Alcune meraviglie nemmeno esistono più, perdute per sempre e mi domando … domani, tra qualche anno, cosa resterà e come si trasfigurerà ancora questa nostra bellissima, povera Terra.
Non sono catastrofista, credo nel futuro. Mantengo acceso quello sguardo stupito e curioso di bambina ma non posso fare a meno di ascoltare con seria preoccupazione la voce della Terra che, sempre più spesso, si leva greve come un monito, un’accusa.
Perché la Terra ci sta parlando! Lo fa in continuazione ma evidentemente non basta che sussurri, che mormori, occorrono grida e non gemiti, perché ci si accorga di Lei. Ci sta ricordando che la nostra vita, quella di tutti gli esseri viventi, è stata possibile, e sempre sarà possibile, proprio perché Lei, la Terra, è viva! Anche Lei, come noi, vive e si muove, costantemente, in maniera impercettibile, fluttuante ma si muove. Sposta mari e continenti, respira e palpita, ha il fuoco dentro di sé ed è proprio quel fuoco la sua forza, la sua energia e la sua difesa. Ha un cuore che batte e questa vitalità ha un prezzo che tutti, purtroppo, ben conosciamo: i terremoti, i maremoti, gli uragani, gli tsunami. Ecco che a volte Lei deve abbandonare il suo ritmo lento e ineluttabile per scoppiare violentemente, con furia: deve urlare la Terra, perché questa è la sua natura, altrimenti muore.
Sciocco è l’uomo se non si riconosce come parte integrante di questa stessa Natura. Sciocco è l’uomo che progetta la sua vita illudendosi di regnare sovrano indiscusso in un paradiso terrestre immutabile ed eterno a disposizione esclusiva dei suoi capricci e deliri. E soprattutto sciocco è l’uomo se pensa di poter vivere senza limiti e senza riguardo per ciò che la Natura gli offre. Ecco cosa chiede a noi in cambio la Terra: umiltà e rispetto!
Troppo spesso siamo sordi a questa preghiera. Sordi e miopi. Perché non solo stiamo spremendo la Terra di tutto quel che ha da offrirci ma ci permettiamo anche il lusso di farci del male assurdo, gratuito, tra di noi, dividendoci anziché unirci per darci forza e coraggio. Non ci rendiamo conto di vivere tutti su un granello di sabbia, alla deriva di un oceano infinito, dove un gruppetto di minuscole formiche deliranti preferisce isolarsi dalle altre, nel ridicolo affanno di preservare ognuno il proprio infimo giardinetto profumato, seminato di vacuo benessere e facili comodità. Questa non è retorica, non è filosofia: è realtà! Ostentando questo modo folle di ragionare, presto si faranno partiti di quartiere, leghe di condominio e bunker familiari, con l’illusione di salvarsi ognuno dentro il proprio micromondo fiorito di egoismi, mentre fuori la feconda Terra esplode!
Forse è il caso di ripensare alla nostra caducità e transitorietà, non soltanto personale ma collettiva. Passato un terremoto, si ricostruisce e ci si rialza in piedi. Le grandi ferite, quelle visibili, si rimarginano prima o poi e smaltite l’emozione, la commozione e la paura, ecco che si ritorna a vivere come prima, anche meglio di prima, perchè da tanta sofferenza dovremmo avere imparato qualche cosa di utile … si spera!
Tuttavia, oggi, se di fronte agli squarci tellurici, alle onde gigantesche e ai missili di fuoco sembriamo rassegnati ad accogliere la sfida, è l’Invisibile che spaventa. Quella specie di peste moderna radioattiva è come un pus venefico, tentacolare, che fuoriesce da un enorme bubbone e che lentamente si diffonde, scavando dappertutto, persino dentro il nostro minuscolo giardino fiorito. Così come la luce liquida del mio mappamondo inondava di vita il globo tra le mie mani, questo veleno invisibile s’insinua ovunque, circonda ogni cosa e invade ogni creatura. E’ una peste subdola, silenziosa e inesorabile, che scorre nell’acqua, si libra nell’aria, penetra nella terra, morde la pelle e non dà possibilità di scampo. Di fronte a questa minaccia invisibile che divora da dentro, allora sì che siamo tutti uniti e diventiamo tutti ugualmente muti, ciechi e paralizzati.
Magari, questa paura che disarma e disorienta, quest’incubo che improvvisamente ritorna e ci denuda, sarà la scintilla necessaria a scuoterci dal beato torpore in cui eravamo calati. Risveglierà i nostri sensi, accenderà un’altra febbre, resusciterà un nuovo Adamo e una nuova Eva, insieme a quella straordinaria capacità di reagire, di creare e di reinventare che noi Esseri umani abbiamo.  Bisogna aprire gli occhi per guardare lontano e tendere le orecchie per ascoltare la voce della Terra, tutti insieme, coltivando sogni realizzabili e speranze condivisibili, non solo fazzoletti di aridi giardini.
Vorrei soffiar via la polvere, ora, e poter vedere ancora illuminarsi di luce liquida il mio mappamondo colorato, sentire il suo calore sempre vivo e palpitante tra le mani e vorrei poter scrivere, tra tanti, tanti anni …. “che paura abbiamo avuto ma ce l’abbiamo fatta anche quella volta e oggi la Terra risplende ancora più bella!

Emozioni piccanti come il miele




Qualcuno, dopo aver letto l’articolo “L’odore delle emozioni”, mi ha scritto incuriosito e un po’ incredulo. Le perplessità non si riferivano al supernaso del mio affettuoso Rocky o alla sensibilità della mia povera Tris, bensì all’affermazione per cui le api hanno un senso dell’olfatto che fa concorrenza a quello dei cani.
Ho approfondito l’argomento in questi giorni, meravigliandomi ancora una volta di quanto si possa imparare dal mondo animale e non solo confermo lo straordinario olfatto di questi operosi insetti ma ho scoperto alcuni risvolti molto curiosi e forse non così noti a tutti.
Innanzitutto, dovete sapere che un’ape sa rintracciare un odore nella misura di una gocciolina disciolta in una piscina olimpionica. Il processo di riconoscimento di un odore coinvolge dapprima un’antenna, quella destra, e successivamente quella sinistra, associata alla memoria olfattiva a lungo termine.  Rispetto al cane, per natura giocherellone, l’ape è più facilmente addestrabile e seguendo un breve training, le sue antenne imparano presto a collaborare amplificando sia la sensibilità, sia la memoria olfattiva. Per educare l’operaia alata a rispondere agli stimoli odorosi, basta esporla a un odore specifico, offrendole subito dopo, come premio, dell’acqua zuccherata: dopo sole quattro esposizioni di pochi secondi, l’ape impara ad associare quell’odore al sapore dolce del cibo e la volta successiva essa reagirà istintivamente estendendo la linguetta alla sola esposizione all’odore, anche in assenza del cibo, perché si aspetterà di ricevere il gustoso premio. Si riproduce così lo stesso riflesso condizionato che Pavlov aveva studiato nei cani. La cosa incredibile è che le api, così piccole e apparentemente fragili, sono in grado di riconoscere qualsiasi tipo di profumo, da quello delle fragole mature a quello della cannella, dall’aspro degli agrumi al dolce della vaniglia ma anche odori meno gradevoli ed estranei al mondo naturale, come quelli delle droghe e degli esplosivi. Da qui, l’interesse degli uomini a sfruttare le potenzialità degli imenotteri a scopi del tutto estranei agli istinti naturali e non proprio piacevoli, immagino, per le poveri api così schiavizzate.
Un’azienda britannica, la Inscentinel, ha infatti costruito un prototipo di rivelatore, in cui vengono impiegate tre api chiuse in piccoli contenitori da cui fuoriescono solo le testine. Mentre un ventilatore sospinge aria odorosa verso le testine degli insetti, una mini telecamera registra il movimento della lingua delle api, inviando in diretta le immagini a un computer. In questo modo, si vede come i tre imenotteri si trasformino istintivamente in mini detective, reagendo vivacemente anche in presenza di sostanze volatili esplosive umanamente impercettibili. Questa scoperta renderebbe le api degli ottimi rilevatori all’interno degli aeroporti, per esempio, accanto ai pastori tedeschi che mi suscitano sempre tanta tenerezza con quello sguardo perso, drogato, votati a una missione che non avrebbero mai scelto. Onestamente, mi auguro che le povere api non facciano la stessa sorte e siano lasciate libere di regalarci quella dolcezza preziosissima, quell’energia insostituibile che è il miele.

Un proverbio dice ‘Dio ha creato le api, il Diavolo le vespe’ e forse le piccole api riusciranno ad evitare la sorte di cavie perché si è scoperto che anche le cugine vespe, istintivamente meno simpatiche, sono molto sensibili agli odori. Alcune vespe, infatti, depongono le uova nel corpo di bruchi di cui riconoscono la presenza grazie all’odore specifico che le piante emanano quando vengono intaccate da quei bruchi. Si è visto che anche le vespe sono istruibili e, sottoposte allo stesso esperimento pavloviano utilizzato con cani e api, hanno dimostrato di riconoscere i timbri odorosi di tritolo, cadaverina e putrescina rilasciati dai corpi in decomposizione, anche in piccolissime quantità impercettibili all’uomo. Tuttavia, la reazione delle vespe agli stimoli olfattivi è diversa da quella delle api. Le femmine, reagendo all’odore emesso dalle piante attaccate dai bruchi, danno vita a una furiosa danza a spirale, mentre al cospetto di un odore buono e appetibile, abbassano delicatamente le antenne. Seguendo i movimenti degli insetti rinchiusi in un contenitore dotato di mini videocamera, si possono quindi distinguere i vari tipi di odori recepiti dalle vespe a seconda dei loro movimenti reattivi: se ballano una rumba, siamo di fronte a un pericolo, se si abbandonano a un casquet possiamo stare tranquilli. Data la loro straordinaria reattività a certi specifici odori, sembra che una possibile missione umanitaria per le vespe sia quella di identificare la presenza di alcune malattie: ulcere, tubercolosi e alcuni tipi di cancro sono associati a questi particolari odori. Gli insetti potrebbero, dunque, identificarli prima di una diagnosi medica o della comparsa di sintomi palesi.
Prevale tuttavia un sentimento romantico sulla mia abituale ammirazione per la scienza e, pensando a questi esperimenti, provo un’istintiva pena per i laboriosi insetti, costretti a sgradevoli lavori forzati. Comunque, qualora fosse necessario, preferirei essere annusata dalla proboscide di un’ape o esplorata dalle antenne di una vespa piuttosto che dal naso di un ratto o di una pantegana! Sappiate, infatti, che anche altre specie di animali sono costantemente sottoposte a simili test olfattivi. E pare che i ratti giganti della famiglia dei Cricetomini siano stati addestrati per identificare la presenza delle mine, così come l’odore della saliva nei malati di tubercolosi. Ancora più incredibile è la notizia per cui alcuni pesci sembrano essere in grado di rilevare alterazioni nell’acqua potabile: un tipo di pesce persico, infatti, tossisce quando alcune tossine sono presenti in minime quantità nell’acqua in cui nuota e pare che un bacino idrico di New York abbia già testato con successo questo sistema di rilevazione naturale.
Per finire in dolcezza … spero che ognuno di questi animali possa continuare a fare liberamente l’animale e che l’uomo si limiti a studiarli con la delicatezza che meritano, sfruttandoli, se proprio necessario, nella maniera più rispettosa e naturale. Prima di arruolare sciami di api-segugio, sottraendole alla loro dolcissima missione, pensiamo un attimo a cosa rinunceremmo …
Il miele, nettare di Afrodite, dorato tesoro della Terra, è la miracolosa sintesi dell’anima dei fiori e il lavoro delle api addolcisce non solo i palati ma la vita stessa, da molto tempo prima che venisse scoperto lo zucchero. Il sapore e l’aroma del miele raccolto dipendono proprio dal tipo di fiore che le operaie alate hanno anelato, succhiato e meticolosamente depositato seguendo le vibrazioni del loro straordinario fiuto. Non sorprende, dunque, che un alimento così naturalmente denso di fiorita energia sia da sempre considerato un cibo sensuale e un potente afrodisiaco. Il miele, per l’elevato contenuto di vitamina B e C e di minerali, stimola effettivamente la produzione degli ormoni sessuali e rigenera gli amanti spossati dalle scorribande amorose ritemprando i corpi in tempi brevi, risvegliando il desiderio e invogliando i più arditi a nuovi giochi erotici. Cleopatra, per esempio, era solita preparare un composto di miele tiepido e mandorle tritate da usare come unguento per rendere la sua pelle vellutata e irresistibile al focoso tocco dei suoi amanti. E pare che Giulio Cesare e Marco Antonio ne deliziarono in abbondanza, tanto da ingrassare oltremodo non solo perché disdegnarono la rude vita delle caserme per i languidi piaceri della corte egizia, ma anche perché trovarono particolarmente gustoso suggere, come adoranti fuchi, il miele piccante dall’intima coppa della bella regina.
Sarà forse in virtù di simili leggendarie estasi che gli sposi novelli cominciano il matrimonio con una stimolante ‘luna di miele’? Non so, in ogni caso io consiglierei a tutti gli sposini di partire per il viaggio di nozze portando con sé tanto amore, passione e fantasia ma anche un bel barattolo di miele profumato con cui insaporire effusioni, carezze e baci perché, come diceva Cyrano de Bergerac (a proposito di nasi esperti):
“Un bacio è … il brivido del miele di un'ape che sfaccenda, una comunione presa al petalo di un fiore, un modo lungo e lieve di respirarsi il cuore e di gustarsi in bocca l'anima poco a poco ...”

L'odore delle emozioni




Quando Rocky mi corre incontro scodinzolando e mi annusa non sente solo il mio odore. Non cerca solo di scoprire se in mano nascondo un delizioso biscotto o l’odiosa spazzola per strigliarlo. Il mio cane, in realtà, va a caccia di molte altre informazioni su di me, che vanno oltre il senso dell’olfatto a livello epidermico. Lui sente anche le mie emozioni! Mi studia, mi analizza, mi ‘ascolta’e sniffandomi con quel suo tartufo nero e umido riesce a percepire se sono in vena di giocare o se invece ho bisogno di coccole e quiete, se sto per rimproverarlo o se sono in procinto di portarlo a fare una passeggiata, se sono eccitata o malinconica. Senza che io dica nulla, lui mi capisce, inclina da un lato il suo testone e con i suoi occhi profondi mi scruta attento, raggiungendomi laddove raramente lo sguardo umano arriva. Mi comunica così la sua istintiva comprensione, assecondando generosamente il mio stato d’animo e confermando ogni volta un insostituibile rapporto empatico e affettivo.
Si sa, l’olfatto degli animali è straordinario. Non solamente quello dei mammiferi ma anche quello di molti insetti, tra cui le api che fanno concorrenza ai cani, sia in abilità, sia in potenzialità di apprendimento. Ma anche noi umani utilizziamo inconsapevolmente questo senso primario, spesso sottovalutato, nelle relazioni di tutti i giorni, emotive, sociali e affettive. Ciò che il nostro naso percepisce e trasmette al cervello a livello inconscio, si traduce a livello conscio: prendiamo decisioni, traiamo conclusioni, mettiamo in moto azioni che apparentemente non avrebbero nulla a che fare con gli odori che ci circondano, eppure così non è. Non ne siamo quasi mai consapevoli, innanzitutto perché vincono gli altri sensi, soprattutto la vista, e poi perché il nostro cervello viene attivato da un odore mezzo secondo prima che noi stessi possiamo renderci conto dell’effettiva presenza di quell’odore.
Siamo in balìa, dunque, di profumi, aromi, odori, effluvi e puzze che suggestionano il nostro quotidiano agire. E siamo, quindi, molto più simili ai cani di quel che pensiamo, anche se forse non ci piace doverlo ammettere. Certo, non possiamo vantare la stessa capacità di rilevamento degli odori, né la destrezza nell’annusare dei nostri amici pelosi (anche se, con un po’ di esercizio, queste abilità possono essere affinate e addestrate anche negli umani). Il vantaggio indiscutibile dei cani su di noi dipende dal fatto che le cellule dei recettori olfattivi canini sono venti volte superiori alle nostre, insieme ai geni correlati. Inoltre, quasi tutti i cani, sono facilitati dal muso allungato, e comunque sempre più vicino al terreno rispetto al nostro, in grado quindi d’infilarsi ovunque in maniera rapida e flessibile. La natura ha consentito a noi umani di compensare queste lacune sviluppando vertiginosamente tutti gli altri sensi, risparmiandoci così anche molti effetti collaterali spiacevoli legati all’istinto di annusare. Per esempio, la maggior distanza del nostro naso da terra non solo ha stimolato lo sviluppo di una vista notevole ma ci ha consentito di evitare molte infezioni. Sembra una banalità eppure è una conseguenza molto importante dell’evoluzione. Il nostro olfatto resta tuttavia potentissimo, anche se i nostri nasi stanno quasi sempre in stand-by, perché pur possedendo minori recettori olfattivi riusciamo a percepire maggiori molecole olfattive rispetto ai cani, grazie anche alla collaborazione del nostro raffinatissimo sistema gustativo. Almeno così dimostrano gli esperimenti più recenti nel campo delle neuroscienze, eseguiti tramite brainimaging.
Quindi, ciò che fa la differenza tra l’olfatto di Rocky e il mio, non è tanto il naso, bensì il cervello! Il sistema olfattivo umano costringe il cervello a lavorare su più fronti, attivando aree neurali associate alle emozioni, alla memoria, alla reazione motoria e al linguaggio. Un ingranaggio magnifico che, acceso da un soffio, innesca un lavoro a catena miracoloso e infinito. L’aveva intuito perfettamente Proust con la sua madeleine, senza essere ufficialmente uno scienziato. L’attivazione contemporanea di più aree cerebrali consente, dunque, un’elaborazione più significativa degli input olfattivi rispetto a quanto non avvenga negli animali. Infine, il coinvolgimento del linguaggio corona le nostre abilità olfattive, consentendo a scrittori come Proust di scrivere pagine immortali e permettendo a nasi addestrati, come quelli dei sommelier o degli analisti sensoriali, di classificare e descrivere sottilissime differenze volatili che sfuggono alla coscienza della maggior parte di noi, facendo del proprio naso una piacevole professione.
Una delle scoperte più interessanti circa il sistema olfattivo, a livello neurologico, è quella che rivela come operano e collaborano le due narici di fronte agli stimoli. Perché le narici sono due? Non è solo una questione di simmetria e, dunque, di estetica ma anche di specializzazione: ogni narice raccoglie aria da zone spazialmente distinte davanti al nostro viso, nonostante la prossimità che c’è tra loro. E’ facile dimostrare la difficoltà che si ha nella percezione di certi odori tappando una narice, e viceversa: moltissime sfumature non vengono colte da una singola narice. Per non parlare, poi, di quanti problemi devono affrontare gli anosmici! Non ci si pensa, anche perché per fortuna la perdita del senso dell’olfatto (anosmia, appunto) non è una malattia così frequente. Non è nemmeno considerata invalidante ma chi ne soffre sa bene che disagio sia non poter riconoscere gli odori: scambiare per buono un cibo disgustoso, non accorgersi del gas rimasto inavvertitamente aperto in cucina o di un incendio che divampa in casa durante il sonno. Sono tutte situazioni estreme, di pericolo, è vero, ma l’anosmia conduce spesso anche alla depressione, perché è dimostrato che l’esistenza di un anosmico è decisamente più triste, vuota e sterile rispetto a quella di chi sa gustare i piaceri della vita con tutti quanti i sensi.
Al di là degli innumerevoli aneddoti che confermano scientificamente l’importanza di un senso così primario come l’olfatto anche nell’uomo, è il risvolto emotivo che mi affascina di più. Perché un profumo o un odore funziona un po’ come una musica: entrambe stimolano umori e stati d’animo in maniera apparentemente irrazionale, tuttavia i timbri di un profumo sono più subdoli degli accordi musicali. Mentre le note hanno un nome, seguono una ritmica e una grammatica, gli odori sono spesso sconosciuti, inafferrabili, effimeri, imprevedibili, cangianti, indefinibili. Oltretutto chi può dire con certezza se quello che il mio naso avverte è identico a ciò che percepiscono gli altri? Si tratta di un linguaggio misterioso, intimo, ancestrale. Il fatto che qualche giorno dopo la nascita siamo già in grado di riconoscere nostra madre dall’odore prodotto dalle ghiandole apocrine delle ascelle e dei capezzoli la dice già lunga! Siamo abituati a sentire l’odore materno già nel ventre, attraverso il liquido amniotico e tramite questo comune denominatore riconosciamo persino l’odore dei nostri fratelli dopo la nascita. Ed è altrettanto vero che una madre sa riconoscere l’odore del proprio bambino tra tanti, solo annusando la sua tutina o il lettino in cui è stato adagiato. Io stessa, dopo 15 anni dalla sua nascita, fiuto inconsciamente la presenza di mio figlio e ho persino la ridicola abitudine di annusare i suoi indumenti quando rientra la sera, come un vero segugio sulle orme del colpevole, per scoprire eventuali tracce di bugie e soprattutto di fumo. Cosa che, grazie al cielo, non mi è mai capitata. L’unica eccezione all’infallibilità del fiuto materno riguarda i gemelli omozigoti, per cui una madre può confondersi facilmente nel distinguere ciascuno dei suoi figli. Questo conferma l’influenza genetica sulle firme olfattive ed è lo stesso principio per cui ai segugi bastano pochissimi indizi olfattivi per riconoscere una persona ricercata da un qualunque estraneo (a meno che, il ricercato non abbia un gemello omozigote!). E sempre per restare nell’ambito canino, anche noi ‘padroni’ siamo in grado di riconoscere l’odore del nostro amato cane, anche solo annusando la sua coperta tra quelle di altri cani, a prescindere dalla piacevolezza o meno del timbro olfattivo che emana. Se non è amore questo!
Con tutte le conoscenze che oggi abbiamo circa il funzionamento del nostro sistema olfattivo, forse si è perso un po’ il senso misterioso e poetico di alcune relazioni umane a vantaggio di spiegazioni chimiche e neurologiche sempre più infallibili. Così, l‘amore, il sesso e persino la malinconia e la depressione potrebbero essere spiegati attraverso molecole e sinapsi, perché i sensi dialogano strettamente con le emozioni e si mescolano in quel sistema limbico, responsabile dell’emotività e dei ricordi. In pratica, oggi sappiamo che se una persona ci è istintivamente simpatica o antipatica può dipendere anche dalle sue secrezioni endocrine che vanno a stimolare certe zone del nostro cervello; se involontariamente eccitiamo una persona o ne siamo perdutamente attratti è in buona misura dovuto alla tempesta dei nostri feromoni; se scegliamo di frequentare più spesso un locale piuttosto che un altro, può dipendere anche dall’atmosfera olfattiva che ci circonda; se alcuni nostri ricordi sono più vividi di altri è perché vengono probabilmente associati ad effluvi, piacevoli o spiacevoli, delle situazioni rievocate; e chissà, se di notte abbiamo un terribile incubo o viviamo un sogno eccitantissimo, potrebbe dipendere dall’influsso di odori subliminali che inconsapevolmente assorbiamo durante il sonno. Un bel libro di Camilleri s’intitolava, guarda caso, “L’odore della Notte” e ricordo che in quelle pagine si raccontava molto bene come la notte sprigioni odori particolari, del tutto diversi da quelli del giorno. Naturalmente era Montalbano a parlare e lui di fiuto se ne intende!
In conclusione, dovremmo essere fieri di somigliare un po’ ai nostri amici cani, avrebbero molto da insegnarci, aiutandoci a recuperare le nostre capacità olfattive primarie, da addomesticare e utilizzare in maniera più consapevole. Ora ho Rocky, il mio dolce molosso, che mi fa da guida oltre che da guardia e da compagnia. Venti anni fa, invece, il cane che abitava con me era una bella femmina di setter, furba e vivace, e si chiamava Tris. Una fredda sera di dicembre, Tris per tutto il pomeriggio e in maniera del tutto inspiegabile, non volle uscire in giardino, non mangiò nulla, si accoccolò seriosa sulla poltrona di fronte al letto di mio padre e non si mosse di lì fino a notte fonda. Fino all’ora, cioè, in cui mio padre spirò, dopo una lunga brutta malattia, senza che ci fosse stato durante tutto quel giorno un evidente peggioramento del suo stato di salute. Nessuno di noi, a parte il mio cane, aveva avuto sentore che qualche cosa di nuovo e perfido stesse maturando inesorabilmente dentro il corpo ancora apparentemente combattivo di mio padre. Noi umani potevamo usare il cervello per pensare, supporre, immaginare, pregare, scongiurare o lasciarci illudere ma non per ‘sentire’ con certezza la presenza dell’Invisibile.
Forse, persino la Morte ha un suo odore.

Figlia del Sole e del Vento




“Buongiorno, quanto tempo … come va?”
“Buongiorno Paola, bentornata …”
“Grazie! Finalmente è primavera, mi mancava il lago! … Tutto bene?”
“No, tutto male purtroppo …”
“Perché, che succede?”
“Mia moglie …”
“Cos’è successo a sua moglie, non l’ho ancora vista a spasso con Rex al fiume, infatti …”
“Sta male.”
“Come? Cos’ha …?”
“Tumore. Maligno. Le resta poco.”
Silenzio.
Così imparo a chiedere per stupida cortesia ‘come va’ a qualcuno che nemmeno conosco bene, solo un vicino di casa, che non vedo da mesi … chiedere così, senza pensare, senza aspettare, senza intuire. Mi si spegne il sole addosso, mi sento coinvolta e tuttavia impreparata a dar coraggio ma ci provo e domando, ascolto, lo lascio raccontare.
“ … se ha bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa, io sono qui in questi giorni … mi dica, cosa posso fare?”
“Niente, grazie … Solo una cosa potrebbe fare per me.”
“Subito! Che cosa?”
“Lei è credente, vero?”
“Ma veramente, io …”
“Vede, io ho detto a Gesù, che è mio amico da sempre, che se mi porta via mia moglie deve portare via anche me. Cosa ci resto a fare qui da solo io? siamo sposati da più di cinquant’anni … Ecco cosa può fare per me, Paola: pregare!”
Ancora silenzio, un lungo, feroce silenzio. Abbraccio quell’omone grande due volte me, che fino a un attimo prima conoscevo appena e che improvvisamente mi ha investito, trapassato il cuore, conficcandosi dentro irrimediabilmente, per sempre. Lo stringo, sento il suo corpo che pare essersi improvvisamente ritirato dentro i vestiti, rimpicciolito, frantumato. Se stringessi più forte potrei romperlo, penso. E’ disarmato come un bambino e fragile come un vecchio, eppure accenna un sorriso consapevole e fiero. Mentre ci salutiamo, annuisco imbarazzata, senza trovare il coraggio di guardarlo oltre negli occhi, vergognandomi della mia piccolezza e della mia inutile presenza.
Pregare
Corro su per le scale. Lascio a casa tutto: zaino, macchina fotografica, progetti, pensieri. E scappo. Scappo fuori, seguo le mie gambe, non sono io a decidere, non è la mia testa, è la pancia che comanda. Sento montare un’amarezza dentro che si fa rabbia, poi paura e infine energia e mi costringe a uscire, a correre forte, più lontano che posso. Risalgo il sentiero che costeggia il fiume, in mezzo al bosco, bevendo l’aria a grandi sorsate. Allungo la falcata sulla salita e sento il mio respiro farsi affannoso, il cuore accelerare, sono allenata eppure arranco. Non c’è nessuno, nessuno che porta il cane a passeggiare oggi. Nessuna signora dal sorriso generoso che quando mi vede mi accoglie in un materno abbraccio che scalda.
Ecco lafiglia del sole e del vento!’, così mi chiama sempre lei. E proprio così mi sento io …
Maledizione, sono sola adesso. Un coro indistinto di cinguettii e sbatter d’ali tra le fronde rivela, tuttavia, un’invisibile brulicare di vita tutt’attorno: è primavera, tutto rinasce, tutto freme, tutto guizza. Continuo a correre, i piedi mangiano la terra, i polpacci son tesi da farmi male e le ginocchia scricchiolano sotto i muscoli caldi, lo sento. E allora spingo ancora di più per non sentire e quando arrivo in cima, dove la montagna vomita il fiume, mi sbatto sull’erba a riprender fiato, con il cuore che riempie la gola e il petto ansante. Son sudata, le tempie pulsano e ho un leggero capogiro … il mondo è sottosopra. L’erba sa di fresco e punge la pelle attraverso i vestiti umidi di sudore. Inspiro forte il verde che ubriaca tanto è intenso e mi stendo con la schiena completamente aderente al prato, gli occhi spalancati su un fazzoletto di cielo rubato alle braccia protese degli alberi, che sembrano implorare. Mi pare di avere la testa completamente vuota, la stanchezza fisica aiuta a disintossicare anche la mente, per fortuna. Eppure … eppure a qualche cosa penso …
Penso ai miei affetti. Alle poche, pochissime persone che amo e che mi amano, a quelle che non ci sono più e a quelle che mi sono invece vicine, talmente vicine che spesso do per scontate ... che stupida! Persone importanti, che stanno sulle dita di una sola mano ma che affollano il cuore fino a farlo scoppiare, scoppiare di gioia, scoppiare d’amore! Penso che dovrei vergognarmi. Sì, mi vergogno per aver solo sfiorato l’idea, un giorno, di voler fermare il mio tempo: di aver desiderato sparire, sprofondare nel buio, cancellarmi per sempre con un battito di ciglia, un soffio, uno schiocco di dita! Sparire … quando, invece, la vita è un’occasione così preziosa. Egoista! Questa mia vita è un dono, un dono da vivere e condividere! E allora …
Pregare … io non so pregare, mi dispiace, non me lo ricordo più. Ma stesa a terra in mezzo all’erba, sotto quello squarcio d’azzurro che sa d’infinito, riprendo il controllo del respiro, che lentamente si acquieta. I muscoli delle gambe tornano vigorosi, il sangue si rimescola ossigenato di nuova effervescenza, mentre anche il cuore sembra ritrovare il suo equilibrio all’ombra dei ricordi e dei pensieri rinati. E allora mi rialzo piano e dico Grazie, con voce decisa. Un ‘grazie’ che s’impenna tra le fronde e s’intreccia al canto di quelle creature alate che le abitano e che ora mi sorvegliano schive, inafferrabili. Non so bene a chi lo dico ma ringrazio. Dopo di che riprendo il mio cammino insieme al fiume, senza fretta e senza affanno questa volta … c’è tutto il tempo per arrivare dove devo andare.
Ringraziare, questo solo posso fare, non conosco un altro modo per pregare!