mercoledì 28 agosto 2013
mercoledì 7 agosto 2013
martedì 6 agosto 2013
Racconti in bottiglia
La vinosofia della Cantina Mesa
Un noto proverbio
afferma che nel vino è la verità. Una
verità che trascende la piacevole ebbrezza sollecitata dal dionisiaco nettare e
che affonda le radici nel tessuto atavico da cui esso proviene. Portare alle
labbra un bicchiere di vino e lasciare che il profumo racconti i vagiti del suo
nascere significa, infatti, ascoltarne la storia e capirne l’essenza.
La storia
raccontata dai vini della Cantina Mesa somiglia a un romanzo, di cui ogni
bottiglia è un appassionante capitolo. La trama sottesa è una dichiarazione
d’amore per la Sardegna, uno sposalizio tra la generosità della terra e il
lavoro dell’uomo. La terra è quella di Sant’Anna Arresi (CI), un paesino del
Sulcis Iglesiente che pare essere uscito dal far west: accanto alla cruda terra, i pendii scivolano morbidi verso le dune sabbiose di Porto Pino fino a
carezzare il mare. E l’uomo è Gavino Sanna: il più acclamato pubblicitario
italiano, che ha dedicato il proprio genio alle tradizioni agricole della sua
isola, interpretando creativamente le eredità enoiche.
La Cantina Mesa appare come un candido
miraggio in una valle verde baciata dal maestrale.
La struttura minimalista meriterebbe già di per sé una visita: 5 mila metri
quadri su tre livelli, dove vitree trasparenze e sottili geometrie giocano a
comporre effetti scenici museali. La trasparenza risponde a un ruolo estetico
ma anche funzionale, poiché mette a nudo ogni processo di lavorazione delle
uve, dalla diraspatura alla pigiatura soffice, fino all’affinamento in
barriques di rovere francese. L’aspetto futuristico della Cantina custodisce
dunque un’anima semplice: mesa, in
sardo come in spagnolo, significa desco,
termine associato al convivio, al nutrimento e all’amore materno. A conforto di questa singolare “vinosofia”
sta una forte tradizione perché qui la viticoltura risale all’epoca dei Fenici.
I 70 ettari di
vigneti fruttano vini emozionanti dai nomi evocativi, le cui etichette
promettono un contenuto altrettanto seducente. Sensuale è anche la foggia delle
bottiglie: ancheggianti e affusolate, fiere come le donne sarde di nero vestite
in composta fila per la messa.
Ogni etichetta ha
un carattere unico e va a comporre l’identità inconfondibile della Cantina. “Buio”,
il Rosso Carignano del Sulcis e “Buio Buio”, il Rosso Carignano barricato,
innamorano con i sentori ampi e intensi che richiamano la frutta rossa
screziata di spezie. Il primo, al palato, si esprime con nuances giovani e
fresche coerenti con il color rosso rubino: “riflessi
di forza primitiva semplici e vigorosi come una stretta di mano”; il
secondo, rivela al primo sorso una trama setosa e note tanniche di rara
morbidezza adeguate al vivace color ciliegia: “corpo forte di tronco secolare che racconta nell’uva il vento e il
mare mai spenti”. “Opale”, col suo profumo di mele cotte e gelsomino dai
timbri di vaniglia e caramella, sposa un sapore elegante dal finale schietto,
da gran Bianco Vermentino: “profumo di
notte che avvolge i grappoli accesi come stelle ubriache di sole”. E ancora
“Rosa Grande”, il Rosato Carignano dagli effluvi floreali spruzzati di rosa
selvatica e lampone, induce al languore con il suo sapore delicato e
persistente: “fine come le nuvole sottili
che dal mare annunciano ai grappoli assonnati il risveglio del sole”.
Ognuno dei vini
della Cantina Mesa esalta i sapori tradizionali della Sardegna, dalle zuppe di
pesce ai formaggi, dalla carne alla brace alla pasticceria. Tuttavia ognuno di
essi invita anche ad accompagnamenti più profondi, quelli col pensiero, per un
piacere squisitamente intellettuale: perché sorseggiare un bicchiere di
“Giunco”, “Forterosso” o “Orodoro” significa scoprire la verità che è nel vino. E così, accostando l’orecchio al calice
brioso di un “Gioiamia”, magari in piacevole compagnia, sarà possibile udire il
mormorio del mare. Un mare color del vino.
mercoledì 31 luglio 2013
Fuochi senza frontiere
Da bambina dicevo a me stessa
che una volta cresciuta avrei sposato uno Svizzero! E non per
interessi materiali. Piuttosto perché sono sempre stata esterofila e ho sempre
avuto fretta di imparare altre lingue per comunicare con chi non conosceva la
mia. Così, cercando già allora di conciliare sogni e realtà, immaginavo che la
Svizzera, per il suo collage di culture e per la sua vicinanza geografica,
fosse un buon compromesso per le mie ambizioni sentimentali. Non è andata così
alla fine, forse perché non ho incontrato lo Svizzero giusto, ma ancora oggi
appena oltrepasso il confine e approdo in Ticino sto bene e mi sento a casa in
questo crocevia di idiomi, dialetti e tradizioni tanto diverse tra loro.
Il 1° agosto del 1291 è
considerata la data di nascita della Svizzera. Quel giorno, infatti, i
rappresentanti dei tre Cantoni alpini, Svitto, Unterlvaldo e Uri, si
incontrarono sul bel prato del Grütli, affacciato sul Lago di Lucerna, per
giurare fedeltà alla Confederazione, con l’impegno di reciproco soccorso nel
caso di minacce di aggressori stranieri, primi fra tutti gli Asburgo.
Dal 1891 il primo di agosto è
stato riconosciuto ufficialmente Festa nazionale della Svizzera, che nel
frattempo si è suddivisa in 26 Cantoni, diversi tra loro per lingua, densità di
popolazione e conformazione geografica. Questa frammentazione potrebbe anche
non essere definitiva, perché ancora oggi alcuni cittadini chiedono la fusione
di certi Cantoni e vi sono comuni che vorrebbero addirittura cambiare Cantone.
Quindi parlare di Festa nazionale può far sorridere ma trovo sia un buon
pretesto per mettere da parte, almeno per un giorno, differenze e antagonismi e
unirsi tutti sotto lo stesso cielo, che per l’occasione si trasforma in un
tumulto di luci e colori.
Sì, perché oltre alle adunate
pubbliche convenzionali e ai discorsi formali dei rappresentanti politici, è
tradizione che il primo di agosto in tutta la Svizzera si sparino botti e
fuochi d’artificio in grande stile. E questa usanza, al di là della sua
spettacolarità, ha un suo significato storico. Infatti, secondo una leggenda
del Cantone di Ginevra, per secoli è sopravvissuta l’abitudine di accendere
grandi falò sulle colline e sulle montagne in tutto il territorio elvetico, di
modo che i riflessi delle luci sui laghi spaventassero e mettessero in fuga le
orde di barbari intenzionati a conquistare le tribù svizzere.
Effettivamente il gioco di
specchi che l’acqua offre al cielo illuminato, la prima notte d’agosto, mi
incanta ogni volta. Tutti con il naso all’insù, alle 22.30 in punto: dalle piazze
austere delle grandi città, ai paesini di montagna appollaiati tra i pascoli,
fino alla quiete accogliente delle sponde dei laghi. E sempre la tradizione
vuole che quest’esplosione di allegria sia attesa per tutta la giornata con gaudenti
grigliate nei grotti, le tipiche trattorie ticinesi, tra fiumi di birra e
concerti che mescolano piacevolmente nell’aria sapori, suoni e voglia di
divertirsi.
Lugano si veste di rosso quel
giorno. Dai bianchi balconi di Piazza Riforma, immancabilmente ricamati di
gerani, la bandiera nazionale saluta la città, donandole un aspetto svolazzante
e ridente che sembra voler far dispetto al suo solito impeccabile ordine. Il
lungolago, che sbocca tra i giardini di Parco Ciani, si anima di volti e voci, in
un cocktail di idiomi che sconfina dal tedesco all’inglese, dal portoghese al
russo, dallo spagnolo al cinese. Almeno per le lingue non ci sono frontiere e mescolandosi
tra la folla pare che tutti siano d’accordo sulla voglia di sorridere e dimenticare
distanze e appartenenze. Così Lugano ringiovanisce e mi sembra più simpatica quando
mette da parte la sua immagine abituale fatta di banche, casinò, gioiellerie e
night club, e offre invece la sua anima più semplice.
Ma non è solo la città che si trasforma. Ogni lido organizza
la sua festa e già nel pomeriggio la quiete e il silenzio, che di solito qui regnano, vengono stravolti da musica e canti di
ogni genere, che si accavallano e giocano a rincorrersi con la loro stessa eco.
Il lago solitamente immobile, su cui scivolo silenziosa al tramonto con il
kayak, e che si sveglia al ronzio pigro delle barche dei pescatori, si popola
all’improvviso di battelli carichi di turisti e di grossi motoscafi in attesa
di gettare l’ancora per gustarsi i fuochi in prima fila. Questo è in effetti il
modo migliore per godersi lo spettacolo, sia per evitare le lunghe code in auto
e la gara per accaparrarsi un parcheggio, sia perché è una vera emozione
trovarsi a fior d’acqua, direttamente sotto una pioggia di luci infuocate che
paiono voler spegnersi su di te. E per chi non avesse la fortuna di farsi
cullare da un motoscafo ci sono sempre i pedalò che, come minuscole coccinelle,
svolazzano qua e là tra le luci ammiccanti gialle e verdi delle barche più
grandi.
Ricordo che lo scorso anno un violento temporale ha rubato la scena allo
spettacolo pirotecnico, cogliendo di sorpresa la folla intirizzita con una raffica
di grandine. Ma la notte successiva tutto è andato secondo il copione, anzi
devo dire che i fuochi sembravano ancora più belli dopo quell’attesa: un
tripudio di rosso e bianco, a rievocare i colori nazionali. Non mi abituerò mai
all’emozione che ogni volta provo davanti a quella cascata luminosa e
all’esplosione che rimbomba ad ogni lancio dentro il mio petto, come a incitare
il mio cuore a battere più forte.
E’ Campione d’Italia ad anticipare la festa con due settimane
di anticipo, come una sorta di gentile omaggio al territorio che la accoglie. Il
clima che si respira qui è completamente diverso rispetto a quello di Lugano:
niente birra ma champagne, niente grigliate di salsicce ma ostriche a lume di
candela, non rock e pop ma musica classica. Proprio la musica ha un ruolo
fondamentale a Campione in quest’occasione, perché accompagna tutta l’esplosione
dei fuochi. E’ come assistere a una danza di luci e colori, proiettata in un
teatro stellato sull’onda di un’orchestra invisibile. La colonna sonora è una
carezza che rende l’atmosfera ancora più suggestiva e per un attimo restituisce
alla piccola enclave tutto il suo fascino, calando un sipario di poesia sul
nuovo Casinò, quell’inguardabile scatola di cemento che incombe grigia sul lago
e che somiglia più ad una prigione, quasi a voler rinchiudere paradossalmente
il vizio in clausura.
L’indomani, a ricordare la
festa, restano solo le zattere da dove si son sparati i fuochi, insieme alle
solite immancabili polemiche sull’inquinamento e sulle spese, ritenute da molti
eccessive per uno spettacolo che in pochi minuti finisce in fumo. Gabbiani e
anatre, cigni e aironi cenerini tornano ad essere padroni indisturbati del loro
regno, che cambia colore con l’umore del tempo. Il silenzio e la quiete restituiscono
al lago il suo ritmo immobile, mentre le città si arrendono alla frenesia di
ogni giorno, trasfigurate dai fiumi d’auto diligentemente in coda come tante
formiche.
Insomma, se il mio sogno di
bambina di trovare uno Svizzero che mi facesse provare i fuochi d’artificio non
s’è avverato, poco male, perché quelli che accende per me ogni giorno un mio connazionale
sono impareggiabili! Mi resta comunque il piacere di venire qui, a godere della
pace e delle emozioni che questo piccolo paradiso a due passi da casa sempre mi
regala.
La Svizzera è anche questo!
lunedì 29 luglio 2013
Sex, pills and peppermint
In the end, everything got started from the offer of an Apple.
This was the first commercial in human history. The ability of the
snake seller was not to waste time in praising the taste of the fruit, but to
promise extraordinary power to those who would eat it.
Since then, besides media, not much has changed. “Let the dance begin”
is, for instance, the winking message of a recent American commercial. In it, a
romantically embraced couple on a beautiful beach invites people not to dance,
like the message would suggest, but to acquire loving super powers by buying a
sort of magical pill: Viagra!
Right, Viagra and his brothers, Cialis, Levitra & Co.,
revolutionized male sexuality, similarly to what the anti-conceptional pill did
to female sexuality. The diffusion of these products worldwide is such that the
initial use for necessity has been replaced by abuse for pleasure. In some
American states, a special offer for loyal customers gives one box for free
every seven box purchased.
The acceptance of this phenomenon, which should be faced more
cautiously, encourages men of every age to use these chemical products to
enhance their sexual enthusiasm, even when there is not justified necessity. A
friend of mean, not very young anymore, but with a natural vitality of which
people of my same age should be jealous, expressed his skepticism on this
habit, which he sees as laziness and lack of self confidence, as well as a
fraud towards women, who want to be responsible for the excitation of their partner’s,
rather than a side effect. I agree with him, worried by the fact that such
confidence would reduce fantasy, seduction and game. Still, several opinions,
not only from males, support the notion that the blue pill is another story! No
wasted time, no performance anxiety, no risk to swing and miss!
Psychologists and sociologists have much to say about this, and the
topic should be treated with more detail. Now, I would only like to say that
looking at the phenomenon from a possibly biased point of view, since I am a
woman, patriarchal societies have obsessively adored virility and its symbols
for centuries, thus testing men and, instead of confirming their “machism”,
putting them in trouble. “Phallocracies” of all times, including ours in spite
of the ever more apparent confusion on sexual ambivalences, have accepted all
artificial erotic stimulants as true masculine myth, getting rid of the
naturalness of the legendary Priapus.
Pills are only the most recent demonstration of the spasmodic quest
for the perennial virility, since the study of aphrodisiacs, erotic brews and
love potions is a millenary story, fascinating albeit often tragic. What are
aphrodisiacs exactly?
According to the Greek mythology, Uranus, the Titans’ father, was
castrated by his son Kronos, who threw the father’s genitals in the sea, thus
unleashing tremendous waves. From the sea foam (aprhos in Greek) Aphrodite,
goddess of love and Eros’ mother, rose to life. The word “aphrodisiac” comes
from here, summarizing a concept rather than an object, and indicating a
complex alchemy through which libido can be increased, with virility and
pleasure.
Isabel Allende, master of magic and eros, describes aprhodisiacs as a
“bridge between gluttony and luxury” in her seducing book Afrodita,
where the lovers’ imagination is the key, like a tempting demon, absent which
love would have no color or taster.
Nowadays, the chemistry of pills has replaced much of the
psychological game played by imagination in the past. However, ancient
alchemists of Eros had to face many issues, and they would have saved several
lives and made men happy, had they know the Viagra or Cialis formula. They
studied brews for centuries, going through approximations, confiding in nature
with creativeness, intuition and fantasy, and thus leaving us the memory of
many grotesque and intriguing anecdotes. Many aphrodisiac recipes actually
survived to oral traditions and still surprise us, especially in light of the
tragic destiny of many people and animals who were uselessly sacrificed. Some
of these formulas are still used in some parts of the world, and continue to
feed bizarre popular legends, without competing with modern pills.
It is well known how much a toad’s, Bufo, secretions have
extraordinary euphoric and hallucinatory effects, maybe excitatory, but
definitely fatal. Still, in some regions of Australia, it happens to hear of
some hot-headed (probably without access to blue pills) who lick these big
toads, and ending up at the hospital rather than in a love ecstasy.
Also the Spanish fly Cantaride, has a similar story. From it
cantaridine was extracted and administered as one of the most diffused,
powerful and dangerous love potions, for thousands of years. This substance was
extracted from the dried body of Lytta vescicatoria, whose name was due to the
fact that it causes skin eruptions and vesicles, which increase blood pressure
in genitals, producing excitation, but also sorrowful episodes of priapism. It
is similar to the effect of peppermint leaves on the most sensitive masculine
genitals, according to a book I read from a young Cuban writer, Gutierrez, who
is probably fond of mojito, whose magic touch is given by spicy little branches
of “hierbabuena”, or mint. Although toxic and illegal, cantaridine is still
sold in some countries with a false name, and it seems that its use is
alternative to mint in Cuba.
Similarly, the bizarre habit to eat alive beetles, very common in
South-Eastern Asia, or to eat triatomines, or kiss bugs, in Mexico, is based on
the same legendary principles. In some Arab countries ambreine, extracted from
the digestive system of sperm track, is used because it increases the
concentrations of hormones, notably testosterone, thus inducing men to copulate
intensely, innocently like rabbits. This is though a certified stimulant, also
used to fix perfumes, and it was tested on rats in laboratory, making them true
stud bulls. It is too bad that sperm whales are quiet animals at risk of
extinction.
The more legendary myth from the vegetal world is that of absinth or
“green fairy”. Since the Greek epoch this liquor extracted from the homonymous
plant was considered erotic, although its toxicity in some versions was such
that France, prohibited it in 1915, although it was the favorite drink of
intellectuals and artists from Place Pigalle, since it was thought to evoke
marvelous muses. It actually caused muscular and gastric spasms, and an
excessive consumption brought to paralysis and even death, not before (maybe)
conceding wonderful pleasures to those who drank it.
The Green Fairy has left a fascinating legacy in literature and art,
especially in Decadent France, and its revival was allowed by the movie “Moulin
Rouge”.
Asiatic Ginseng is healthier, although less spectacular. It directly
acts on the central nervous system, and through it on genitals, thanks to the
release of nitric oxide, like Viagra. Ginseng is also a natural product which
improves physical performances and resistance to stress and aging, if used with
moderation. Its virtues are apparently beaten only by “gingko bilboa”, the
Chinese tree source of an extremely powerful anti oxidant, which improves blood
circulation, memory and concentration. Neither needs medical prescription,
while this is necessary for a similar natural stimulant, “yohimbina”, which
comes from the yohimbé cortex.
All these natural substances, and several more, do not compete with
Viagra, Cialis and Co., but have something in common with them: they exasperate
the sexual vigor, only in males. Still, without inventing unlikely pink pills,
I got to know that women too can benefit from a natural excitatory substance,
the “L-arginine”, an amino acid from which nitric oxide can be derived: it
seems that it is an effective regulator of smooth muscle tone, and of blood
flow in all areas of circulation, including the most intimate ones...
Still, I am not an expert, and doctors, scientists, neurologists,
psychologists can bring more competent opinions. I would go back to what Isabel
Allende considers the essence of erotism both for men and women: imagination,
the only true and free aphrodisiac without side effects, able to turn on our
very first sexual organ, the brain!
I may be superficial but imagine a romantic dinner: the intimacy of
candle lights, the soft music, his perfume, her whispers, eyes which meet,
fingers which brush against each other, feet which touch, the wait for the
conquer which increases the excitation with moderate decency...
If conversation is the sex of soul, like somebody said, the look is
the petting and the courting at the table is for me one of the most powerful
and healthy aphrodisiac concoctions of all times. Food is strategic because it
nourishes body and desire too, without necessarily being sinful, like the
Apple! Why not to play more often with your own lover, taking advantage of all
natural stimuli arising from sharing tastes, smells, aromas, and using
imagination to increase excitation, instead of surrendering to chemistry and
science?
There are aphrodisiac foods per se, for substances they contain. More
often, the aphrodisiac effect is due to allusive shapes, like with an oyster,
which recall feminine intimacy, or the asparagus, which evokes the male
intimacy. Other foods are considered aphrodisiac as a suggestion, like those
animal parts which evoke the magic and little perverted idea of acquiring their
virility, their brutal and primordial energy. Without the need to eat bull
testicles or to spend tons of money in coquillage, it is easy to imagine an
erotic menu with the simplest food: avocados, bananas, figs, grapes, almonds,
apples, asparagus, cabbage, celery, artichokes, peppers and red pepper, eggs,
cheese, chocolate, oil, wine, honey! All of them, without being snob or
elegant, has an intimate aphrodisiac alchemy, able to turn on the erotic desire,
if fed by imagination and its flame.
Believe it or not, one of the truly aphrodisiac food, thanks to its
organoleptic virtues, is the main enemy of kiss: garlic. Garlic was considered
erotic, sacred and tonic by Greeks, who recommended it to athletes before the
Olympic Games. Today we know that allicin in the more intensely smelling cloves
of garlic increases blood flow to genitals, thus intensifying the libido in men
and women.
martedì 23 luglio 2013
Mare, olio e una capanna
Tempo fa mi era stato chiesto di raccontare quali fossero state le mie prime esperienze con ... l'olio. I primissimi ricordi sensoriali, olfattivi, gustativi e affettivi legati a questo alimento.
Ebbene, frugare nella memoria per
recuperare queste remote sensazioni, mi ha riempito di
tenerezza e nostalgia. L’immagine più antica che ricordo, infatti, è
squisitamente biblica: una capanna e due figure dai nomi evocativi, Giuseppe e
Maria!
Sembra un gioco di fantasia,
invece è realtà.
La prima volta che ho assaggiato
dell’olio, infatti, avevo circa tre o quattro anni e non mi trovavo nella mia casa,
bensì in una capanna piuttosto semplice, arredata con qualche tavolo e delle
panche di legno, appollaiata su una spiaggia praticamente deserta. Soltanto mare, sole e cielo. Mi trovavo nel nord-est della
Sardegna, in quella che oggi è la costa più mondana e frequentata dell’isola.
Tuttavia, allora (parlo di quarant’anni fa, ahimè!) non c’era nulla, solo il
sibilo del vento, qualche villetta e tanti nuraghi sparsi qua e là tra le
brulle colline a ridosso di un mare ancora vergine. Mio padre nutriva un amore
sconfinato per quella natura nuda, un amore che ha poi trasmesso a me, tanto
che per diversi anni ha scelto quel paradiso per le vacanze estive che, a quei
tempi, duravano tre lunghi mesi. Per questo, colloco, tra i miei più bei ricordi,
quel primo incontro con il mare e con i sapori
di quella terra, tra cui l’olio.
Giuseppe e Maria erano cari amici
di mio padre e la capanna sulla spiaggia, che rivedo ancora in ogni suo
dettaglio, era un rifugio per pescatori, fatto di travi e paglia, affacciato
sull’isola della Tavolara, dove si andava a pescare. Ma all’occorrenza, quel
presepe pagano s’improvvisava in un’ottima trattoria gestita dalla coppia che
consacrava il proprio talento agli avventori, offrendo il pesce appena pescato
da lui, il formaggio di pecora prodotto da lei, quel pane croccante che canta,
un vino color rubino e un olio pregno di vita, anch’esso frutto prezioso
dell’amore per la terra di Sardegna. I miei ricordi aleggiano, così, tra
profumi di aglio, triglie, agrumi, pomodori, rosmarino, mirto e alloro. Mi
piaceva tutto, perché tutto sapeva di mare. Su ogni pietanza si versava poi
quest’olio denso e dorato, stillato da una grande bottiglia in vetro, senza
etichetta, chiusa semplicemente con un robusto tappo di sughero. Appena levato
il tappo, dalla bottiglia fuoriusciva un profumo tanto intenso che sembrava di
poterlo bere e, ricordo che Giuseppe con candido
orgoglio ci invitava ad annusare prima di assaggiare, per non perderci niente
di quel piacere. Naturalmente, è passato troppo tempo perché io possa raccontare
con precisione le sensazioni gustative e olfattive di allora. Ma se oggi
associo l’olio a quelle situazioni conviviali così piene di calore umano, di
genuinità, della semplice bellezza di stare insieme, posso dire con certezza di
avere ricevuto quello che oggi chiameremmo un
raro “imprinting” sensoriale, affettivo e umano. Con un po’ di sforzo, potrei
forse descrivere il sapore di quell’olio, tuttavia mi sembrerebbe di profanare
la verginità di un ricordo condendolo di artifici, perché la partecipazione
consapevole del gusto è venuta negli anni successivi, con un’educazione del
palato attenta e progressiva.
Appartiene, invece, a quell’epoca
ingenuamente felice un’altra impronta gustativa che ho ricevuto, stavolta, dal
mare. Si usava, infatti, raccogliere molluschi d’ogni genere proprio sotto le
rocce accanto alla spiaggia. Ce n’erano tantissimi allora e anch’io, insieme ai
figli di Giuseppe e Maria, avevo imparato a scovarli, così per gioco, facendo a
gara con loro a chi ne trovasse di più. Portavamo poi il cospicuo bottino sulla
spiaggia, ai grandi. Lasciavamo che il calore del sole schiudesse lentamente i
gusci serrati e poi, appena qualche mollusco faceva capolino con la sua lingua
rosea, lo rubavamo al suo scrigno e con un vigoroso schizzo di limone lo
gustavamo con una perversa soddisfazione dal sapore primitivo. Il resto del
malloppo finiva, ovviamente, nelle pentole generosamente oliate di Maria.
Tutto questo non c’è più. La
spiaggia oggi è un susseguirsi di lettini e ombrelloni colorati, sempre più
rubata al mare e violentata da ville, villaggi e hotel. Il mare cristallino
nemmeno si vede più, tappezzato com’è di motoscafi, yacht e panfili che hanno
spodestato pesci, crostacei e molluschi. L’ultima volta che sono stata là in
cerca della capanna, ho trovato al suo posto un vero ristorante, uno di quelli
belli ma senz’anima, senza più il profumo d’aglio, di triglie, di mirto e
alloro. Amaramente delusa, ho preferito non cercare Giuseppe e Maria, volendo
custodire nella mia memoria l’immagine intatta di lui sulla sua barca di legno
traboccante di pesce ancora vivo e quella di lei con il grembiule bianco e le
mani odorose di buono.
Anche quell’olio di Sardegna non
c’è più. Ce n’è forse di migliore, imbottigliato con tanto di etichetta ricamata
e con tutte quelle indicazioni necessarie a sedare ogni eventuale diffidenza.
Allora, era più semplice: bastava la fiducia in chi lo produceva. Mi viene in
mente, a proposito di semplicità, una delle metafore più antiche e comuni che,
guarda caso, ben si sposa con questi miei ricordi fanciulleschi. “Oggi il mare è liscio come l’olio”, si
dice spesso, per suggerire l’immagine di quiete, di accoglienza e di buon
auspicio, quella stessa mite accoglienza che ricevevo anch’io da piccola in
quella capanna in riva al mare.
Oggi, quel sapore antico di olio resta scolpito solo nella memoria dei
miei sensi, insieme all’amore per la natura e per le cose buone. Cose semplici,
appunto, che sento ancora scorrere dentro di me, quasi fossi irrimediabilmente
la tenera bambina di allora.
lunedì 22 luglio 2013
Dove l'Uva è Cultura
Quest’anno si celebrano due eventi
memorabili, apparentemente slegati tra loro, eppure entrambi culturalmente
significativi. Tanto che è stato possibile intrecciarli in un originale dialogo
creativo aperto al pubblico.
Il primo riguarda i 150 anni del Gruppo
Bayer, il secondo si riferisce al bicentenario di Giuseppe Verdi. Uno
sposalizio tra scienza e arte, dunque: due universi che attraverso linguaggi
differenti esaltano il genio e la fantasia dell’intelletto umano.
Tra le tante iniziative dei
festeggiamenti del Gruppo, Bayer ha sostenuto la manifestazione ‘’La Lirica a
Noicattaro’’, una rappresentazione dell’Aida di Giuseppe Verdi, per la prima
volta messa in scena il 15 e il 17 luglio a Noicattaro (BA), una
piccola cittadina accoccolata tra mare, ulivi e viti. In realtà, questa è la
quarta edizione di Lirica a Noicattaro (promossa dall’Associazione Noicattaro
Nerazzurra) che, forte del successo delle precedenti Tosca, Traviata e Boheme,
ha deciso di cimentarsi in una delle opere più monumentali in assoluto. L’Aida,
infatti, è tra le rappresentazioni più impegnative per scenografia, costumi,
comparse e tempi molto lunghi, e ha pertanto coinvolto per un intero anno gli
abitanti della cittadina pugliese trasformandoli per l’occasione in veri e propri
artisti professionisti.
La particolarità è che molte di
queste persone, nella vita, partecipano a un’altra importante messa in opera:
quella dell’uva, specialmente dell’uva da tavola, prodotto principe di questa
zona. L’uva da tavola, infatti, è prodotta principalmente in Puglia e fa
dell’Italia uno tra i primi tre Paesi esportatori al mondo e il primo a livello
europeo.
Il forte legame fra Bayer e i produttori pugliesi – già
confermato da precedenti iniziative quali il progetto “Magis uva da tavola”, il
cortometraggio “Si fa presto a dire uva” e il volume “L’uva da tavola” della
collana editoriale Coltura&Cultura – è stato coronato ora anche sul
palcoscenico. La scelta dello spazio in cui ambientare l’Aida dimostra
un’ulteriore volontà a valorizzare il territorio: l’area della vecchia stazione
ferroviaria di Noicattaro è stata completamente reinterpretata e resa
accogliente con oltre 1500 posti a sedere, di fronte a un palcoscenico
all’altezza di un’autentica Arena, sotto un cielo trapuntato di stelle degno
del primo applauso.
Giacomo Suglia – Presidente dell’Associazione Produttori
Esportatori Ortofrutticoli – presente in prima fila accanto alle maestranze di
Bayer, sottolinea che “anche l’uva, come
la lirica, è Cultura. Questo è infatti il nostro slogan: Dove l’uva è cultura!
Ed è importante conoscerla per apprezzarla. Per quanto riguarda la lirica, ci
sembra giusto offrire a tutti la possibilità di ‘gustarla’, in uno spazio
creativo adatto non solo a fini intenditori abituati a La Scala o all’Arena ma
a un pubblico più ampio e curioso, che voglia avvicinarsi all’Opera con
semplicità. La presenza di Rai 3 ha confermato l’interesse generale per
l’evento dando un motivo d’orgoglio in più a tutti i cittadini che si sono
prodigati in questa gigantesca opera. Inoltre – conclude Giacomo Suglia – questa è un’occasione per ribadire che la
nostra uva, come la musica e l’arte in genere, è una ricchezza inestimabile che
supera ogni campanilismo: è l’uva di tutta la Puglia, non di ogni singolo
paese, a far parlare di sé per la sua grande qualità. Ricordo, infatti, che la
nostra regione è la sola finora ad avere ottenuto il marchio IGP Uva da tavola
a livello regionale, e non provinciale, e questo è per noi un vanto.”
Le due serate
della rappresentazione lirica hanno dato ragione a queste parole. L’Aida di
Noicattaro è stata un successo grazie a: l’orchestra della Provincia di Bari,
diretta dal maestro Giovanni Rinaldi; il direttore degli allestimenti, Damiano
Pastoressa; il folto cast, con Adriana Damato (Aida) e Lorenzo Decaro (Radamès)
in primo piano; la regia, del talentuoso Lev Pugliese; il corpo di ballo di
Attitude; e tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione delle
scenografie, delle coreografie e dei costumi.
I quattro atti
sono stati accompagnati da dolci assaggi di uva da tavola, offerta a tutti
dalla consueta ospitalità dei cittadini pugliesi, oltre che da una luna gravida di luce, complice del solenne evento. Al termine dell’opera del 17 luglio, tutta
Noicattaro ha voluto festeggiare l’importante presenza di Bayer con una torta
dedicata ai suoi 150 anni e un effervescente brindisi condiviso tra attori e
pubblico, frutto naturalmente delle preziose uve pugliesi.
Un
finale degno di Verdi, appassionato tanto quanto l’intera Opera, che ha reso
l’uva regina della notte e Noicattaro regina della lirica.
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