martedì 4 settembre 2012

La suite di Satie


Ai deliziosi frutti che la Terra offre, s’ispirano poemi, sonetti, fiabe, dipinti e sculture. Le forme e i colori dei vegetali sono talmente evocativi e stravaganti da coinvolgere l’arte in ogni sua forma espressiva, tanto che è un peccato chiamare ‘natura morta’ quella interpretata dalla fantasia degli artisti. In realtà, è una specie di seconda vita quella che l’arte dona alla natura. Persino la musica, che normalmente esalta le vastità dei paesaggi e gli infiniti scenari emotivi da essi suscitati, trova talvolta le sue muse tra i bucolici frutti.
Ai tempi delle avanguardie artistiche del Novecento, Erik Satie, originale pianista francese vissuto durante la belle époque, ha composto tre suite per pianoforte dedicate a un frutto tanto bello quanto buono. Un frutto dall’aspetto così femminile da trasformarsi, al tocco esperto del pianista, in una sensuale melodia. Questo sinuoso frutto è la pera e il titolo del brano musicale è Trois morceaux en forme de poire. Attorno a quest’opera - che invito ad ascoltare perché è burrosa e fondente, proprio come una pera matura al punto giusto - sono fioriti alcuni curiosi aneddoti. Pare, per esempio, che un giorno Satie spiegò soddisfatto al collega Debussy che, grazie al titolo di questo brano, la sua bizzarra musica non poteva più essere accusata di mancare di forma. A conferma di ciò, Man Ray, mago della fotografia surrealista, ha successivamente dedicato un quadro alla pera elogiata dal geniale pianista, pera che ha preso così la foggia di una procace Kaiser.
Ci voleva un musicista eccentrico come Satie per ricamare le note adatte a questo frutto. Più spesso, la pera è stata corteggiata da pittori e letterati. Bartolomeo Bimbi, un pittore naturalista che lavorava alla Corte dei Medici, ne ha dipinte ben 115 varietà in un solo quadro, ognuna con curve e sfumature diverse, tutte adagiate su ampi vassoi e suddivise secondo il mese di maturazione. Ne Le Metamorfosi, Ovidio attribuiva a Pomona le forme morbide del frutto e la pelle fresca come la sua vellutata buccia; Virgilio esortava Dafne a innestare i peri con amore per dare frutti ai suoi nipoti; Omero narrava dei peri domestici come di mirabili doni dei numi posati nel giardino di Laerte. Durante tutto il Rinascimento, e oltre, la pera ha mantenuto un indiscusso primato tra le muse ispiratrici, non solo in Italia. Merito anche degli incantevoli paesaggi, oltre che della bontà dei frutti. Sono famosi, infatti, i giardini belgi, inglesi e soprattutto francesi, dall’inconfondibile eleganza barocca, dove i giardinieri modellavano i rami dei peri contro i muri delle regge ottenendone bellissimi ricami. Una delizia per gli occhi che nulla sottraeva al piacere del palato, dopo che i frutti venivano colti e portati a tavola.
Non sarebbe stata sufficiente, tuttavia, la bellezza a rendere immortale il frutto dalle generose curve. In realtà, sta nel suo cuore il segreto, fatto di un equilibrio tra gusto, aroma, profumo e corposità. La sua anima dolce e cedevole, già scoperta dai conviviali deschi dei Greci e dei Romani, si manifesta nel succoso sapore di zucchero, miele, cannella e viola. Sfumature che variano secondo la qualità, la zona e il periodo di maturazione. Timbriche che la chimica, un po’ meno poeticamente delle note di Satie, ha tradotto in zuccheri, acidi, potassio, fenoli, alcoli, aldeidi e chetoni che, tutti insieme, concertano il sapore.
L’Abate Fetel, la Decana del Comizio, la Passa Crassana, la William, la Cocomerina, la Monteleone, la Moscatella, la Kaiser e le altre numerose sorelle esprimono ciascuna un carattere particolare, ognuno adatto a molteplici e fantasiose declinazioni culinarie. Tuttavia, così come l’animo femminile, anche la pera non ha solo il suo accattivante fascino. Ha anche i suoi capricci. Se è facile accostarla a compagni dolci come il miele, o piccanti come i formaggi, non è altrettanto facile gustarla al meglio della sua stagionatura. Infatti, appena dopo la raccolta, il frutto maturo andrebbe goduto immediatamente senza posa, poiché imbrunisce in fretta; al contrario, se raccolto troppo anticipatamente bruciando le tappe, non riesce a esprimere appieno le sue virtù, lasciando insoddisfatto l’impaziente ingordo. Non somiglia, dunque, alla donna questo polposo frutto? Persino Shakespeare, che ben s’intendeva di qualità femminili, in Tutto è bene ciò che finisce bene, osservava che la verginità, la buona vecchia verginità, è come una di quelle pere vizze francesi: brutte a vedersi, secche a mangiarsi.
Tuttavia, a volte l’uomo particolarmente ricco di fantasia riesce a raggirare i difetti o, più benevolmente, riesce a cogliere il bello e il buono anche laddove esso non c’è. Ecco che allora, anche una pera mollemente matura o tenacemente acerba, può dare il massimo di sé se vien trattata con le giuste maniere, soprattutto quando è cotta. Non nel senso d’innamorata persa, come può essere la donna, ma cucinata. Al calore del fornello, anche la pera più trasandata resuscita sotto nuove vesti mantenendo, però, lo stesso cuore dolce. E qui mi sovviene una ricetta semplice e sfiziosa che il signor Angiolino Berti, maestro d’arte culinaria da me già decantato altrove, mi ha suggerito qualche tempo fa. Ricetta che ho prontamente eseguito con dovizia di passione, eleggendo regina dell’opera una profumatissima Decana. La ricetta è la seguente:
Risotto alla pera, delizia d’amore
Ingredienti: Riso Carnaroli, Olio extra vergine di oliva, cipolla, pere, prezzemolo, vino bianco, sale e pepe. Brodo. Parmigiano grattugiato.
Preparazione: tagliare molto sottile la cipolla e soffriggere nell'olio, bagnare leggermente con il vino bianco, aggiungere il riso e stemperare, mantenendo continuamente morbido il riso con l'aggiunta di brodo. Tagliare a piccoli cubetti le pere che verranno aggiunte a fine cottura per tre quattro minuti. Spolverare con prezzemolo fresco e parmigiano. Servire ben caldo … e con amore, aggiungo io.
Vi consiglio caldamente questo piatto, considerato il risultato e, soprattutto, il sincero apprezzamento del mio diletto commensale. Per rendere ancor più stimolante il boccone al palato, potete sostituire il prezzemolo con foglioline di menta fresca, come ho fatto io, e magari accompagnare queste saporite note con quelle sensuali del Trois morceaux en forme de poire di Satie.
Bon appetit!

A tu per tu con lo zebù




Ieri, l’Ansa ha accennato a una notizia che non ha avuto eco qui da noi.
In Madagascar - a Fort Dauphin, nel sud-est dell’isola – c’è stato un crudele massacro legato a dei furti. Furti non di denaro ma di zebù. Qui, infatti, lo zebù è la vera ricchezza della gente: una famiglia è tanto più ricca e potente quanti più zebù possiede e in molte tribù si stipulano ancora i matrimoni barattando la donna con l’animale. Tanto più la ragazza è giovane, quanti più zebù occorrono per ‘comprarla’ come sposa, ebbene sì!
Per colpa degli zebù, ieri sono morte centinaia di persone: almeno novanta dahalos – così si chiamano tradizionalmente i ladri di bestiame – sono stati uccisi durante due spedizioni punitive condotte dagli abitanti dei villaggi depredati.
Se la notizia rimbalza indifferente alla maggior parte di noi, risucchiati come siamo da catastrofi socio-economiche ben più clamorose – personalmente mi si stringe il cuore. Non solo per quelle persone semplici e istintivamente pacifiche ma anche per i poveri zebù che, alla fine, sono quelli che faranno la fine peggiore.
“Non si butta via niente dello zebù! E’ come il maiale per voi ...” mi spiegavano i ragazzi malgasci, quando, quest’estate a Nosy Be, m’intenerivo e accarezzavo rapita le gobbe gommose di ogni zebù che mi capitava sotto tiro. Sono animali docili e mansueti: a guardarli negli occhi grandi e acquosi, leccati da lunghe e folte ciglia, mi sembrava di sprofondare in uno stato d’animo umano, grato e compassionevole. Purtroppo, credo d’essere l’unica creatura al mondo che si pone in silente dialogo con uno zebù e che, oltretutto, lo confessa pubblicamente senza vergogna.
La realtà è ben diversa, lo zebù è cibo e ricchezza. Nella capitale, Hellville, c’è persino uno Zeburger, popolare quanto un nostro Burger King o McDonald e mi hanno assicurato che gli hamburger di zebù non hanno nulla da invidiare a quelli di manzo consumati da noi (sempre che di manzo si tratti).
Sarà! Io preferisco pensarla come Montaigne (che amava e rispettava moltissimo tutti gli animali), quando riferendosi alla sua cara gatta, pensava: “Chissà se quando gioco con la mia gatta, non sia lei a giocare con me?
Ebbene, forse anche gli zebù hanno un linguaggio e sono animati da pensieri, sentimenti, sogni, speranze, paure. Magari si prendono gioco di noi quando ci ammazziamo per un pezzo di carne; certamente soffrono quando vengono sacrificati per i piaceri degli umani; ma forse si commuovono anche, quando qualcuno, amorevolmente, li guarda negli occhi, carezzando con dolcezza le loro gommose gobbe.

Feuerbach e l'insalata mista




E se Feuerbach avesse ragione? Se davvero noi fossimo quel che mangiamo?
Il tema non è così peregrino come potrebbe sembrare, almeno per quanto mi riguarda. In primo luogo, perché sono vegetariana, mangio poco e non sono golosa. Poi perché, a differenza di quello che le mie preferenze alimentari potrebbero far pensare, sono molto interessata, anzi innamorata, dell’arte culinaria e amante dei piaceri della tavola!
Sono convinta, infatti, che si possa gustare un universo infinito di sapori, profumi e aromi anche dentro i prodotti che nostra Madre Terra generosamente ci offre tutti i giorni. Per di più, penso che nell’assaporare certe sensazioni primordiali, la morigeratezza sia una virtù, e non un difetto. Una virtù che, insieme alla curiosità, alla lentezza e alla fantasia (e, magari, alla giusta compagnia), amplifica ed esalta le emozioni, anziché mortificarle.
Frutta e verdura meritano, pertanto, devozione e ammirazione, tanto che da sempre hanno ispirato artisti, letterati e persino scienziati.
Innanzitutto, sono ‘creature’ vive, sensuali, dalle forme bellissime e docili al tocco. Ogni frutto della Natura è un piccolo capolavoro in miniatura, unico per foggia, dimensione e colore. Pensateci: non c’è una pesca, un fico, una carota o un pomodoro identico all’altro. E quasi tutti, se non addirittura tutti, dialogano con le molteplici e complesse sfumature dell’appetito umano, stuzzicando non solo l’acquolina in senso stretto ma evocando anche - in maniera spesso inequivocabile - l’erotismo e il sesso.
Non a caso, in tempi lontani, la statua di Priapo, figlio procace di Afrodite, si ergeva fiera negli orti e nei giardini, quale custode della fertilità e dell’agricoltura. Addirittura, molto spesso, il simbolo si riduceva (o ampliava, a seconda dei casi e dei gusti) nell’essenziale, ovvero in un energico fallo dritto, che imperava con orgoglio sulle colture. Il valore ispirante e simbolico del regno vegetale è dunque immenso: dalla mitologia, alle tradizioni religiose, dall’arte, alla poesia e alla letteratura, fino al linguaggio quotidiano. Dai tempi più antichi ci arriva, per esempio, il mito del Pomo della discordia di Paride, il frutto del bene e del male dell’Eden, il fico certamente mangiato da Adamo ed Eva (dedotto dalla foglia dello stesso frutto con cui si coprirono le proprie nudità). E poi, ancora, si sa che la fragola nella mitologia nordica rappresenta la dea dell’amore Frigga e, nel simbolismo cristiano, la Vergine Maria. Nell’arte pittorica, sarebbe sufficiente un nome: Caravaggio, con le sue splendide nature morte. E che dire poi dell’arte fiamminga e degli antropomorfismi dell’Arcimboldo? Anche l’arte letteraria pullula di esempi, basterebbe leggere “Afrodita” di Isabel Allende per farsi una cultura saporita e piccante. Il sesso orale nella letteratura erotica veniva, infatti, spesso definito ‘frutto proibito’, anche se oggi questo raffinato pudore fa sorridere. Persino nel Cantico dei Cantici, che è un capolavoro di sensualità, si elogiava il sodalizio tra i frutti della Terra e i piaceri del sesso e dell’amore: “Con dolci d’uva e con mele, sostenetemi e resuscitatemi. Muoio d’amore”, dice Sulamit a Salomone. E ancora: “Favi colanti le tue labbra, oh sposa, miele e latte nella tua bocca, come un Libano di aromi, delle tue vesti l’odore”, canta Salomone all’amata, pregustando in questo caso miele tiepido e mandorle tritate sul corpo disteso e languido della donna.
Non c’è dubbio, quindi: frutta e verdura da sempre stimolano l’immaginazione. Entrambe invogliano alla condivisione, ispirano la creatività e inducono al gioco, goloso, e amoroso! Non per niente, moltissimi vegetali e frutti sono considerati ancora oggi cibi afrodisiaci, vuoi per la loro forma allusiva, vuoi per la morbidezza o la durezza, la ‘polposità’, la dolcezza, la succosità, insomma tutte qualità esplicite dell’atto amoroso. Anche nei giochi culinari, come in quelli erotici, si prediligono infatti le fogge falliche e tonde (come le zucchine e le pesche), le consistenze polpose e umide (come i mango e i pomodori), i colori delicatamente sensuali che evocano le parti turgide e tumide del corpo (melagrane e fichi, per esempio), o i toni più intensi e accesi che rimandano a più torbide oscurità (come le olive nere, le melanzane o le prugne) e gli aromi persistenti (come il frutto della passione, che tanto amo, o l’aglio, perché no!).
Insomma, non ci si annoia davvero ad essere vegetariani! Ogni giorno, ogni stagione offre i suoi piaceri, a volte persino con qualche sorpresa. Ho letto recentemente, infatti, che uno dei frutti più amati, più comuni e guarda caso anche più comunemente associati al piacere sessuale – la banana – è oggetto di un curioso progetto. C’è, infatti, chi sta studiando come produrre banane meno curve e possibilmente dritte. Il motivo sarebbe l’esigenza di rendere più agevole e conveniente il loro trasporto, ospitandone una quantità maggiore nelle cassette. Sarà! A me pare un peccato violentare la naturale foggia di banana, sorridente e perfetta anche quando è imperfetta, con le sue piccole ammaccature e i suoi vezzosi nei. Non solo la trovo più bella e originale ma anche più ergonomica e divertente. Mi domando se la stessa sorte potrebbero subire in futuro anche i pomodori, le melanzane o le pere! Ispirerebbero certamente i pittori cubisti ma, probabilmente, non i poeti e forse nemmeno gli amanti!
Noi, per concludere, non solo godiamo dell’universo infinito di sapori, profumi e aromi dei  doni che la nostra Terra ci regala ma approfittiamo anche della sua memoria per arricchire la nostra anima di emozioni artistiche e per colorare il nostro linguaggio quotidiano. Pensate a quante espressioni spesso rubiamo al mondo vegetale per far capire ciò che proviamo o a cosa alludiamo in un particolare momento: il frutto del peccato, la mela bacata, vuoto come zucca, rosso come un peperone, le pigne in testa, la bocca a ciliegia, il seno a pera, il naso a patata, gli occhi a mandorla, la pelle di pesca …
Dunque, se quello che diceva Feuerbach, è vero, gli amanti della carne non si stupiscano se dentro di sé ogni tanto sentiranno la paura del coniglio, la rassegnazione del pollo o la tenerezza del vitello mangiati a pranzo. Nel mio caso, invece, potrò sentire solo l’allegria del ravanello, l’esuberanza della fragola, la passione del mango o, alla peggio, la confusione dell’insalata mista mangiata la sera precedente. 

Sesso, pillole e menta piperita




In fondo, tutto ebbe inizio dall’offerta di una Mela.
A pensarci bene, è stato questo il primo spot pubblicitario della storia umana. L’abilità del biforcuto venditore non fu quella di perder tempo a decantare l’ovvia bontà del frutto, quanto quella di promettere straordinari poteri a chi l’avrebbe mangiato.
Da allora, mezzi di comunicazione a parte, poco è cambiato. “Dai inizio alle danze!” è, ad esempio, il messaggio ammiccante di un recente spot pubblicitario americano. Sullo schermo, una coppia, romanticamente abbracciata su una bella spiaggia, invita i telespettatori non a ballare, come il messaggio suggerirebbe, bensì ad acquisire super poteri amorosi comprando una specie di pillola magica: il Viagra!
Ebbene sì, il Viagra e i suoi fratelli, Cialis, Levitra & Co., hanno rivoluzionato la sessualità maschile, un po’ come la pillola anticoncezionale fece, per altri versi, con quella femminile. Questi prodotti sono sempre più diffusi in tutto il mondo, tanto che dall’uso per necessità s’è passato presto all’abuso per voluttà. In alcuni Stati americani, a chi acquista una confezione di pillole blu, viene consegnata in omaggio una carta fedeltà che dà diritto al cliente ad avere una scatola gratis su sette. L’accoglienza naturale di un fenomeno che, forse, andrebbe affrontato con maggior cautela, incoraggia sempre più uomini d’ogni età ad affidarsi a simili espedienti chimici per tenere alto il proprio entusiasmo sessuale, anche quando, forse, non ce ne sarebbe alcuna giustificata necessità. Un amico mio, non più giovanissimo ma con una vitalità naturale da fare invidia ai miei coetanei, ha commentato scettico quest’abitudine, percependola da un lato come indolenza e scarsa fiducia in sé, dall’altro come un ‘tradimento’, una specie di imbroglio nei confronti della donna che, forse, preferirebbe sapersi artefice dell’eccitazione del compagno, piuttosto che un effetto collaterale. Sono d’accordo con lui, preoccupata dal fatto che tanta ostentata sicurezza inaridisca la fantasia, la seduzione e il gioco. Eppure, a sentire i pareri dei più, e non solo maschili, non c’è dubbio: con la pillola blu è tutta un’altra storia! Nessuna perdita di tempo, nessuna ansia da prestazione, insomma, nessun timore di cadere in … fallo!
Psicologi e sociologi avrebbero molto da dire in proposito e sarebbe interessante indagare l’argomento più in profondità. Ora invece, senza grandi pretese, vorrei solo far notare che guardando il fenomeno da più lontano e da un punto di vista tendenzioso forse, perché femminile, le società patriarcali, coltivando nei secoli una vera e propria adorazione ossessiva per la virilità e i suoi simboli, hanno messo sempre più a dura prova gli uomini e, anziché confermare il loro prorompente machismo, li hanno ficcati nei guai. Ecco perché in tutte le ‘fallocrazie’ d’ogni tempo, compresa la nostra (nonostante le sempre più conclamate confusioni e ambivalenze sessuali) gli stimolanti erotici artificiali sembrano essere diventati il vero mito maschile, spodestando definitivamente la naturalezza del leggendario Priapo.
Quello delle pillole stimolanti, dunque, è solo il traguardo più recente della spasmodica ricerca della perenne virilità, perché lo studio di afrodisiaci, intrugli erotizzanti e pozioni amorose è storia millenaria, affascinante e spesso tragica. Ma cosa sono esattamente gli afrodisiaci?
Secondo la mitologia greca, Urano padre dei Titani, venne castrato dal figlio Crono, il quale gettò poi i genitali in mare scatenando i suoi tremendi flutti. Dalla spuma del mare (aphros in greco) nacque Afrodite, dea dell’Amore e madre di Eros, in seguito battezzato Cupido dai Romani. Da qui proviene il termine ‘afrodisiaco’ che riassume un concetto piuttosto che un oggetto, indicando quell’alchimia complessa e fascinosa attraverso la quale si cerca di ottenere l’aumento della libido, della virilità e del piacere.  Nel suo seducente libro ‘Afrodita’, Isabel Allende, che di ricette magiche e di eros è maestra, parla poeticamente degli afrodisiaci come un ponte gettato tra gola e lussuria, in cui è l’immaginazione degli amanti a giocare il ruolo chiave, quale tenace demone tentatore, senza il quale l’amore sarebbe senza colore né sapore.
Se oggi la chimica delle pillole ha rimpiazzato gran parte del gioco psicologico che avrebbe svolto l’immaginazione in passato, nell’antichità gli alchimisti dell’Eros dovevano affrontare molti problemi e incognite e, forse, se avessero conosciuto la formula di Viagra e Cialis avrebbero reso felici gli uomini risparmiando moltissime vite. Essi hanno studiato per secoli intrugli procedendo per azzardi e approssimazioni, affidandosi alla natura con creatività, intuito e fantasia, regalando così alla storia una nutrita serie di aneddoti grotteschi e intriganti. Moltissime ricette afrodisiache, infatti, sono sopravvissute nella tradizione orale e continuano a sorprendere, anche per le tragiche sorti costate a molti personaggi e a moltissimi animali inutilmente sacrificati. Alcune formule vengono sfruttate ancora oggi in alcune parti del mondo, quali strascichi di abbagli più o meno consolidati che, senza far concorrenza alle attuali pillole, continuano ad alimentare bizzarre leggende popolari.
Si sa, per esempio, quanto siano state decantate le secrezioni di un rospo, il Bufo, per gli straordinari effetti euforici e allucinatori, davvero eccitanti forse, ma anche fatali. Ciò nonostante, capita ancora oggi, specie in alcune zone dell’Australia, di sentire qualche esaltato (senz’altro sprovvisto di pillole blu) che si mette suo malgrado a leccare uno di quei grossi batraci viscidi, anelando a una millantata estasi amorosa e rimediando tutt’al più, se fortunato, un ricovero in ospedale.
Anche la mosca spagnola, la cantaride, ha una storia analoga. Da essa veniva estratta la cantaridina, una delle pozioni d’amore più diffuse, potenti e pericolose utilizzata per migliaia di anni. Questa sostanza veniva estratta dal corpo essiccato della Lytta vescicatoria, così chiamata perché provoca vesciche cutanee aumentando contemporaneamente la pressione sanguigna ai genitali. Questo produce una piacevole sensazione d’eccitazione fino, però, a stimolare dolorose manifestazioni di priapismo. E’ simile all’effetto delle foglie di menta strofinate sulle parti intime maschili più sensibili, da quanto ho letto in un libro di Gutierrez, giovane scrittore cubano probabilmente goloso di mojitos, cocktail alcolico il cui tocco magico è dato appunto da piccanti rametti di hierbabuena, altrimenti detta menta. Nonostante sia tossica e considerata illegale, la cantaridina continua ad essere spacciata in alcuni paesi sotto falsi nomi, così come sembra essere praticato l’uso alternativo delle foglie di menta a Cuba.
Analogamente, la bizzarra abitudine di ingerire coleotteri vivi, diffusa nel Sud-est Asiatico, e di inghiottire le cimici del bacio (o triatomine) in Messico, si basa sugli stessi principi leggendari. E, per la serie paese che vai usanza che trovi, in alcuni paesi arabi si usa estrarre l’ambreina dal tratto digerente dei capodogli, perché questa sostanza aumenta le concentrazioni di certi ormoni, tra cui il testosterone, stimolando gli uomini a copulare forsennatamente con conigliesca innocenza. Effettivamente, l’ambreina è uno stimolante sessuale comprovato, utilizzato anche come fissativo nella formulazione di profumi e, testato in laboratorio sui ratti, li trasforma in veri e propri torelli da monta. Peccato, però, che i capodogli siano invece mansuete creature e appartengano ad una specie protetta e in via d’estinzione.
Migrando dal regno animale a quello vegetale, il mito più leggendario sopravvissuto fino alla storia recente è, forse, quello dell’assenzio, o ‘fata verde’. Considerato erotizzante fin dall’epoca greca, questo liquore estratto dall’omonima pianta, era talmente tossico in alcune sue versioni che nel 1915 fu proibito in Francia, dove aveva regnato a lungo come bevanda prediletta di intellettuali e artisti di Place Pigalle, perché sembrava evocasse mirabolanti muse. In realtà, provocava spasmi muscolari e gastrici e un suo consumo smoderato portava alla paralisi e persino alla morte, non prima però (forse) d’aver concesso a chi lo bevesse indicibili piaceri. La ‘fata verde’ ha comunque seminato uno strascico affascinante nella letteratura e nell’arte, soprattutto della Francia decadentista, e ha recentemente goduto di un controverso revival anche grazie al film Moulin Rouge.
Senz’altro più salutare, anche se meno spettacolare, è il ginseng asiatico, che agisce direttamente sul sistema nervoso centrale e di conseguenza si riflette sui tessuti genitali, grazie al rilascio di ossido di azoto (esattamente come per il Viagra). Il ginseng è anche un adattogeno, cioè un prodotto naturale che migliora le prestazioni fisiche e la resistenza a stress e invecchiamento, se usato con oculatezza e moderazione. Le sue virtù sembrano essere superate solo dal ginkgo bilboa, l’albero cinese fonte di un potentissimo antiossidante in grado di migliorare la circolazione sanguigna, la memoria e la concentrazione e, oltretutto, entrambe non necessitano di prescrizione medica, come invece è necessario per un analogo stimolante naturale, la yohimbina, estratta dalla corteccia di yohimbè.
Tutti questi estratti naturali, e molti altri ancora, non fanno certo concorrenza a Viagra, Cialis e compagnia bella ma con loro hanno in comune un fatto: mirano all’esasperazione del vigore sessuale esclusivamente maschile. Tuttavia, senza bisogno di ricorrere a improbabili pillole rosa, ho scoperto che anche per la donna esiste un coadiuvante naturale dell’eccitazione. E’ la L-arginina, un amminoacido da cui si ricava l’ossido di azoto: pare sia un efficace regolatore del tono del tessuto muscolare liscio e uno stimolatore del flusso sanguigno in tutte le sue aree, anche quelle più delicate e intime. Quindi …
Tuttavia, non essendo un’esperta, lascerei la parola a medici, scienziati, neurologi e psicologi per considerazioni competenti e più approfondite. Tornerei, invece, a quello che Isabel Allende considera essere l’anima dell’erotismo, sia per l’uomo che per la donna: l’immaginazione, unico vero afrodisiaco gratuito e privo di effetti collaterali noti, in grado di accendere il nostro primo vero organo sessuale, ovvero il Cervello! Sarò banale ma immaginate, appunto, una cena romantica: l’intimità della luce delle candele, la musica soft lievemente diffusa, il profumo di lui, i bisbigli di lei, gli sguardi che s’incontrano, le dita che si sfiorano, le punte dei piedi che si cercano, l’attesa della conquista che avanza con dosato pudore ...  Se la conversazione è il sesso dell’anima, come qualcuno ha detto, lo sguardo è il petting e il corteggiamento a tavola resta per me uno dei più potenti e salutari intrugli afrodisiaci di tutti i tempi. Il cibo, in questo caso, ha un ruolo strategico perché diventa nutrimento non solo del corpo ma anche del desiderio, senza per altro essere necessariamente peccaminoso come l’originale Mela! Perché non giocare più spesso, quindi, con il proprio amante, sfruttando tutti quegli stimoli che naturalmente sgorgano dalla complice condivisione di sapori, profumi e aromi, pungolando l’eccitazione con l’immaginazione, anziché arrendersi alla chimica della scienza?
Alcuni cibi sono afrodisiaci di per sé, per le sostanze che contengono. Ma, più spesso, l’effetto afrodisiaco è frutto del gioco allusivo delle forme, come per le ostriche che evocano l’intimità femminile, o gli asparagi che richiamano quella maschile. Altri alimenti son considerati afrodisiaci per suggestione, come certe parti di animali di cui si osa nutrirsi con l’idea magica e un po’ perversa di poter acquisirne l’energia virile, brutale, primordiale.  Tuttavia, senza bisogno di mangiare testicoli di toro o svenarsi per un vassoio di coquillage, è facile inventare menù erotizzanti con i cibi più semplici e genuini che la natura ci offre. Avocado, banane, fichi, uva, mandorle e mele … asparagi, cavoli, carciofi, sedano, peperoni e peperoncino … uova, formaggi e cioccolato … olio, vino e miele! Ognuno di questi cibi, senza essere snob e ricercato, nasconde in sé un’alchimia afrodisiaca in grado di scaldare il desiderio erotico, se alimentato dalla fiamma dell’immaginazione.
Ma, che ci crediate o no, uno degli alimenti realmente afrodisiaci, in virtù delle sue qualità organolettiche, è paradossalmente anche il primo nemico del bacio, preludio del sesso: l’aglio. Sì, l’aglio era ritenuto erotico, sacro e ricostituente già dai Greci, tanto che lo raccomandavano anche agli atleti prima di affrontare le gare durante le Olimpiadi. Effettivamente, oggi si sa che l’allicina contenuta nei suoi spicchi prepotentemente odorosi aumenta l’afflusso di sangue agli organi sessuali, amplificando la libido di uomini e donne.
L’inconveniente è che, per ovviare gli inevitabili disagi, è consigliabile condividerne equamente il consumo a tavola e, possibilmente, alla fine della romantica cena a lume di candela, è bene scambiarsi una o due pasticche di menta piperita da sciogliere in bocca, prima di dare inizio alle allusive danze. Tuttavia, se un uomo proprio non se la sentisse di offrire alla sua partner un bel piatto di spaghetti aglio, olio e peperoncino, con annesse mentine come dessert, e scegliesse la scorciatoia della pillola blu, si ricordi almeno della saggezza degli antichi padri che, riguardo a tutte le faccende umane, consigliava cautela e ponderazione, facendo tesoro del famoso detto: “Cum grano salis” … o, in questo caso, del più moderno slogan: “Cum grano Cialis”!
Insomma, per dirla con Cicerone, “O tempora o mores!”

Il cervello goloso




Perché il peperoncino fa sudare mentre la menta è rinfrescante? Come mai i bambini preferiscono le patatine fritte alla verdura? E cos’è che rende il cioccolato così irresistibile?
Queste sono solo alcune delle molte domande cui André Holley, docente di neuroscienze a Lione, dà risposta in un suo recente saggio, cercando di spiegare, in maniera semplice e vivace, quali complessi meccanismi psicofisici guidano, ogni giorno, i nostri gusti e le nostre scelte alimentari.
Il libro s’intitola “Il cervello goloso” (Bollati Boringhieri Edizioni), titolo accattivante quanto l’immagine in copertina: un folto grappolo di ribes rosso trabocca dalla pagina, invitando il lettore ad addentrarsi in un seducente universo di colori, aromi, sapori e piaceri tutti da gustare e da capire.
Soprattutto da capire. Perché se è naturale abbandonarsi alla piacevolezza di un cibo, non è altrettanto intuitivo ripercorrere coscientemente le sollecitazioni che quel cibo scatena nel nostro corpo, facendocelo preferire ad altri, magari più sani ma meno appetitosi. E’ un campo di ricerca molto ampio e in continua evoluzione, che coinvolge diversi settori del sapere: dalla neurologia alla psicofisica, dalla psicologia alla sociologia, dalla chimica alla scienza della nutrizione, con risvolti importantissimi sul business dell’industria alimentare e del marketing.
Il cibo si è trasformato, nei secoli, da semplice esigenza a raffinata fonte di piacere. Di conseguenza chi lo produce e lo vende mira ormai a soddisfare, innanzitutto, le attese edoniche dei consumatori, piuttosto che le caratteristiche organolettiche in senso stretto. Da un lato risulta affascinante, quindi, indagare come il nostro cervello risponda a determinati stimoli sensoriali, distinguendo il buono dal disgustoso, preferendo normalmente il piccante e il dolce, all’amaro e all’aspro. Ma oltre a quest’analisi introspettiva, è bene guardarci attorno e comprendere che moltissimi alimenti industriali sono concepiti ad hoc per premiare, appunto, i neuroni, ingannando spesso i nostri sensi con trucchi chimici ed espedienti emotivi di cui non sempre siamo consapevoli.
Per penetrare i misteri dell’alchimia sensoriale, Holley ci introduce direttamente negli organi di senso, accompagnandoci lungo il cammino che odori e sapori percorrono, dalle narici e dal palato, fin su nel cuore del cervello, per trasformarsi in aromi. Anche se nell’essere umano la vista è il senso predominante, è l’olfatto a trionfare nella formulazione del sapore, recuperando quell’animalità ancora viva in noi, non più volta a fiutare il pericolo o a cacciare la preda, bensì a riconoscere le tracce del piacere. Infatti, gli stimoli olfattivi e gustativi percorrono strade inizialmente disgiunte ma, una volta entrati nella giostra neurale, finiscono spesso per incrociarsi e mescolarsi.
“Gli aromi rappresentano gli odori dell’alimento percepiti nel tratto che collega la bocca alla cavità nasale. Molte proprietà degli aromi sono determinate già all’interno dell’organo dell’olfatto, grazie a centinaia di recettori diversi, il cui numero e la cui varietà consentono di rappresentare ogni odore nella sua singolarità. Si tratta dell’immagine olfattiva”.
Lo sanno bene gli esperti di analisi sensoriale, che hanno dimostrato come sia riduttivo circoscrivere la gamma di odori e sapori a categorie precise e distinte, perché le sfumature sono infinite. Ai quattro tradizionali sapori fondamentali – dolce, salato, acido e amaro – se ne è già aggiunto un quinto, l’umami, ovvero il sapore squisito, che corrisponde al gusto del glutammato, tipico di molti piatti asiatici. Allo stesso modo, è impossibile classificare tutti gli odori, anche perché l’olfatto è un senso molto più intimo, fortemente legato all’esperienza e all’apprendimento, con una memoria potente che rende ogni naso unico.
Ma Holley, nel suo libro, va oltre ciò che abbiamo a portata di naso e bocca e ci conduce fin dentro al complesso sistema sensoriale che completa la percezione degli aromi. Si tratta del nervo trigemino, meno noto rispetto agli altri sistemi sensoriali ma fondamentale nella percezione delle sensazioni particolarmente vivaci, intense e anche dolorose.
“Il quinto nervo cranico, un nervo molto polivalente, arricchisce con le sue diverse sensibilità, tattile, termica, al dolore e chimica, quella già complessa dell’odorato e del gusto. E quando il peperoncino si trasforma in bruciore e il mentolo in freschezza, alcune fibre di questo nervo, sensibili al caldo o al freddo, prestano i loro recettori a molecole che non sono né calde né fredde e che li ingannano.”
Ecco perché tutti i nostri sensi sono invitati a pranzo: anche il tatto, che valuta la consistenza e la resistenza dei cibi; l’udito, che ne percepisce il crepitio e la friabilità; e persino la temperatura, sollecitata proprio da questo incredibile ricettacolo di neuroni.
Mangiare, quindi, diventa un piacere proprio grazie alla sinergia tra tutti i nostri sistemi sensoriali, che ci porta inconsapevolmente ad attribuire al cibo un valore emotivo e affettivo. Questo è dimostrato anche scientificamente, tramite il neuroimaging, un sistema con cui vengono osservate le variazioni del flusso sanguigno nelle aree del cervello sottoposte a determinati stimoli. Molto banalmente, è come fotografare il piacere che proviamo nel gustare una tavoletta di cioccolato, o l’allegria che può procurarci un buon bicchiere di vino.
 “Quando annusiamo, non sentiamo solo odore, quando assaggiamo, non sentiamo solo gusto. Abbiamo ricordi. Soffriamo. Odiamo. Dialoghiamo con il corpo nella sua totalità, pretendiamo, osserviamo. Non solo i romanzi, ma le immagini del nostro cervello lo dimostrano, perché è il cervello, non la nostra riflessione cosciente, a coordinare tutti questi processi.”
Dopo aver letto con vorace curiosità quest’affascinante saggio di Holley, mi resta solo una considerazione, del tutto personale: cos’è che fa essere il mio cervello così goloso di qualcosa che non ha assolutamente odore, né un colore attraente, né un sapore deciso, come può essere un boccone di pesce crudo senza condimento? Non mi riferisco all’elaborato sushi, che è un universo di sensazioni solo a guardarlo, ma al sashimi servito come piace a me, semplice, primitivo. Un petalo di platessa privo di wasabi, un cubetto di tonno senza salsa di soia, o un gambero senza zenzero che carattere hanno? Possono essere così gustosi da solleticare l’acquolina e il desiderio? Per me sì! E allora mi domando se, in realtà, non esistano altri misteriosi sapori e sorprendenti odori che aspettano solo d’essere scoperti e definiti.
Forse un giorno la scienza darà una risposta anche a quest’interrogativo. Nel frattempo, mi torna alla mente un’altra piccola, preziosa verità, che solo la letteratura può mirabilmente sintetizzare. E’ un’affermazione di Virginia Woolf, tratta dal saggio “Una stanza per sè”, che dice: “Uno non può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non ha mangiato bene”.
Ovviamente, sono d’accordo!

La scienza del piacere




Che cos’hanno in comune i rospi e i macachi, un buon piatto e un bel quadro, il sesso e il cannibalismo, il collezionismo e il voyeurismo … Darwin e Rozin?
Tutte queste cose, apparentemente pescate a caso, in realtà hanno in comune qualcosa di molto attraente, profondo e misterioso: il Piacere!
Lo dimostra un libro acuto e divertente, scritto da Paul Bloom – docente di Psicologia e Scienze Cognitive a Yale – intitolato “La scienza del piacere”, edito da Il Saggiatore. Il titolo originale è assai più accattivante rispetto alla traduzione italiana ed esprime molto bene il contenuto del saggio: “How Pleasure works: the new science of why we like what we like”, ovvero “Come agisce il piacere: la nuova scienza del perché ci piace ciò che ci piace.”
Bloom riprende un pensiero che aveva già espresso in un suo precedente saggio, “Il bambino di Cartesio”, e cioè che siamo tutti tendenzialmente dualisti cartesiani, perché vediamo il mondo fatto sia di cose, sia di anime, res cogitans e rex extensa. Ebbene, l’idea che anima questo nuovo libro va oltre: il piacere è una cosa seria, ha radici profonde, universali, che trascendono i sensi, ma nello stesso tempo è anche frutto dell’evoluzione, dell’adattamento e della cultura. Il piacere è, quindi, animale ma è anche intelligente. Perciò, per essere compreso nella sua complessità, va esplorato abbeverandosi a più rami del sapere, che spaziano dalla psicologia cognitivista alla filosofia, dall’evoluzionismo darwiniano alle neuroscienze.
La chiave interpretativa di Bloom è l’essenzialismo. In sintesi, il godimento che traiamo da qualcosa non dipende tanto da come quel qualcosa appare ai nostri sensi, bensì da ciò che noi pensiamo esso sia. Questo vale sia per piaceri intellettuali e mentali, come l’apprezzamento di un’opera d’arte o di un racconto letterario, sia per quei piaceri più immediati e godibili, come la soddisfazione della fame o il desiderio sessuale.
Questa teoria del piacere è l’estensione di uno dei concetti fondamentali delle scienze cognitive, ovvero l’idea secondo la quale le persone danno per scontata la presenza di un’essenza invisibile all’interno delle cose e delle altre persone, quell’essenza unica e irripetibile che fa di loro ciò che sono. Un quadro, per esempio, acquista un particolare valore per un intenditore perché è opera di un preciso autore, al di là del soggetto dipinto. Un altro esempio rubato al libro aiuta a capire quanta concretezza ci sia in quest’idea apparentemente astratta di essenzialismo: “In passato ho lavorato con alcuni bambini autistici e mi ricordavano continuamente di chiamarli ‘bambini affetti da autismo,’ e non ‘autistici’, perché le persone non sono soltanto la loro malattia!”
Cos’ha a che fare, dunque, l’essenzialismo con il piacere?
Ci sono adolescenti che amano tagliarsi con il rasoio o trapuntarsi di piercing; uomini disposti a pagare profumatamente per essere sculacciati; c’è chi preferisce guardare Friends alla tv, piuttosto che uscire con gli amici; chi pratica più volentieri il sesso virtuale rispetto a quello reale; uomini che si eccitano prepotentemente al pensiero di possedere una vergine e donne che vogliono sentirsi bambine in mano a vecchi sporcaccioni; e c’è chi ama andare al cinema per piangere, chi per spaventarsi a morte e chi si eccita davanti ad un incidente cruento per la strada. Perché?
Con un susseguirsi di esempi interessanti, a volte sconcertanti, altre spassosissimi, Paul Bloom arriva dritto al centro del piacere. E lo fa partendo da alcuni casi estremi, perché è proprio dagli eccessi che spesso si riesce a raggiungere il cuore del discorso. 
Prendiamo il caso di Armin Meiwes. Nel 2003 questo signore tedesco di 42 anni, esperto di computer, pubblicò un annuncio in rete per trovare qualcuno da uccidere e mangiare! La cosa ancor più straordinaria è che all’annuncio risposero centinaia di persone, tra le quali Meiwes scelse Barnd Brandes. I due s’incontrarono una notte, in una piccola cittadina della Germania; chiacchierarono un po’ e dopo che Brandes ebbe scolato una bottiglia di schnapps condita da diversi sonniferi, Meiwes “gli tagliò il pene e lo frisse nell’olio d’oliva, i due cercarono di mangiarlo insieme ma non ci riuscirono. Meiwes si mise a leggere un romanzo di Star Trek e Brandes, che ormai sanguinava copiosamente, si stese nella vasca. Qualche ora dopo, Meiwes uccise Brandes pugnalandolo al collo dopo averlo baciato. Poi lo fece a pezzi e lo mise nel freezer accanto alla pizza. Nelle settimane successive scongelò un pezzo del corpo alla volta e lo cucinò con olio d’oliva e aglio, arrivando a mangiarne una ventina di chili.”
Ora, al di là di tutte le considerazioni psicologiche, sociologiche e cliniche che il caso solleverebbe, questa storia grottesca è un po’ l’archetipo dell’essenzialismo e del suo ruolo nel perseguimento del piacere.  Mangiando Brandes, infatti, Meiwes era convinto di introiettare la sua essenza, non semplicemente la sua carne. Dopo averlo mangiato, si era sentito più stabile: “A ogni boccone, il mio ricordo di lui diventava più intenso.” Asseriva, persino, che il suo inglese fosse migliorato.
Per la cronaca, Meiwes fu condannato, ovviamente, mentre non si saprà mai perché Brandes stette al gioco, rubando oltretutto il ruolo di protagonista a centinaia di altri bizzarri candidati …
Questo racconto è raccapricciante ma il libro di Bloom non è macabro. Tutt’altro: stupisce e riesce a far sorridere aprendoci gli occhi su un universo oscuro e contradditorio che fa parte di noi, senza bisogno d’essere potenziali cannibali o feticisti o voyeuristi.
E’ delizioso, per esempio, quando affronta il concetto di bedtricks, termine inventato da Shakespeare per indicare quelle situazioni in cui avviene un inconsapevole scambio tra le lenzuola: “Immaginate di scoprire che vi eravate sbagliati sulla persona con cui avete appena fatto sesso. Pensavate fosse vostro marito, invece è il suo gemello; oppure pensavate fosse una prostituta, invece era vostra moglie che fingeva d’esserlo per mettere alla prova la vostra fedeltà”. Infiniti sono gli esempi di quest’ossessione amorosa: la storia, la letteratura, il cinema, persino la vita di tutti i giorni ne è piena. Ed è un’altra dimostrazione del fatto che il piacere non è solo questione di sensazioni fisiche, ma dipende anche da chi si crede sia la persona che tocchiamo, baciamo, possediamo. Lo stesso vale per chi l’amore lo fa virtualmente, colmando la distanza e l’assenza con la propria immaginazione, colorando la persona desiderata di qualità piacevoli, godibili, affini a ciò che si è. Persino leggendo un bel libro o gustando un’opera teatrale, o un film, il meccanismo è lo stesso: l’immaginazione è come un reality, un comodo sostituto di un piacere inaccessibile, troppo rischioso o faticoso da ottenere.
L’empatia è tipicamente umana. In quest’aspetto il piacere dell’animale uomo (e donna) si distingue clamorosamente rispetto da quello animale. E’ vero che i macachi si masturbano fino all’ossessione ma avranno fantasie sessuali? Immagineranno una bella macaca con cui condividere l’amplesso o sfogheranno semplicemente il proprio impulso? “Se un rospo vede qualche cosa che si muove, ci sono tre possibilità: se è più grande di lui, scappa; se è più piccolo, lo mangia; se è delle sue stesse dimensioni, si accoppia! Se la creatura con la quale si accoppia non protesta, probabilmente è della stessa specie e del sesso giusto!”
Sommessamente, mi sento di aggiungere che qualche uomo simile al rospo m’è capitato d’incontrarlo! E sono certa che ne esistano anche alcuni che, come i macachi, sanno provare piacere senza fantasia, godendo (e facendo godere!) solo a metà, ahimè!
Una cosa è certa: leggendo “La scienza del Piacere”, io ho provato piacere. Mi sono appassionata, sorpresa, eccitata e divertita, provando quel senso di riverente stupore che solo la Scienza suscita, soprattutto quando è raccontata in maniera così seducente.
E siccome il piacere è più bello se condiviso, consiglio a tutti di leggere questo libro, chissà mai che a qualche rospo non capiti di trasformarsi in un bel principe azzurro! 

Il lato scuro del piacere




Poche cose al mondo riescono ad accendere tutti i cinque sensi in un’appassionata sinfonia del piacere. E lui, per me, possiede questa misteriosa virtù: sa solleticare sensazioni forti e contrastanti, coinvolgendole in un concerto eccitante e inconfondibile. Lo riconoscerei tra mille, persino ad occhi chiusi!
Il suo colore è scuro, nero e lucido come l’ebano africano, dalla grana preziosa, compatta e fine; al tatto è duro, tenace e resistente ma docile e arrendevole quando viene solleticato dal desiderio; l’aroma è un effluvio denso e penetrante, che rimanda a misteri di terre lontane e risveglia istinti primordiali; il gusto è un’onda calda e persistente, una dolce carezza che scivola in un sentore sempre più amaro, ruvido e pastoso; infine, il suo sottile frantumarsi riecheggia come la bacchetta di un direttore d’orchestra, che prolunga un crescendo ritmico sensuale verso l’inesorabile amplesso melodico.
Se lui fosse una sinfonia, sarebbe certamente il Bolero di Ravel, da gustare ad occhi chiusi, così incalzante e coinvolgente da desiderare non finisca mai. In realtà, non sto parlando di un brano musicale erotizzante, né di un’allusiva danza rituale ma del cioccolato più sublime che abbia mai assaggiato. Amaro al 99%, dal carattere forte e deciso, seducente corruttore e diabolico tentatore. Una sferzata di energia che scatena il piacere e invita alla perdizione. Certo, non è un tipo facile lui. Ha una struttura complessa e raffinata che non asseconda tutti i gusti e, forse, è proprio questa sua personalità sofisticata a renderlo oggetto di desiderio da parte dei palati più esigenti. Alcuni intenditori consigliano di corteggiarlo gradualmente, piano piano, educando il gusto a cominciare da un’amarezza pari al 50%, poi al 65, fino all’80. Dopo di che, forse, si è in grado di affrontare con consapevolezza l’eccellente squisitezza del cioccolato amaro al 99%.
Per me è stata un’attrazione fatale, un innamoramento al primo assaggio e, incurante d’ogni cautela, ho sfidato direttamente il piacere più nero, rimanendo irrimediabilmente rapita da quest’invito divinamente peccaminoso. Non è semplicemente il sapore ad essere sorprendente ma la sua misteriosa seduzione sta nel punto di congiunzione tra scioglievolezza, aroma, consistenza e temperatura. Quando quel sottile quadratino nero s’infila in bocca e trova il contatto con il palato, resiste a mala pena alle sapienti circonvoluzioni della lingua e perde poco a poco la sua robustezza e la sua solidità, per liquefarsi lentamente in un effluvio pastoso, tiepido e vellutato. Questa lentezza nell’assaporare lascia tutto il tempo alle narici di accogliere le particelle odorose sprigionate dall’esuberanza del cacao, amplificate dal calore della bocca, e così si sprigiona quell’amalgama orgasmico di sensazioni che poche altre cose al mondo offrono.
L’unico senso, che questo delizioso peccato di gola non risveglia in me, è quello di colpa! Sì, perché contrariamente a quel che si possa pensare, il cioccolato amaro, anzi amarissimo, è un toccasana per la salute e non esiste un ragionevole motivo per privarsi di un tale godimento. I suoi benefici effetti non sono più un segreto ormai e stanno racchiusi in una chimica affascinante che, senza nulla togliere alla poesia del piacere, ne spiega scientificamente le origini.
L’attrattiva del cioccolato risiede in certi elementi propri dei semi di cacao, chiamati polifenoli, presenti anche nella frutta, nella verdura e nel vino rosso, cibi altrettanto salutari ma, per molte persone, non così golosi come un cioccolatino nero. I polifenoli e i flavonoidi presenti nel cacao sono degli straordinari antiossidanti, in grado di neutralizzare quei terribili radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento del corpo e soprattutto del cervello. Purtroppo, i radicali liberi s’insinuano inevitabilmente nel nostro organismo, perché sono un prodotto fisiologico secondario dell’inspirazione di ossigeno, insomma un effetto collaterale della vita stessa. Ma pensate: una barretta di appena quaranta grammi di cioccolato amaro sembra possedere tanti polifenoli e flavonoidi quanto una tazza di tè, anch’esso ottimo antiossidante, e ha il valore aggiunto di solleticare un piacere molto più intenso e prolungato. Non so cosa succederebbe immergendo una bustina di tè nero in una tazza di cioccolata fondente. Forse il risultato sarebbe un’accozzaglia improponibile di sapori ma certamente avremmo a disposizione una bomba preventiva contro colesterolo cattivo, malattie cardiovascolari, molte forme tumorali, indolenza neurale e persino tristezza e depressione. E non è affatto provato, oltretutto, che il cioccolato amaro induca assuefazione e, peggio ancora, sovrappeso, perché i suoi grassi sono principalmente grassi saturi e l’acido stearico presente in abbondanza si converte in acido oleico, puro nettare per l’organismo. Qualche scienziato sostiene persino che mangiare cioccolato amaro aiuti a vivere di più. Non so se questo sia vero ma sicuramente aiuta a vivere meglio!
Insomma, non si può certo avere tutto dalla vita ma se a questo piacere, amorevolmente amaro al 99%, si aggiungesse un 1% di dolce compagnia, allora questa piccante danza dei sensi spiccherebbe il volo verso un culmine altrettanto esplosivo di quello degli orgiastici tromboni di Ravel.
Provare per credere!