sabato 24 novembre 2012
martedì 20 novembre 2012
Un frutto per tutti i sensi
Diceva bene Marcel Proust
sostenendo che il vero viaggio non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi ma
nell’avere nuovi occhi con cui scoprirli.
Ne ho avuto conferma anche
quest’estate, in Madagascar, durante un’escursione all’interno della foresta
primaria di Lokobe. Avventurarsi laggiù dà la sensazione d’essere avvolti dal
morbido abbraccio di piante gigantesche che con le loro liane invitano ad
addentrarsi sempre di più nel cuore vergine della primitività.
Le foglie carezzano, i fiori seducono, gli animali spiano.
Viene spontaneo trattenere il fiato per non disturbare la quiete, camminare in punta di piedi, quasi a rallentatore, per assecondare l’apparente immobilità degli alberi e dei loro ospiti. Ma soprattutto viene naturale aprire gli occhi in maniera nuova, educare lo sguardo a ciò che sembra invisibile e che tuttavia c’è: respira, si muove, osserva e spera di non essere scoperto, se non con rispetto.
Le foglie carezzano, i fiori seducono, gli animali spiano.
Viene spontaneo trattenere il fiato per non disturbare la quiete, camminare in punta di piedi, quasi a rallentatore, per assecondare l’apparente immobilità degli alberi e dei loro ospiti. Ma soprattutto viene naturale aprire gli occhi in maniera nuova, educare lo sguardo a ciò che sembra invisibile e che tuttavia c’è: respira, si muove, osserva e spera di non essere scoperto, se non con rispetto.
Mentre la mia guida procedeva
lenta nella delicata ricerca di serpenti e camaleonti rarissimi, io ho
casualmente alzato lo sguardo verso l’alto, più interessata ai lemuri che ai
boa. E frugando serendipicamente con gli occhi tra le palme frondose, ho
intravisto qualcosa d’inatteso. Una polposa macchia color giallo brillante
stava appesa a un robusto tronco di una pianta mai vista prima. Non solo una ma
altre tre, quattro o forse più macchie gialle penzolavano pigre dallo stesso
fusto. Sottovoce ho pregato la guida di dirottare il cammino verso quegli
stranissimi spruzzi di sole per capire cosa fossero ed è stato così che ho
incontrato per la prima volta il Jackfruit. Quando si dice “amore a prima vista”!
La pianta appartiene al genere
Artocarpus, una famiglia di circa sessanta specie di alberi e arbusti tropicali
sempreverdi, di cui la più nota è il Breadfruit o Albero del pane. Il Jackfruit
è una variante meno nota, almeno nella nostra cultura. La sua origine è
asiatica: dalla Thailandia l’albero è stato trapiantato fino in Brasile dai
viaggiatori portoghesi del sedicesimo secolo, anche se alcune ricerche
farebbero risalire la sua primissima coltivazione a seimila anni fa, in
India. La cosa certa è che il suo
nome deriva dal portoghese “jaca”, inglesizzato nel 1563 dal naturalista Garcia
de Orta nel suo affascinante libro “Colòquios dos simples e drogas da India”.
Più tardi, un certo William Jack, un ambizioso botanico scozzese dei primi
dell’Ottocento, restò a sua volta talmente affascinato da questa bizzarra
pianta rinvenuta durante un viaggio in Malesia che millantò la paternità del
nome, Jack appunto.
Nome di battesimo a parte, il
Jackfruit oggi è uno dei tre frutti beneauguranti del Tamil Nadu - insieme alla
banana e al mango – oltre ad essere il frutto nazionale del Bangladesh.
Un’altra curiosità che lega il frutto all’Oriente, arte culinaria a parte, è
che da esso si estrae il colorante giallo utilizzato per tingere le tonache
sacre dei monaci buddhisti.
La sua lunga storia ha permesso
alla pianta di approdare molto lontano dalle terre d’origine ed è così che
anch’io ho potuto scoprirla in Madagascar, straordinario crocevia di cultura
africana e asiatica. Ogni Paese in cui è arrivata è stato contagiato
positivamente dalla sua esuberanza. In Brasile, paradossalmente, il Jackfruit
ha finito per diventare invasivo, soprattutto nella foresta secondaria del
Tijuca, dove piccoli mammiferi come il coati, essendone golosi, contribuiscono
a diffondere a dismisura i suoi semi nel terreno, alimentando così un’eccessiva
espansione della specie vegetale a scapito di altre.
In Madagascar, invece, la
presenza del Jackfruit è discreta ma generosa e rallegra la foresta
punteggiandola qua e là di queste sfere ovoidali gialle che possono raggiungere
anche il peso di cinquanta chili e un metro di lunghezza ciascuna. All’olfatto
il frutto non risulta immediatamente simpatico, perché l’odore che emana quando
è maturo è prepotente e ricorda un po’ quello aspro e pungente della cipolla. Dev’essere un trucco che la pianta
ha escogitato come naturale difesa verso certi animali. Toccando il frutto, la
prima sensazione è quella di scontrarsi con una superficie rugosa e coriacea
inespugnabile che sembra non promettere granché di speciale con tutti quei
bitorzoli tondeggianti. Invece, la vera sorpresa del Jackfruit sta proprio nel
suo cuore tenero, cosa che avrei scoperto con mio grande piacere a cena, quella
stessa sera.
Anche grazie al Jackfruit, ho
imparato che il vero viaggio non solo vuole nuovi occhi con cui guardare ma
anche una nuova bocca e un nuovo naso con cui sentire sapori del tutto
sconosciuti. Essere curiosi e lasciarsi stupire è indispensabile per aprire i
sensi con disinvoltura a nuove esperienze senza diffidenza né timore. E questo
vale anche a tavola, soprattutto quando ci si trova lontano da casa.
Prima di assaporare il misterioso
gusto del Jackfruit, ho voluto capire come venisse ricavata la polpa dalla
scorza brufolosa. E ho constatato che il lavoro d’estrazione non è impresa da
poco, anzi somiglia più all’arte fine dello scultore che a una semplice operazione culinaria. Dopo un primo taglio netto che squarta la sfera ovoidale esattamente
a metà, la scavatura deve essere eseguita da mani esperte, decise ma delicate,
di solito femminili. Il cuore carnoso del frutto si lavora con un coltello
flessibile con cui si ricavano decine e decine di petali, simili a grosse fave
o a patatine chipster, dal colore giallo tenue e lucente. Io li ho mangiati
crudi, perché il frutto da cui sono stati ricavati era maturo al punto giusto.
Quando invece il frutto è ancora acerbo o giovane, la sua polpa viene
utilizzata cotta in un’infinità di sfiziose varianti: bollita, stufata,
arrostita, lessata nel latte di cocco, speziata con aromi agrodolci e piccanti,
accompagnata spesso da gamberi o carne di zebù.
La consistenza del petalo del
Jackfruit crudo, così come l’ho assaporata io, è fibrosa ma cedevole e al primo
impatto, che risulta sonoramente croccante sotto i denti, segue una sdilinquita
scioglievolezza sulla lingua che ammutolisce dalla bontà. Il profumo si
percepisce appena, mentre il sapore è garbatamente dolce e sottile ma non
facilmente definibile. Immagino che la timbrica dipenda dalle papille gustative
di ognuno, perché mi è capitato di raccogliere sensazioni discordanti tra loro
da parte di chi, come me, assaggiava per la prima volta questa prelibatezza.
Banana, ananas, mandorla, vaniglia, mela, soia e persino sapone: questi sono
solo alcuni dei sapori che questo frutto titilla al palato. In realtà, il
Jackfruit è semplicemente unico, ridente e sensuale. Questo è un motivo in più
per assaggiarlo, giocando a dare un nome al suo carattere senza confonderlo con
altre unicità del mondo vegetale. La possibilità ci sarebbe anche qui in
Italia, poiché lo si può trovare, anche se raramente, in qualche mercato etnico
particolarmente curato. Un delitto, invece, sarebbe provarlo in scatola,
sciroppato, tostato o essiccato, come mi è capitato di vedere in certe
drogherie nel centro di Roma. Non solo il Jackfruit inscatolato perde
il suo fascino esotico ma s’impoverisce anche delle virtù intrinseche, visto
che non è solo bello ma anche sano. Il Jackfruit è, infatti, una ricca fonte di
vitamina B1, B2 e potassio, con un concentrato minimo di grassi e massimo di
carboidrati.
Quindi, se possibile, meglio
raggiungerlo e gustarlo laddove naturalmente prospera. E per completare
l’elogio del goloso frutto, aggiungo infine che se il Jackfruit mi ha
stuzzicato vista, tatto, olfatto e gusto è riuscito a sorprendere anche
l’udito. Il legno dell’albero viene, infatti, impiegato nella costruzione di
strumenti musicali dalle sonorità morbide e sensuali che hanno spesso animato i
tramonti infuocati di un Madagascar per me indimenticabile, in tutti i sensi.
Indimenticabile anche grazie a
quel giallo sole, odoroso e saporito, che spunta qua e là nella lussureggiante
foresta di Lokobe.
venerdì 16 novembre 2012
L'età dell'inconscio
Ci sono libri che divertono, libri che commuovono, libri che
insegnano e libri che annoiano.
Poi ci sono libri che toccano!
“L’età dell’inconscio, arte, mente e cervello dalla grande Vienna ai giorni nostri”
di Eric Kandel è un libro che tocca i pensieri e le emozioni più taciute.
Dopo averlo letto, diventa impossibile godere di un’opera d’arte senza rievocare nella mente queste
pagine per sorprendersi, ogni volta come fosse la prima, dei meccanismi inconsci che ci animano al cospetto di
un quadro o di un romanzo. Artista e fruitore dialogano nella stessa dimensione immaginifica che, grazie a Kandel, diventa tangibile, reale, quotidiana.
Anche Freud sarebbe deliziato da queste seicento pagine di
poetica scienza.
martedì 13 novembre 2012
Grazie libri!
Per anni mi sono rifugiata nella
lettura come una tartaruga nel carapace.
Ho sempre considerato i libri
come fonte di consolazione e di compensazione interiore, mai come varco d’apertura
verso il mondo esterno.
Oggi invece, dopo tante pagine consumate nel silenzio
di un’avidità quasi morbosa, mi rendo finalmente conto di quale fertile
ricchezza ho lentamente accumulato. Mi rendo conto, cioè, che ciò che ritenevo
essere un solitario giaciglio senza spiragli di luce era al contrario la pista
di decollo verso vette imprevedibilmente ariose.
La conoscenza è l’humus della
vita: non sta chiusa nei libri, si libra nella mente e vibra dentro il cuore,
seminando e contagiando. Fertilizza i pensieri, emoziona le idee, trasforma i
sogni in progetti e le fantasie in realtà.
E scrivere, oggi, mi sembra essere
la naturale, fisiologica proiezione del leggere. Un passo ulteriore, una spinta
ancora più in alto, verso quelle vette ariose che fino a poco, pochissimo tempo
fa, parevano irraggiungibili chimere.
Non è ambizione la mia, è solo riconoscenza
e lo voglio dire.
Grazie libri!
venerdì 9 novembre 2012
Tutta colpa della "neotenia"!
In
un bel libro intitolato “L’animale donna”,
Desmond Morris offre un’interpretazione interessante a un aspetto
particolarmente evidente della nostra epoca.
Mi
riferisco al fatto che la nostra società, sempre più longeva, trabocca di
persone mature che, nonostante l’età, si mantengono giovani e arzille tanto nel
lavoro quanto nell’amore. E l’interpretazione scientifica di Morris completa e
trascende le motivazioni legate ai traguardi della salute e del benessere
sociale per scavare lontano, fino all’origine dell’uomo.
L’antropologo
riassume che l’esuberanza giovanile manifesta durante la senilità – soprattutto
quella maschile - sia eredità di quel fenomeno che i biologi chiamano “neotenia”. Si tratta di un meccanismo
biologico presente in entrambi i sessi, per cui negli individui adulti di una specie permangono le
caratteristiche morfologiche e fisiologiche tipiche delle forme giovanili. E questa
tendenza a mantenere vive alcune peculiarità giovanili anche durante la
maturità, non riguarda esclusivamente lo sviluppo anatomico ma anche quello
psicologico. La neotenia diventa così anche un trucco evolutivo raffinato in millenni di trasformazioni
che mescola fantasia, socialità e curiosità, equipaggiando gli esseri umani del
desiderio di giocare e di divertirsi anche in età adulta trasformandoli in inossidabili "evergreen".
Il
gioco dei “grandi” è, infatti, una caratteristica squisitamente umana. Gli
altri animali giocano solo finché sono cuccioli e perdono questo comportamento
naturale via via che crescono, perché esso diventa superfluo alla
sopravvivenza. Al contrario, gli esseri umani normalmente in salute amano
giocare sempre, per tutta la vita, quasi fossero una specie a parte: quella di
Peter Pan per eccellenza. Naturalmente questa passione per il gioco muta
espressione attraverso la cultura e si trasfigura in modi diversi, anche molto
raffinati. L’arte, lo sport, la danza, la poetica, la musica, il teatro e
l’erotismo - da un punto di vista strettamente evolutivo - sono tutte attività
che contemplano le caratteristiche ancestrali del gioco. Gioco inteso come
mescolanza di rischio, curiosità, inventiva, esplorazione, creatività,
eccitazione e divertimento. Quindi, la neotenia psicologica sottesa a queste
espressioni giocose della vita è uno di quei segreti che aiuta a mantenersi
giovani il più a lungo possibile anche nello spirito, a dispetto dell’età
anagrafica.
Ma
perché questa caratteristica propria di entrambi i sessi è più esplicita negli
uomini che nelle donne, soprattutto quando riguarda il desiderio erotico?
Anche
questa differenza dipenderebbe dalla storia dell’evoluzione. Uomini e donne non
hanno percorso il cammino evolutivo allo stesso ritmo e la neotenia ha inciso
in maniera diversa sui due sessi, a seconda dei ruoli svolti nella società. Tra
i nostri antenati, il rischio (caratteristica fondamentale del gioco) era
indispensabile ai maschi per aver successo nella caccia e nella protezione
della tribù. Al contrario, le femmine dovevano essere prudenti e conservatrici
per non compromettere la natalità e la sicurezza della prole. E siccome
l’istinto di correre rischi non è qualcosa di esclusivamente fisico ma anche
mentale e psicologico, ne derivano differenze molto evidenti anche nei
comportamenti slegati alla pura sopravvivenza ma piuttosto inerenti agli affetti,
ai desideri e alle emozioni.
In
una società destinata ad essere sempre più “vecchia”, questa discrepanza tra
uomini e donne maturi è particolarmente evidente: gli uomini tornano spesso a
comportarsi come adolescenti anche quando hanno i capelli bianchi e le rughe,
mentre le donne acquistano un fascino più sobrio sia nell’aspetto che negli
atteggiamenti. Ecco perché è facile assistere a gagliardi signori attempati che
perdono la testa per fanciulle spesso acerbe, esorcizzando così
l’ineluttabilità del tempo nelle fattezze della gioventù; mentre è decisamente
più raro imbattersi in situazioni inverse.
Ogni
storia è unica, ovviamente, e una spiegazione antropologica, seppur
affascinante, non è sufficiente a districare tutti i nodi psicologici sottesi.
Anche perché quando entrano in gioco i sentimenti, non è più solo un gioco!
Così, gli esiti degli ardori senili possono essere tanto sublimi – come fu
quello di Goethe che a 73 anni s’incapricciò della diciassettenne Ulrike
struggendosi d’amore per lei nell’ “Elegia di Marienbad” - quanto patetici –
come alcune mondane vicende ostentate senza alcuna poesia. In ogni caso, forse
c’è poca differenza tra una fascinazione adolescenziale e una senile e questo
dovrebbe far riflettere sull’unica cosa certamente immortale dopo millenni di
evoluzione: la necessità di emozionarsi sempre attraverso le infinite variabili
dell’amore e del desiderio.
Una
breve digressione personale. L’argomento mi sta particolarmente a cuore e
vorrei riparlarne, ispirata da una frase scritta proprio da Goethe: “Non si smorza comunque questo interiore fuoco!
Morte e vita si danno orrendo assalto.” Ci tengo, innanzitutto perché ho la fortuna di avere
alcuni affezionati amici che confermano questa straordinaria vitalità senile,
mentale e sentimentale (purtroppo ho anche a che fare con altri - o un altro - decisamente patetici, imbarazzanti e sgradevoli, ahimè!). E poi, perché io stessa sono nata da un padre
ultrasessantenne che si innamorò perdutamente di una splendida ragazza di 25
anni più giovane di lui, mia madre. Quindi, in mezzo alle infinite
contraddizioni che certe storie d’amorosi sensi possono alimentare, una parte
di me ammirerà sempre le passioni senili vissute con reciproco rispetto. Mi
auguro solo che certe emozioni tanto intense possano animare anche noi donne,
nonostante la nostra minor dose di neotenia.
Anche di questo vorrei riparlare un giorno, tra tanti tantissimi anni,
naturalmente accanto al mio aitante Peter Pan.
martedì 6 novembre 2012
La domanda
A volte è una fregatura credere d’aver capito cosa
sia l’amore.
Più saggio sarebbe domandarsi ciò che l'amore non è,
e sperare di
capire cosa mai potrà essere.
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