martedì 4 settembre 2012

Sesso, pillole e menta piperita




In fondo, tutto ebbe inizio dall’offerta di una Mela.
A pensarci bene, è stato questo il primo spot pubblicitario della storia umana. L’abilità del biforcuto venditore non fu quella di perder tempo a decantare l’ovvia bontà del frutto, quanto quella di promettere straordinari poteri a chi l’avrebbe mangiato.
Da allora, mezzi di comunicazione a parte, poco è cambiato. “Dai inizio alle danze!” è, ad esempio, il messaggio ammiccante di un recente spot pubblicitario americano. Sullo schermo, una coppia, romanticamente abbracciata su una bella spiaggia, invita i telespettatori non a ballare, come il messaggio suggerirebbe, bensì ad acquisire super poteri amorosi comprando una specie di pillola magica: il Viagra!
Ebbene sì, il Viagra e i suoi fratelli, Cialis, Levitra & Co., hanno rivoluzionato la sessualità maschile, un po’ come la pillola anticoncezionale fece, per altri versi, con quella femminile. Questi prodotti sono sempre più diffusi in tutto il mondo, tanto che dall’uso per necessità s’è passato presto all’abuso per voluttà. In alcuni Stati americani, a chi acquista una confezione di pillole blu, viene consegnata in omaggio una carta fedeltà che dà diritto al cliente ad avere una scatola gratis su sette. L’accoglienza naturale di un fenomeno che, forse, andrebbe affrontato con maggior cautela, incoraggia sempre più uomini d’ogni età ad affidarsi a simili espedienti chimici per tenere alto il proprio entusiasmo sessuale, anche quando, forse, non ce ne sarebbe alcuna giustificata necessità. Un amico mio, non più giovanissimo ma con una vitalità naturale da fare invidia ai miei coetanei, ha commentato scettico quest’abitudine, percependola da un lato come indolenza e scarsa fiducia in sé, dall’altro come un ‘tradimento’, una specie di imbroglio nei confronti della donna che, forse, preferirebbe sapersi artefice dell’eccitazione del compagno, piuttosto che un effetto collaterale. Sono d’accordo con lui, preoccupata dal fatto che tanta ostentata sicurezza inaridisca la fantasia, la seduzione e il gioco. Eppure, a sentire i pareri dei più, e non solo maschili, non c’è dubbio: con la pillola blu è tutta un’altra storia! Nessuna perdita di tempo, nessuna ansia da prestazione, insomma, nessun timore di cadere in … fallo!
Psicologi e sociologi avrebbero molto da dire in proposito e sarebbe interessante indagare l’argomento più in profondità. Ora invece, senza grandi pretese, vorrei solo far notare che guardando il fenomeno da più lontano e da un punto di vista tendenzioso forse, perché femminile, le società patriarcali, coltivando nei secoli una vera e propria adorazione ossessiva per la virilità e i suoi simboli, hanno messo sempre più a dura prova gli uomini e, anziché confermare il loro prorompente machismo, li hanno ficcati nei guai. Ecco perché in tutte le ‘fallocrazie’ d’ogni tempo, compresa la nostra (nonostante le sempre più conclamate confusioni e ambivalenze sessuali) gli stimolanti erotici artificiali sembrano essere diventati il vero mito maschile, spodestando definitivamente la naturalezza del leggendario Priapo.
Quello delle pillole stimolanti, dunque, è solo il traguardo più recente della spasmodica ricerca della perenne virilità, perché lo studio di afrodisiaci, intrugli erotizzanti e pozioni amorose è storia millenaria, affascinante e spesso tragica. Ma cosa sono esattamente gli afrodisiaci?
Secondo la mitologia greca, Urano padre dei Titani, venne castrato dal figlio Crono, il quale gettò poi i genitali in mare scatenando i suoi tremendi flutti. Dalla spuma del mare (aphros in greco) nacque Afrodite, dea dell’Amore e madre di Eros, in seguito battezzato Cupido dai Romani. Da qui proviene il termine ‘afrodisiaco’ che riassume un concetto piuttosto che un oggetto, indicando quell’alchimia complessa e fascinosa attraverso la quale si cerca di ottenere l’aumento della libido, della virilità e del piacere.  Nel suo seducente libro ‘Afrodita’, Isabel Allende, che di ricette magiche e di eros è maestra, parla poeticamente degli afrodisiaci come un ponte gettato tra gola e lussuria, in cui è l’immaginazione degli amanti a giocare il ruolo chiave, quale tenace demone tentatore, senza il quale l’amore sarebbe senza colore né sapore.
Se oggi la chimica delle pillole ha rimpiazzato gran parte del gioco psicologico che avrebbe svolto l’immaginazione in passato, nell’antichità gli alchimisti dell’Eros dovevano affrontare molti problemi e incognite e, forse, se avessero conosciuto la formula di Viagra e Cialis avrebbero reso felici gli uomini risparmiando moltissime vite. Essi hanno studiato per secoli intrugli procedendo per azzardi e approssimazioni, affidandosi alla natura con creatività, intuito e fantasia, regalando così alla storia una nutrita serie di aneddoti grotteschi e intriganti. Moltissime ricette afrodisiache, infatti, sono sopravvissute nella tradizione orale e continuano a sorprendere, anche per le tragiche sorti costate a molti personaggi e a moltissimi animali inutilmente sacrificati. Alcune formule vengono sfruttate ancora oggi in alcune parti del mondo, quali strascichi di abbagli più o meno consolidati che, senza far concorrenza alle attuali pillole, continuano ad alimentare bizzarre leggende popolari.
Si sa, per esempio, quanto siano state decantate le secrezioni di un rospo, il Bufo, per gli straordinari effetti euforici e allucinatori, davvero eccitanti forse, ma anche fatali. Ciò nonostante, capita ancora oggi, specie in alcune zone dell’Australia, di sentire qualche esaltato (senz’altro sprovvisto di pillole blu) che si mette suo malgrado a leccare uno di quei grossi batraci viscidi, anelando a una millantata estasi amorosa e rimediando tutt’al più, se fortunato, un ricovero in ospedale.
Anche la mosca spagnola, la cantaride, ha una storia analoga. Da essa veniva estratta la cantaridina, una delle pozioni d’amore più diffuse, potenti e pericolose utilizzata per migliaia di anni. Questa sostanza veniva estratta dal corpo essiccato della Lytta vescicatoria, così chiamata perché provoca vesciche cutanee aumentando contemporaneamente la pressione sanguigna ai genitali. Questo produce una piacevole sensazione d’eccitazione fino, però, a stimolare dolorose manifestazioni di priapismo. E’ simile all’effetto delle foglie di menta strofinate sulle parti intime maschili più sensibili, da quanto ho letto in un libro di Gutierrez, giovane scrittore cubano probabilmente goloso di mojitos, cocktail alcolico il cui tocco magico è dato appunto da piccanti rametti di hierbabuena, altrimenti detta menta. Nonostante sia tossica e considerata illegale, la cantaridina continua ad essere spacciata in alcuni paesi sotto falsi nomi, così come sembra essere praticato l’uso alternativo delle foglie di menta a Cuba.
Analogamente, la bizzarra abitudine di ingerire coleotteri vivi, diffusa nel Sud-est Asiatico, e di inghiottire le cimici del bacio (o triatomine) in Messico, si basa sugli stessi principi leggendari. E, per la serie paese che vai usanza che trovi, in alcuni paesi arabi si usa estrarre l’ambreina dal tratto digerente dei capodogli, perché questa sostanza aumenta le concentrazioni di certi ormoni, tra cui il testosterone, stimolando gli uomini a copulare forsennatamente con conigliesca innocenza. Effettivamente, l’ambreina è uno stimolante sessuale comprovato, utilizzato anche come fissativo nella formulazione di profumi e, testato in laboratorio sui ratti, li trasforma in veri e propri torelli da monta. Peccato, però, che i capodogli siano invece mansuete creature e appartengano ad una specie protetta e in via d’estinzione.
Migrando dal regno animale a quello vegetale, il mito più leggendario sopravvissuto fino alla storia recente è, forse, quello dell’assenzio, o ‘fata verde’. Considerato erotizzante fin dall’epoca greca, questo liquore estratto dall’omonima pianta, era talmente tossico in alcune sue versioni che nel 1915 fu proibito in Francia, dove aveva regnato a lungo come bevanda prediletta di intellettuali e artisti di Place Pigalle, perché sembrava evocasse mirabolanti muse. In realtà, provocava spasmi muscolari e gastrici e un suo consumo smoderato portava alla paralisi e persino alla morte, non prima però (forse) d’aver concesso a chi lo bevesse indicibili piaceri. La ‘fata verde’ ha comunque seminato uno strascico affascinante nella letteratura e nell’arte, soprattutto della Francia decadentista, e ha recentemente goduto di un controverso revival anche grazie al film Moulin Rouge.
Senz’altro più salutare, anche se meno spettacolare, è il ginseng asiatico, che agisce direttamente sul sistema nervoso centrale e di conseguenza si riflette sui tessuti genitali, grazie al rilascio di ossido di azoto (esattamente come per il Viagra). Il ginseng è anche un adattogeno, cioè un prodotto naturale che migliora le prestazioni fisiche e la resistenza a stress e invecchiamento, se usato con oculatezza e moderazione. Le sue virtù sembrano essere superate solo dal ginkgo bilboa, l’albero cinese fonte di un potentissimo antiossidante in grado di migliorare la circolazione sanguigna, la memoria e la concentrazione e, oltretutto, entrambe non necessitano di prescrizione medica, come invece è necessario per un analogo stimolante naturale, la yohimbina, estratta dalla corteccia di yohimbè.
Tutti questi estratti naturali, e molti altri ancora, non fanno certo concorrenza a Viagra, Cialis e compagnia bella ma con loro hanno in comune un fatto: mirano all’esasperazione del vigore sessuale esclusivamente maschile. Tuttavia, senza bisogno di ricorrere a improbabili pillole rosa, ho scoperto che anche per la donna esiste un coadiuvante naturale dell’eccitazione. E’ la L-arginina, un amminoacido da cui si ricava l’ossido di azoto: pare sia un efficace regolatore del tono del tessuto muscolare liscio e uno stimolatore del flusso sanguigno in tutte le sue aree, anche quelle più delicate e intime. Quindi …
Tuttavia, non essendo un’esperta, lascerei la parola a medici, scienziati, neurologi e psicologi per considerazioni competenti e più approfondite. Tornerei, invece, a quello che Isabel Allende considera essere l’anima dell’erotismo, sia per l’uomo che per la donna: l’immaginazione, unico vero afrodisiaco gratuito e privo di effetti collaterali noti, in grado di accendere il nostro primo vero organo sessuale, ovvero il Cervello! Sarò banale ma immaginate, appunto, una cena romantica: l’intimità della luce delle candele, la musica soft lievemente diffusa, il profumo di lui, i bisbigli di lei, gli sguardi che s’incontrano, le dita che si sfiorano, le punte dei piedi che si cercano, l’attesa della conquista che avanza con dosato pudore ...  Se la conversazione è il sesso dell’anima, come qualcuno ha detto, lo sguardo è il petting e il corteggiamento a tavola resta per me uno dei più potenti e salutari intrugli afrodisiaci di tutti i tempi. Il cibo, in questo caso, ha un ruolo strategico perché diventa nutrimento non solo del corpo ma anche del desiderio, senza per altro essere necessariamente peccaminoso come l’originale Mela! Perché non giocare più spesso, quindi, con il proprio amante, sfruttando tutti quegli stimoli che naturalmente sgorgano dalla complice condivisione di sapori, profumi e aromi, pungolando l’eccitazione con l’immaginazione, anziché arrendersi alla chimica della scienza?
Alcuni cibi sono afrodisiaci di per sé, per le sostanze che contengono. Ma, più spesso, l’effetto afrodisiaco è frutto del gioco allusivo delle forme, come per le ostriche che evocano l’intimità femminile, o gli asparagi che richiamano quella maschile. Altri alimenti son considerati afrodisiaci per suggestione, come certe parti di animali di cui si osa nutrirsi con l’idea magica e un po’ perversa di poter acquisirne l’energia virile, brutale, primordiale.  Tuttavia, senza bisogno di mangiare testicoli di toro o svenarsi per un vassoio di coquillage, è facile inventare menù erotizzanti con i cibi più semplici e genuini che la natura ci offre. Avocado, banane, fichi, uva, mandorle e mele … asparagi, cavoli, carciofi, sedano, peperoni e peperoncino … uova, formaggi e cioccolato … olio, vino e miele! Ognuno di questi cibi, senza essere snob e ricercato, nasconde in sé un’alchimia afrodisiaca in grado di scaldare il desiderio erotico, se alimentato dalla fiamma dell’immaginazione.
Ma, che ci crediate o no, uno degli alimenti realmente afrodisiaci, in virtù delle sue qualità organolettiche, è paradossalmente anche il primo nemico del bacio, preludio del sesso: l’aglio. Sì, l’aglio era ritenuto erotico, sacro e ricostituente già dai Greci, tanto che lo raccomandavano anche agli atleti prima di affrontare le gare durante le Olimpiadi. Effettivamente, oggi si sa che l’allicina contenuta nei suoi spicchi prepotentemente odorosi aumenta l’afflusso di sangue agli organi sessuali, amplificando la libido di uomini e donne.
L’inconveniente è che, per ovviare gli inevitabili disagi, è consigliabile condividerne equamente il consumo a tavola e, possibilmente, alla fine della romantica cena a lume di candela, è bene scambiarsi una o due pasticche di menta piperita da sciogliere in bocca, prima di dare inizio alle allusive danze. Tuttavia, se un uomo proprio non se la sentisse di offrire alla sua partner un bel piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino, con annesse mentine come dessert, e scegliesse la scorciatoia della pillola blu, si ricordi almeno della saggezza degli antichi padri che, riguardo a tutte le faccende umane, consigliava cautela e ponderazione, facendo tesoro del famoso detto: “Cum grano salis” … o, in questo caso, del più moderno slogan: “Cum grano Cialis”!
Insomma, per dirla con Cicerone, “O tempora o mores!”

Il cervello goloso




Perché il peperoncino fa sudare mentre la menta è rinfrescante? Come mai i bambini preferiscono le patatine fritte alla verdura? E cos’è che rende il cioccolato così irresistibile?
Queste sono solo alcune delle molte domande cui André Holley, docente di neuroscienze a Lione, dà risposta in un suo recente saggio, cercando di spiegare, in maniera semplice e vivace, quali complessi meccanismi psicofisici guidano, ogni giorno, i nostri gusti e le nostre scelte alimentari.
Il libro s’intitola “Il cervello goloso” (Bollati Boringhieri Edizioni), titolo accattivante quanto l’immagine in copertina: un folto grappolo di ribes rosso trabocca dalla pagina, invitando il lettore ad addentrarsi in un seducente universo di colori, aromi, sapori e piaceri tutti da gustare e da capire.
Soprattutto da capire. Perché se è naturale abbandonarsi alla piacevolezza di un cibo, non è altrettanto intuitivo ripercorrere coscientemente le sollecitazioni che quel cibo scatena nel nostro corpo, facendocelo preferire ad altri, magari più sani ma meno appetitosi. E’ un campo di ricerca molto ampio e in continua evoluzione, che coinvolge diversi settori del sapere: dalla neurologia alla psicofisica, dalla psicologia alla sociologia, dalla chimica alla scienza della nutrizione, con risvolti importantissimi sul business dell’industria alimentare e del marketing.
Il cibo si è trasformato, nei secoli, da semplice esigenza a raffinata fonte di piacere. Di conseguenza chi lo produce e lo vende mira ormai a soddisfare, innanzitutto, le attese edoniche dei consumatori, piuttosto che le caratteristiche organolettiche in senso stretto. Da un lato risulta affascinante, quindi, indagare come il nostro cervello risponda a determinati stimoli sensoriali, distinguendo il buono dal disgustoso, preferendo normalmente il piccante e il dolce, all’amaro e all’aspro. Ma oltre a quest’analisi introspettiva, è bene guardarci attorno e comprendere che moltissimi alimenti industriali sono concepiti ad hoc per premiare, appunto, i neuroni, ingannando spesso i nostri sensi con trucchi chimici ed espedienti emotivi di cui non sempre siamo consapevoli.
Per penetrare i misteri dell’alchimia sensoriale, Holley ci introduce direttamente negli organi di senso, accompagnandoci lungo il cammino che odori e sapori percorrono, dalle narici e dal palato, fin su nel cuore del cervello, per trasformarsi in aromi. Anche se nell’essere umano la vista è il senso predominante, è l’olfatto a trionfare nella formulazione del sapore, recuperando quell’animalità ancora viva in noi, non più volta a fiutare il pericolo o a cacciare la preda, bensì a riconoscere le tracce del piacere. Infatti, gli stimoli olfattivi e gustativi percorrono strade inizialmente disgiunte ma, una volta entrati nella giostra neurale, finiscono spesso per incrociarsi e mescolarsi.
“Gli aromi rappresentano gli odori dell’alimento percepiti nel tratto che collega la bocca alla cavità nasale. Molte proprietà degli aromi sono determinate già all’interno dell’organo dell’olfatto, grazie a centinaia di recettori diversi, il cui numero e la cui varietà consentono di rappresentare ogni odore nella sua singolarità. Si tratta dell’immagine olfattiva”.
Lo sanno bene gli esperti di analisi sensoriale, che hanno dimostrato come sia riduttivo circoscrivere la gamma di odori e sapori a categorie precise e distinte, perché le sfumature sono infinite. Ai quattro tradizionali sapori fondamentali – dolce, salato, acido e amaro – se ne è già aggiunto un quinto, l’umami, ovvero il sapore squisito, che corrisponde al gusto del glutammato, tipico di molti piatti asiatici. Allo stesso modo, è impossibile classificare tutti gli odori, anche perché l’olfatto è un senso molto più intimo, fortemente legato all’esperienza e all’apprendimento, con una memoria potente che rende ogni naso unico.
Ma Holley, nel suo libro, va oltre ciò che abbiamo a portata di naso e bocca e ci conduce fin dentro al complesso sistema sensoriale che completa la percezione degli aromi. Si tratta del nervo trigemino, meno noto rispetto agli altri sistemi sensoriali ma fondamentale nella percezione delle sensazioni particolarmente vivaci, intense e anche dolorose.
“Il quinto nervo cranico, un nervo molto polivalente, arricchisce con le sue diverse sensibilità, tattile, termica, al dolore e chimica, quella già complessa dell’odorato e del gusto. E quando il peperoncino si trasforma in bruciore e il mentolo in freschezza, alcune fibre di questo nervo, sensibili al caldo o al freddo, prestano i loro recettori a molecole che non sono né calde né fredde e che li ingannano.”
Ecco perché tutti i nostri sensi sono invitati a pranzo: anche il tatto, che valuta la consistenza e la resistenza dei cibi; l’udito, che ne percepisce il crepitio e la friabilità; e persino la temperatura, sollecitata proprio da questo incredibile ricettacolo di neuroni.
Mangiare, quindi, diventa un piacere proprio grazie alla sinergia tra tutti i nostri sistemi sensoriali, che ci porta inconsapevolmente ad attribuire al cibo un valore emotivo e affettivo. Questo è dimostrato anche scientificamente, tramite il neuroimaging, un sistema con cui vengono osservate le variazioni del flusso sanguigno nelle aree del cervello sottoposte a determinati stimoli. Molto banalmente, è come fotografare il piacere che proviamo nel gustare una tavoletta di cioccolato, o l’allegria che può procurarci un buon bicchiere di vino.
 “Quando annusiamo, non sentiamo solo odore, quando assaggiamo, non sentiamo solo gusto. Abbiamo ricordi. Soffriamo. Odiamo. Dialoghiamo con il corpo nella sua totalità, pretendiamo, osserviamo. Non solo i romanzi, ma le immagini del nostro cervello lo dimostrano, perché è il cervello, non la nostra riflessione cosciente, a coordinare tutti questi processi.”
Dopo aver letto con vorace curiosità quest’affascinante saggio di Holley, mi resta solo una considerazione, del tutto personale: cos’è che fa essere il mio cervello così goloso di qualcosa che non ha assolutamente odore, né un colore attraente, né un sapore deciso, come può essere un boccone di pesce crudo senza condimento? Non mi riferisco all’elaborato sushi, che è un universo di sensazioni solo a guardarlo, ma al sashimi servito come piace a me, semplice, primitivo. Un petalo di platessa privo di wasabi, un cubetto di tonno senza salsa di soia, o un gambero senza zenzero che carattere hanno? Possono essere così gustosi da solleticare l’acquolina e il desiderio? Per me sì! E allora mi domando se, in realtà, non esistano altri misteriosi sapori e sorprendenti odori che aspettano solo d’essere scoperti e definiti.
Forse un giorno la scienza darà una risposta anche a quest’interrogativo. Nel frattempo, mi torna alla mente un’altra piccola, preziosa verità, che solo la letteratura può mirabilmente sintetizzare. E’ un’affermazione di Virginia Woolf, tratta dal saggio “Una stanza per sè”, che dice: “Uno non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene”.
Ovviamente, sono d’accordo!

La scienza del piacere




Che cos’hanno in comune i rospi e i macachi, un buon piatto e un bel quadro, il sesso e il cannibalismo, il collezionismo e il voyeurismo … Darwin e Rozin?
Tutte queste cose, apparentemente pescate a caso, in realtà hanno in comune qualcosa di molto attraente, profondo e misterioso: il Piacere!
Lo dimostra un libro acuto e divertente, scritto da Paul Bloom – docente di Psicologia e Scienze Cognitive a Yale – intitolato “La scienza del piacere”, edito da Il Saggiatore. Il titolo originale è assai più accattivante rispetto alla traduzione italiana ed esprime molto bene il contenuto del saggio: “How Pleasure works: the new science of why we like what we like”, ovvero “Come agisce il piacere: la nuova scienza del perché ci piace ciò che ci piace.”
Bloom riprende un pensiero che aveva già espresso in un suo precedente saggio, “Il bambino di Cartesio”, e cioè che siamo tutti tendenzialmente dualisti cartesiani, perché vediamo il mondo fatto sia di cose, sia di anime, res cogitans e rex extensa. Ebbene, l’idea che anima questo nuovo libro va oltre: il piacere è una cosa seria, ha radici profonde, universali, che trascendono i sensi, ma nello stesso tempo è anche frutto dell’evoluzione, dell’adattamento e della cultura. Il piacere è, quindi, animale ma è anche intelligente. Perciò, per essere compreso nella sua complessità, va esplorato abbeverandosi a più rami del sapere, che spaziano dalla psicologia cognitivista alla filosofia, dall’evoluzionismo darwiniano alle neuroscienze.
La chiave interpretativa di Bloom è l’essenzialismo. In sintesi, il godimento che traiamo da qualcosa non dipende tanto da come quel qualcosa appare ai nostri sensi, bensì da ciò che noi pensiamo esso sia. Questo vale sia per piaceri intellettuali e mentali, come l’apprezzamento di un’opera d’arte o di un racconto letterario, sia per quei piaceri più immediati e godibili, come la soddisfazione della fame o il desiderio sessuale.
Questa teoria del piacere è l’estensione di uno dei concetti fondamentali delle scienze cognitive, ovvero l’idea secondo la quale le persone danno per scontata la presenza di un’essenza invisibile all’interno delle cose e delle altre persone, quell’essenza unica e irripetibile che fa di loro ciò che sono. Un quadro, per esempio, acquista un particolare valore per un intenditore perché è opera di un preciso autore, al di là del soggetto dipinto. Un altro esempio rubato al libro aiuta a capire quanta concretezza ci sia in quest’idea apparentemente astratta di essenzialismo: “In passato ho lavorato con alcuni bambini autistici e mi ricordavano continuamente di chiamarli ‘bambini affetti da autismo,’ e non ‘autistici’, perché le persone non sono soltanto la loro malattia!”
Cos’ha a che fare, dunque, l’essenzialismo con il piacere?
Ci sono adolescenti che amano tagliarsi con il rasoio o trapuntarsi di piercing; uomini disposti a pagare profumatamente per essere sculacciati; c’è chi preferisce guardare Friends alla tv, piuttosto che uscire con gli amici; chi pratica più volentieri il sesso virtuale rispetto a quello reale; uomini che si eccitano prepotentemente al pensiero di possedere una vergine e donne che vogliono sentirsi bambine in mano a vecchi sporcaccioni; e c’è chi ama andare al cinema per piangere, chi per spaventarsi a morte e chi si eccita davanti ad un incidente cruento per la strada. Perché?
Con un susseguirsi di esempi interessanti, a volte sconcertanti, altre spassosissimi, Paul Bloom arriva dritto al centro del piacere. E lo fa partendo da alcuni casi estremi, perché è proprio dagli eccessi che spesso si riesce a raggiungere il cuore del discorso. 
Prendiamo il caso di Armin Meiwes. Nel 2003 questo signore tedesco di 42 anni, esperto di computer, pubblicò un annuncio in rete per trovare qualcuno da uccidere e mangiare! La cosa ancor più straordinaria è che all’annuncio risposero centinaia di persone, tra le quali Meiwes scelse Barnd Brandes. I due s’incontrarono una notte, in una piccola cittadina della Germania; chiacchierarono un po’ e dopo che Brandes ebbe scolato una bottiglia di schnapps condita da diversi sonniferi, Meiwes “gli tagliò il pene e lo frisse nell’olio d’oliva, i due cercarono di mangiarlo insieme ma non ci riuscirono. Meiwes si mise a leggere un romanzo di Star Trek e Brandes, che ormai sanguinava copiosamente, si stese nella vasca. Qualche ora dopo, Meiwes uccise Brandes pugnalandolo al collo dopo averlo baciato. Poi lo fece a pezzi e lo mise nel freezer accanto alla pizza. Nelle settimane successive scongelò un pezzo del corpo alla volta e lo cucinò con olio d’oliva e aglio, arrivando a mangiarne una ventina di chili.”
Ora, al di là di tutte le considerazioni psicologiche, sociologiche e cliniche che il caso solleverebbe, questa storia grottesca è un po’ l’archetipo dell’essenzialismo e del suo ruolo nel perseguimento del piacere.  Mangiando Brandes, infatti, Meiwes era convinto di introiettare la sua essenza, non semplicemente la sua carne. Dopo averlo mangiato, si era sentito più stabile: “A ogni boccone, il mio ricordo di lui diventava più intenso.” Asseriva, persino, che il suo inglese fosse migliorato.
Per la cronaca, Meiwes fu condannato, ovviamente, mentre non si saprà mai perché Brandes stette al gioco, rubando oltretutto il ruolo di protagonista a centinaia di altri bizzarri candidati …
Questo racconto è raccapricciante ma il libro di Bloom non è macabro. Tutt’altro: stupisce e riesce a far sorridere aprendoci gli occhi su un universo oscuro e contradditorio che fa parte di noi, senza bisogno d’essere potenziali cannibali o feticisti o voyeuristi.
E’ delizioso, per esempio, quando affronta il concetto di bedtricks, termine inventato da Shakespeare per indicare quelle situazioni in cui avviene un inconsapevole scambio tra le lenzuola: “Immaginate di scoprire che vi eravate sbagliati sulla persona con cui avete appena fatto sesso. Pensavate fosse vostro marito, invece è il suo gemello; oppure pensavate fosse una prostituta, invece era vostra moglie che fingeva d’esserlo per mettere alla prova la vostra fedeltà”. Infiniti sono gli esempi di quest’ossessione amorosa: la storia, la letteratura, il cinema, persino la vita di tutti i giorni ne è piena. Ed è un’altra dimostrazione del fatto che il piacere non è solo questione di sensazioni fisiche, ma dipende anche da chi si crede sia la persona che tocchiamo, baciamo, possediamo. Lo stesso vale per chi l’amore lo fa virtualmente, colmando la distanza e l’assenza con la propria immaginazione, colorando la persona desiderata di qualità piacevoli, godibili, affini a ciò che si è. Persino leggendo un bel libro o gustando un’opera teatrale, o un film, il meccanismo è lo stesso: l’immaginazione è come un reality, un comodo sostituto di un piacere inaccessibile, troppo rischioso o faticoso da ottenere.
L’empatia è tipicamente umana. In quest’aspetto il piacere dell’animale uomo (e donna) si distingue clamorosamente rispetto da quello animale. E’ vero che i macachi si masturbano fino all’ossessione ma avranno fantasie sessuali? Immagineranno una bella macaca con cui condividere l’amplesso o sfogheranno semplicemente il proprio impulso? “Se un rospo vede qualche cosa che si muove, ci sono tre possibilità: se è più grande di lui, scappa; se è più piccolo, lo mangia; se è delle sue stesse dimensioni, si accoppia! Se la creatura con la quale si accoppia non protesta, probabilmente è della stessa specie e del sesso giusto!”
Sommessamente, mi sento di aggiungere che qualche uomo simile al rospo m’è capitato d’incontrarlo! E sono certa che ne esistano anche alcuni che, come i macachi, sanno provare piacere senza fantasia, godendo (e facendo godere!) solo a metà, ahimè!
Una cosa è certa: leggendo “La scienza del Piacere”, io ho provato piacere. Mi sono appassionata, sorpresa, eccitata e divertita, provando quel senso di riverente stupore che solo la Scienza suscita, soprattutto quando è raccontata in maniera così seducente.
E siccome il piacere è più bello se condiviso, consiglio a tutti di leggere questo libro, chissà mai che a qualche rospo non capiti di trasformarsi in un bel principe azzurro! 

Il lato scuro del piacere




Poche cose al mondo riescono ad accendere tutti i cinque sensi in un’appassionata sinfonia del piacere. E lui, per me, possiede questa misteriosa virtù: sa solleticare sensazioni forti e contrastanti, coinvolgendole in un concerto eccitante e inconfondibile. Lo riconoscerei tra mille, persino ad occhi chiusi!
Il suo colore è scuro, nero e lucido come l’ebano africano, dalla grana preziosa, compatta e fine; al tatto è duro, tenace e resistente ma docile e arrendevole quando viene solleticato dal desiderio; l’aroma è un effluvio denso e penetrante, che rimanda a misteri di terre lontane e risveglia istinti primordiali; il gusto è un’onda calda e persistente, una dolce carezza che scivola in un sentore sempre più amaro, ruvido e pastoso; infine, il suo sottile frantumarsi riecheggia come la bacchetta di un direttore d’orchestra, che prolunga un crescendo ritmico sensuale verso l’inesorabile amplesso melodico.
Se lui fosse una sinfonia, sarebbe certamente il Bolero di Ravel, da gustare ad occhi chiusi, così incalzante e coinvolgente da desiderare non finisca mai. In realtà, non sto parlando di un brano musicale erotizzante, né di un’allusiva danza rituale ma del cioccolato più sublime che abbia mai assaggiato. Amaro al 99%, dal carattere forte e deciso, seducente corruttore e diabolico tentatore. Una sferzata di energia che scatena il piacere e invita alla perdizione. Certo, non è un tipo facile lui. Ha una struttura complessa e raffinata che non asseconda tutti i gusti e, forse, è proprio questa sua personalità sofisticata a renderlo oggetto di desiderio da parte dei palati più esigenti. Alcuni intenditori consigliano di corteggiarlo gradualmente, piano piano, educando il gusto a cominciare da un’amarezza pari al 50%, poi al 65, fino all’80. Dopo di che, forse, si è in grado di affrontare con consapevolezza l’eccellente squisitezza del cioccolato amaro al 99%.
Per me è stata un’attrazione fatale, un innamoramento al primo assaggio e, incurante d’ogni cautela, ho sfidato direttamente il piacere più nero, rimanendo irrimediabilmente rapita da quest’invito divinamente peccaminoso. Non è semplicemente il sapore ad essere sorprendente ma la sua misteriosa seduzione sta nel punto di congiunzione tra scioglievolezza, aroma, consistenza e temperatura. Quando quel sottile quadratino nero s’infila in bocca e trova il contatto con il palato, resiste a mala pena alle sapienti circonvoluzioni della lingua e perde poco a poco la sua robustezza e la sua solidità, per liquefarsi lentamente in un effluvio pastoso, tiepido e vellutato. Questa lentezza nell’assaporare lascia tutto il tempo alle narici di accogliere le particelle odorose sprigionate dall’esuberanza del cacao, amplificate dal calore della bocca, e così si sprigiona quell’amalgama orgasmico di sensazioni che poche altre cose al mondo offrono.
L’unico senso, che questo delizioso peccato di gola non risveglia in me, è quello di colpa! Sì, perché contrariamente a quel che si possa pensare, il cioccolato amaro, anzi amarissimo, è un toccasana per la salute e non esiste un ragionevole motivo per privarsi di un tale godimento. I suoi benefici effetti non sono più un segreto ormai e stanno racchiusi in una chimica affascinante che, senza nulla togliere alla poesia del piacere, ne spiega scientificamente le origini.
L’attrattiva del cioccolato risiede in certi elementi propri dei semi di cacao, chiamati polifenoli, presenti anche nella frutta, nella verdura e nel vino rosso, cibi altrettanto salutari ma, per molte persone, non così golosi come un cioccolatino nero. I polifenoli e i flavonoidi presenti nel cacao sono degli straordinari antiossidanti, in grado di neutralizzare quei terribili radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento del corpo e soprattutto del cervello. Purtroppo, i radicali liberi s’insinuano inevitabilmente nel nostro organismo, perché sono un prodotto fisiologico secondario dell’inspirazione di ossigeno, insomma un effetto collaterale della vita stessa. Ma pensate: una barretta di appena quaranta grammi di cioccolato amaro sembra possedere tanti polifenoli e flavonoidi quanto una tazza di tè, anch’esso ottimo antiossidante, e ha il valore aggiunto di solleticare un piacere molto più intenso e prolungato. Non so cosa succederebbe immergendo una bustina di tè nero in una tazza di cioccolata fondente. Forse il risultato sarebbe un’accozzaglia improponibile di sapori ma certamente avremmo a disposizione una bomba preventiva contro colesterolo cattivo, malattie cardiovascolari, molte forme tumorali, indolenza neurale e persino tristezza e depressione. E non è affatto provato, oltretutto, che il cioccolato amaro induca assuefazione e, peggio ancora, sovrappeso, perché i suoi grassi sono principalmente grassi saturi e l’acido stearico presente in abbondanza si converte in acido oleico, puro nettare per l’organismo. Qualche scienziato sostiene persino che mangiare cioccolato amaro aiuti a vivere di più. Non so se questo sia vero ma sicuramente aiuta a vivere meglio!
Insomma, non si può certo avere tutto dalla vita ma se a questo piacere, amorevolmente amaro al 99%, si aggiungesse un 1% di dolce compagnia, allora questa piccante danza dei sensi spiccherebbe il volo verso un culmine altrettanto esplosivo di quello degli orgiastici tromboni di Ravel.
Provare per credere!

Il colore del bacio




L’articolo che avevo scritto settimana scorsa sul pettegolezzo ha suscitato parecchie curiosità. Alcune persone mi hanno scritto chiedendomi se anche le coccole e, soprattutto, i baci potessero avere la stessa atavica origine e derivassero, quindi, dall’evoluzione dell’uomo.
Ebbene, sollecitata da questi interrogativi, mi sono informata e ho imparato qualcosa d’interessante che spero affascini anche voi. Premetto che mentre c’è concordanza tra gli scienziati sul fatto che carezze e coccole appaghino i bisogni primari di appartenenza e familiarità - sia nei primati, sia negli umani - più complesso è il significato sociale del bacio. Da un punto di vista evolutivo, non è chiaro se noi umani ci baciamo per puro istinto o per apprendimento culturale. Si sa solo che ci piace farlo. Lo stesso Darwin, nel suo trattato “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali”, del 1872, era molto incuriosito da questo comportamento affettivo. Notava che il bacio, in varie parti del mondo, era espresso con lo strofinamento dei nasi, anziché con l’unione delle labbra e fosse comunque qualcosa di molto antico. Il coinvolgimento del naso gli fece pensare che l’annusare fosse legato alla necessità di stabilire un rapporto con gli altri. Tuttavia, riconobbe anche un evidente desiderio di scambiarsi piacere attraverso questo contatto ravvicinato. Darwin concluse, dunque, che il bacio, sia labiale che nasale, fosse un comportamento innato ed ereditario, rinforzato dal piacere.
Oggi, alcuni antropologi cercano di mettere in discussione quest’ipotesi, considerando il bacio come un’espressione puramente appresa e culturalmente diversificata. Tuttavia, il buon vecchio Darwin resiste, anche perché la sua accezione originaria di bacio comprende una vastissima gamma di atteggiamenti, comuni sia agli umani sia ai primati: accostare le guance, strofinarsi, darsi colpetti sulle braccia, sul petto o sullo stomaco o portarsi al viso le mani o i piedi altrui. Probabilmente, il bacio labiale come lo concepiamo noi, è frutto sia dell’esperienza della nutrizione durante la primissima infanzia, sia dell’annusare un altro individuo per riconoscerlo o misconoscerlo (cosa che facciamo normalmente tutti i giorni, anche se inconsapevolmente). Entrambe le esperienze – nutrizione e annusamento - sarebbero a loro volta intrecciate nell’interconnessione tra visione dei colori, desiderio sessuale ed estroflessione delle labbra, assai accentuate negli umani rispetto ai primati. Milioni d’anni fa, infatti, i nostri antenati frugivori dovettero affinare i sensi per sopravvivere. L’olfatto non bastò più a un certo punto e la vista prese il sopravvento: imparare a individuare a distanza le diverse sfumature di rosso fu indispensabile per scoprire tra i cespugli i frutti più maturi e le bacche più nutrienti. Il segnale ‘rosso’, nel corso dell’evoluzione, ha significato quindi ‘ricompensa’ e tale corrispondenza si è fissata nei circuiti neurali degli ominidi trasferendosi fino a noi. Si sa, infatti, che il rosso accelera i battiti cardiaci e le pulsazioni, creando uno stato d’eccitazione e aspettativa. Secondo uno dei più autorevoli neuroscienziati, Vilayanur Ramachandran, i nostri antenati condizionati al ‘rosso = cibo’, hanno spostato la stessa attenzione sulle parti del corpo di colore rosso, trovandole altrettanto attraenti delle bacche e dei frutti. In pratica, il colore rosso è diventato il segnale di ottenimento del piacere non solo dal comportamento di ‘mangiare’ ma anche di ‘fare sesso’. Basta pensare al ‘di dietro’ delle femmine di certe scimmie quando sono in estro per capirlo: sembrano dei cuscini prêt-à-porter gonfi e rossi come il fuoco, segnale del momento buono per accoppiarsi. In senso traslato, è lo stesso richiamo sessuale che le donne umane lanciano attraverso le labbra.
Ma come s’è spostata l’attenzione dalle parti basse alle labbra? L’evoluzione sarebbe avvenuta con il passaggio dalle quattro zampe alla postura eretta, un’elevazione che ha trasferito i segnali sessuali femminili più vistosi dal basso all’alto, col conseguente spostamento  dello sguardo maschile. Le labbra sarebbero, dunque, un’eco genitale, come ben lo definisce lo zoologo britannico Desmond Morris: la bocca femminile somiglia alle labbra intime, per consistenza, spessore e colore. Infatti, con l’eccitazione, anche le labbra della bocca s’inturgidiscono e s’arrossano, diventando più gonfie, sensibili e attraenti. In fin dei conti, noi donne utilizziamo i rossetti proprio per accentuare questo atavico messaggio, anche se lo facciamo inconsapevolmente, mascherandolo dietro effimera vanità. Pensate che i primi rossetti sembrano risalire a cinquemila anni fa, ai Sumeri, mentre le donne egizie, greche e romane usavano bacche e vino rosso per rosseggiare le labbra e invogliare gli amanti a voluttuosi baci.
Un’ipotesi ulteriore, proposta sempre dal genio di Morris, è che l’eco genitale della femmina appaia anche di foggia perfetta per suggere il capezzolo, altro richiamo sessuale necessario all’evoluzione. Ebbene, con la postura eretta, le labbra rosse non furono il solo segnale migrato dal basso all’alto, poiché anche il seno divenne gradualmente più vistoso e nudo di peli, per evocare la tonda morbidezza delle natiche. Non sorprenderebbe, seguendo Morris, che l’evoluzione abbia plasmato capezzolo e labbra in modo da stare bene insieme per nutrire e dare piacere, dato che l’allattamento soddisfa anche il bisogno ancestrale di sicurezza, fiducia e amore, con la conseguente cascata chimica che inebria il cervello.
Visto così, il bacio è senz’altro rosso e anche se s’allontana un po’ dalla visione romantica che ne abbiamo, ci fa capire quanto sia intimamente connesso con la nostra natura primordiale. Lo dimostrerebbe anche il fatto che non solo noi umani ci scambiamo labbra, lingua, alito e saliva. Lo fanno anche gli animali, a modo loro. I bonobo, per esempio, si baciano esattamente come noi, spessissimo e con evidente godimento. Lo fanno, però, per ragioni non necessariamente legate al sesso e alla riproduzione: si baciano per risolvere conflitti nel gruppo, per consolidare relazioni, per calmarsi dopo uno spavento o per sfogare ansie troppo intense. Ma anche tanti altri animali si baciano: i gatti si scambiano delicate leccatine sulla testa; i cani, le mucche e i cavalli si leccano con avidità da ogni parte del corpo tecnicamente raggiungibile; i criceti aderiscono muso a muso; gli scoiattoli si strofinano i nasi come gli eschimesi; le tartarughe si danno piccoli colpi con le teste; le giraffe intrecciano i colli; gli elefanti si esplorano con le proboscidi; e persino certi pesci tropicali (i gourami) aderiscono bocca a bocca spesso e volentieri. Sono tutti comportamenti di scambio olfattivo, gustativo e tattile che somigliano molto a quello che per noi rappresenta il bacio e, pur non avendo nulla a che fare con l’innamoramento, soddisfano gli stessi nostri bisogni primari.
Insomma, probabilmente il bacio fa parte del nostro retaggio evolutivo ed è quindi imparentato con lo spulciamento, il linguaggio e il pettegolezzo. Di certo, quest’appassionato comportamento sociale è molto più piacevole di altre eredità e nei secoli s’è diffuso ovunque, modificandosi con le mode e le culture, contagiando anche i popoli più refrattari. In qualsiasi maniera si manifesti e lo si chiami –alla francese, all’eschimese, con la lingua, sulle guance – il bacio è un meraviglioso istinto che non mente, un linguaggio universale che allaccia visceralmente due anime trascendendo i corpi. Con il bacio si conosce l’altro raggirando tutte le sovrastrutture razionali e logiche che l'essere umano ha sviluppato, trovandosene suo malgrado spesso prigioniero. Baciare è il preludio erotico che muove la carne senza interferenze, è sentire il fremito del corpo là dove esso sgorga, cavalcando i sensi fino a penetrare le emozioni più segrete. Ammettiamolo: un bacio soffice, lento e profondo scioglie le pieghe più intime del nostro essere e può sconvolgere più di un focoso amplesso.
In conclusione, è affascinante riscoprire ogni tanto la scimmia che c’è in noi. E se non è il bacio in sé a renderci creature speciali sulla Terra, ci resta sempre il privilegio di poter descrivere questa magica alchimia. Personalmente, ritengo che il bacio sia un’arte animata dalla complicità e che nessuno meglio degli innamorati possa esprimerne l’essenza. Forse, solo i poeti rasentano i sospiri degli amanti e possono prestar loro le liriche adatte a ricamare la passione. Una delle definizioni più belle e originali del bacio, a mio parere, è stata scritta proprio da un poeta e drammaturgo francese, Edmond Rostand, che nel suo Cyrano de Bergerac lo colora così:
“Ma poi che cos’è un bacio? Un giuramento fatto un poco più da presso, una promessa più precisa, una confessione che si vuol confermare … un apostrofo rosa messo tra le parole T’amo.”

La vita è un pettegolezzo




Vi siete mai chiesti perché il pettegolezzo sia un’occupazione praticata con tanto diletto dagli esseri umani? Anche gli individui più seri e riservati non possono resistere alla tentazione di qualche pettegolezzo quotidiano, perché pare trasmetta una sensazione di benessere e di leggerezza.
Ebbene, al contrario di quel che potrebbe sembrare, il pettegolezzo, o gossip com’è di moda chiamarlo, non è figlio della civiltà moderna. Certo, grazie ai mezzi di comunicazione, è aumentato in maniera esponenziale, tanto da diventare la prima attività umana, superiore persino a quella sessuale, se non altro perché quest’ultima richiede ogni tanto un po’ di riposo. Ad ogni modo, l’irresistibile e, talvolta, morboso piacere di chiacchierare su cose assolutamente futili che riguardano i fatti altrui sembra essere un comportamento istintivo che risale agli albori della storia evolutiva, quando gli esseri umani ancora non conoscevano l’uso della parola.
Una delle prime cose che i nostri progenitori fecero, non appena si differenziarono dagli altri primati, fu quella di mettersi in piedi sugli arti posteriori. Questa posizione privilegiata rivoluzionò un’infinità di comportamenti sociali, dalla caccia, alla nutrizione, al sesso. Contemporaneamente, la libertà d’azione delle mani e, in particolare, il pollice opponibile permisero qualcosa di più, dalle conseguenze assolutamente straordinarie. I nostri antenati cominciarono, infatti, a dialogare attraverso i gesti, in maniera nuova e completamente diversa dagli altri antropomorfi. Secondo questa teoria gestuale, il lato sinistro del cervello negli esseri umani si sarebbe sviluppato, non tanto in funzione del linguaggio, quanto in funzione della gestualità, che ha permesso poi l’evoluzione della parola tra gli uomini, e non invece tra le nostre parenti scimpanzé.
Cosa c’entra tutto questo con il gossip? C’entra, perché secondo un autorevole antropologo, Robin Dunbar, quando i nostri antenati pelosi si sono elevati in posizione eretta, il linguaggio ha gradualmente sostituito quello che fino a poco prima era il grooming, ossia lo spulciamento, lo spidocchiamento, insomma tutti quei vicendevoli gesti di pulizia e di cura che le scimmie tuttora amorevolmente si scambiano. Nei primati che vivono in grandi gruppi sociali, il grooming è un’attività molto dispendiosa in termini di tempo che soddisfa esigenze di coesione e di appartenenza sociale fondamentali. I bonomo e i babbuini, per esempio, trascorrono la maggior parte delle ore di veglia curandosi reciprocamente il mantello, con un’attenzione maniacale che va oltre la semplice pulizia. Ebbene, si ipotizza che a un certo punto dell’evoluzione, l’Homo Erectus abbia cominciato a vivere in gruppi talmente numerosi che fu necessario escogitare una nuova forma di grooming, in grado di tenere impegnati diversi individui contemporaneamente per rafforzare lo spirito gregario. Dallo spulciamento si passò, dunque, a una gestualità più articolata e complessa che si trasformò via via in linguaggio sempre più strutturato. Col tempo, la loquacità non s’è diffusa solo come veicolo d’informazioni importanti e funzionali ma anche di frivolezze e banalità, proprio in virtù della sua utilità sociale. I protoumani, poco a poco, hanno cominciato a trascurare il grooming per dedicarsi a chiacchierare del più e del meno, attività altrettanto piacevole e utile, origine di un progressivo contagio d’informazioni emotive. Volendo aggiungere un pizzico di fantasia, verrebbe da pensare che questo spostamento dal grooming al gossip avrebbe generato qualche trascuratezza nell’igiene personale. Un problema che trovò una soluzione dopo che i nostri progenitori si spogliarono della pelliccia e cominciarono a coprirsi con i frutti del loro ingegno. A questo punto si potrebbe azzardare l’ipotesi, nient’affatto malandrina, che dal grooming e dal gossip sia nata la moda.
Senza rischiare di confondere la storia con le favole, si può dire che, indipendentemente dalla validità della teoria gestuale, l’intreccio tra gestualità e linguaggio è davvero affascinante, perché ha generato non solo il pettegolezzo in senso stretto ma anche la cultura e l’arte in tutte le sue più elevate declinazioni.
In sintesi, possiamo tranquillamente ammettere di essere le creature più pettegole, maliziose e bugiarde della Terra, per quanto ci è concesso di sapere, ma anche le più fantasiose, ironiche e creative. Paradossalmente, anche dietro le chiacchiere malevole e pungenti potrebbe nascondere, dopo tutto, l’innata esigenza di stare insieme, di sentirsi uniti e, in fondo, di volersi bene. Lo suggerisce, a modo suo, una frase che il buon Gioacchino Belli – noto anche per il suo sarcasmo verso papa Gregorio XVI - ha scritto in una delle sue colorite opere: “A ppapa Grigorio io jje volevo bbene, perché mme dava er gusto de potenne parlà mmale!” 

Le oche di Lorenz e le rose innamorate



Sono cresciuta in una casa con un magnifico giardino. Un piccolo Eden terrestre che, un po’ come Konrad Lorenz per le sue oche, è stato il mio imprinting esistenziale e ha consacrato la mia iniziazione alla vita.
Il fatto d’aver vissuto da sempre a contatto con piante, fiori e animali ha avuto un impatto psicologico decisivo sulla bambina che ero. Credo, infatti, d’aver amato la Natura prima ancora di capire cosa essa fosse, senza distinguerla come un universo esterno da me ma come un’unica dimensione, magica e vitale, con cui interagire e interloquire.
Ricordo ancora che, mentre giocavo con gli insetti in compagnia del mio cane Teddy, mio papà si occupava delle piante. Erano soprattutto le rose la sua passione, rose che accudiva e carezzava come fossero creature umane. Il roseto si estendeva lungo un vialetto a semicerchio sul retro della casa a compiacere, quindi, non lo sguardo anonimo dei passanti ma quello complice della famiglia.
Camminandoci in mezzo, mio papà si soffermava a guardare da vicino le piantine con rapita ammirazione e, ogni tanto, soffiava forte dentro il cuore dei fiori schiusi per spazzar via i maggiolini nascosti tra i petali. Tanta era la dolcezza con cui maneggiava i boccioli profumati, quanto il vigore con cui estirpava le erbacce dalle radici. Mio papà parlava con le sue rose, a volte più che con me, tanto che ne ero scioccamente gelosa.
Per me è sempre stato naturale, dunque, pensare che piante e fiori avessero una specie d’intelligenza, di sensibilità e di capacità di dialogare con quegli esseri umani in grado di ascoltarle. Quando poi, da grande, ho letto di certi esperimenti a prova di ciò, ho sentito una profonda soddisfazione e, in cuor mio, ancora ringrazio mio papà per avermi inconsapevolmente avviato alla spontanea comprensione di un mondo a molti estraneo.
Forse, l’esperimento più curioso di cui ho letto è quello azzardato, negli anni Sessanta, da un certo Cleve Backster. Lui non era né un botanico, né uno scienziato ma lavorava per la polizia segreta americana ed era uno specialista della macchina della verità usata durante gli interrogatori ai presunti colpevoli. Un giorno, mosso da non so quale istinto, l’agente provò ad applicare gli elettrodi del galvanometro, normalmente utilizzato per registrare le emozioni umane, alle foglie di una pianta ornamentale del suo studio, una dracena. Con sua sorpresa, l’ago del poligrafo cominciò a reagire, tracciando sul nastro delle curve dentate molto simili a quelle prodotte durante le registrazioni delle emozioni umane.
Preso da eccitato entusiasmo, Backster ritentò più volte l’esperimento con altre piantine, scoprendo qualcosa di ancor più straordinario. Le piante reagivano anche quando, in loro presenza, venivano gettati dei gamberetti vivi nell’acqua bollente. Non solo! Le registrazioni emotive sembravano dimostrare che le piante non soffrivano solamente alla vista di un’azione violenta ma ne conservavano anche il ricordo. Backster ideò, infatti, un esperimento in cui uno tra sei studenti doveva sradicare e calpestare una piantina ‘vittima’ di fronte a un’altra pianta ‘testimone’. Ebbene, una volta collegata al poligrafo, la pianta testimone reagiva freneticamente solo al passaggio dello studente colpevole, mentre mostrava indifferenza davanti ai cinque innocenti.
Quando avevo letto per la prima volta questa storia, ero felicemente stupita ma soprattutto compiaciuta, perché finalmente la scienza sembrava dar ragione a certe mie fanciullesche fantasie. Così, ho cercato di saperne sempre di più frugando tra i libri e ho scoperto che, prima di Backster, all’inizio del secolo scorso, un fisiologo indiano di nome Jagadir Chandra Bose aveva condotto un’infinità di esperimenti sulle piante, a lungo ridicolizzati dagli scienziati. Il suo obiettivo era quello di dimostrare che ci fosse una similitudine tra certe reazioni animali e quelle vegetali, presupponendo che anche le piante avessero una specie di sistema nervoso attivato dalla linfa. Del resto, se i vegetali respiravano senza polmoni o branchie, se digerivano senza stomaco, se crescevano senza muscoli, perché non avrebbero potuto anche avere sensazioni fisiche e reazioni emotive? Bose restò a lungo screditato dalla scienza occidentale, che solo molto tardi riconobbe ai suoi studi il giusto merito. Io credo che quell’uomo avesse, in realtà, un preciso vantaggio rispetto agli scienziati tradizionali: il fatto d’essere indiano e di poter interpretare il mondo naturale senza i pregiudizi della cultura occidentale. Questo, probabilmente, gli aveva consentito d’avventurarsi in un universo ancora quasi del tutto inesplorato, con lo stupore di un bambino e con l’esperienza di uno studioso, senza escludere né catalogare a priori le infinite manifestazioni dell’ignoto. Bose sembrava aver intuito l’esistenza di un elemento onnipresente che avvolge ogni creatura, o meglio, come lui stesso ha scritto: “Un granello di polvere che freme in un raggio di luce, la vita che pullula in tutto il pianeta, il sole radioso che brilla nel cielo.”
Gli studi di Bose sono stati rivalutati solo molto tempo dopo, prima in Inghilterra poi in tutto il mondo, confortati anche da alcuni scienziati russi, che avevano fotografato un alone attorno alle piante, una specie di energia o di aura vitale diversa da pianta a pianta. E’ provato che ogni essere umano ne sia circondato, perché non pensare, dunque, che anche altre creature ne siano dotate, qualunque cosa essa sia? Persino Gustav Theodor Fechner, medico e fisiologo tedesco del diciannovesimo secolo si era domandato: “Perché dovremmo credere che una pianta sia meno cosciente della sua fame e della sua sete rispetto a un animale?” Con una certa ironia, Fechner amava provocare il suo pubblico, azzardando che non erano state inventate le piante per servire l’uomo di ossigeno ma, al contrario, fosse stato creato l’uomo per fornire le piante di anidride carbonica! In fin dei conti, le sue convinzioni, così come quelle di Bose, evocavano più il pensiero filosofico dei romantici tedeschi, che il rigore degli scienziati ortodossi. Novalis, Hölderlin, Görres e Goethe esprimevano, infatti, in maniera sublime questo sentimento cosmico che abbraccia piante, animali e uomini. E come spesso la storia ha dimostrato, poeti e filosofi si sono avvicinati ad alcune grandi verità esistenziali prima degli scienziati. La “Metamorfosi delle Piante” di Goethe ha, per esempio, anticipato e influenzato molte ricerche ancora attuali nel campo della fitoterapia, ispirando anche Rudolf Steiner che ha accolto quell’interpretazione dinamica dell’essere vegetale sfruttata oggi nell’agricoltura biodinamica.
Ora, tornando al mio giardino d’infanzia, che conservo non solo nella memoria ma anche nella realtà, mi sento davvero privilegiata. Non potrei vivere serenamente senza questo lussureggiante cuscino verde che mi accoglie e mi protegge dalla nuda città. Guardando attraverso le sue fronde, un senso di appartenenza mi pervade e la sua anima si confonde con la mia. Mi sembra un delitto che certe verità restino inosservate, che certe vibrazioni scorrano sotto lo sguardo e scivolino tra le dita, senza lasciar traccia o, peggio, consapevolezza di sé. Io non so se le piante abbiano davvero intelligenza, emozioni o ricordi ma gusto il beneficio del dubbio e il piacere della curiosità nei confronti di un mondo tanto pacifico come quello vegetale, che nulla chiede in cambio, se non rispetto. Del resto, forse, è solo per colpa dei nostri limitati sensi se non sappiamo comprendere un linguaggio tanto diverso dal nostro. Un proverbio indiano dice che i sensi dell’uomo sono come le porte di una città: “Se le porte sono aperte, nella città pulsa la vita; se sono chiuse, dilaga il deserto.” Ecco, quel giardino d’infanzia ha bussato alle mie porte sensoriali e tuttora rappresenta per me uno spazio segreto tra corpo e anima, tra esterno e interno, tra visibile e invisibile. Ora so che le piante possono insegnare molto a chi le sa ascoltare, basta osservare le loro reazioni verso chi le tratta con passione, come se, attraverso la propria esuberanza, volessero esprimere riconoscenza e gioia.
Le rose del mio giardino, quelle con cui mio papà parlava, erano bellissime e, ogni primavera, gettavano i primi turgidi germogli, a salutare il loro consueto appuntamento. Oggi, non ci sono più, né lui né il roseto. Evidentemente, io non ho saputo trasmettere a quelle rose lo stesso affetto che mio padre per esse nutriva, tanto che si son lasciate morire di nostalgia.
Chissà, forse, un giorno qualche poetico scienziato scoprirà che anche i fiori si comportano come le oche innamorate di Lorenz.