giovedì 23 gennaio 2014

Antitesi esistenziale



Corpo e anima non sono quasi mai allineati.
Troppo spesso la carne brama ciò che lo spirito fugge, come se una capricciosa forza magnetica tramasse a separare due astri destinati per natura ad essere calamitati l’un l’altro.
Ma perché si è ineluttabilmente lacerati da quest’antitesi esistenziale?
Dove l’errore, quale la colpa?
Perché capitano momenti in cui pare d'esser condannati a rincorrere ciò che ardentemente si desidera e altrettanto ferocemente si è frenati dalle briglie invisibili che la coscienza, subdola e vendicativa come una matrigna tradita, puntualmente allaccia alle nostre spalle?
Eppure, qualche volta a qualcuno sarà capitato di sentire che la magica sovrapposizione di tempi e d'intenti avviene, e gioiosamente si compie quel dolce posarsi della carne sullo spirito, quel reciproco accogliersi per celebrare il sospirato sposalizio cosmico.
E’ come se, superato un ideale punto di non ritorno, l’ombra finisse col ricongiungersi all’oggetto materiale da cui proviene e riprendesse con esso vita, unendosi, incollandosi, compenetrandosi nelle sue tre polpose dimensioni, trasformando la piattezza in pienezza e il buio in colore.
Corpo e anima non sono quasi mai allineati, ma quando quest’antitesi esistenziale si placa e la coscienza dà tregua allora si può dire d’aver fatto pace, almeno una volta nella vita, con se stessi, abbandonandosi con gaiezza ai propri desideri e dimenticando le proprie, spesso inutili, paure.
Senza errori e senza colpe!

Ossimorosa


Sono un ossimoro.
vorrei non desiderare
ciò che desidero!

mercoledì 22 gennaio 2014

IN CUCINA COL DOTTOR FREUD


Dal letto alla tavola!



Nonostante mi senta profondamente filo junghiana, devo ammettere che leggere Freud mi procura immancabilmente un piacere superiore rispetto alle immersioni nei tormentati saggi di Jung. 
Guizzi d’ironia, scioltezza di stile e pennellate erotiche ogni dove rendono i suoi scritti stuzzicanti e divertenti, oltre che istruttivi e riflessivi. Non ne parlo come di un maestro di pseudoscienza, ora, ma semplicemente come scrittore, perché Freud è indiscutibilmente uno che sa scrivere!
Esiste un suo libro, tra i tanti, che particolarmente m’intriga e paradossalmente resta tra i più sconosciuti, forse perché tratta di un tema apparentemente frivolo, non tanto da … lettino, bensì da tavola!
S’intitola “La cucina del Dottor Freud” scritto con pungente fantasia alla fine della lunga carriera del padre della psicoanalisi e pubblicato grazie all’interessamento di James Hillman. Freud definisce questo libro come un complemento alla sua autobiografia, “un saggio sulla reminiscenza, un po’ come le ultime opere di Jung: esso costituisce il mio personale Ricordi, creme, confetture …” (sagace la frecciatina al suo pupillo, che aveva scritto “Ricordi, sogni, riflessioni”).
Tuttavia, trovo che in queste pagine, oltre a gustose ricette appuntate a mano durante le sedute, coloriti aneddoti personali e digressioni intime legate a colleghi e pazienti, s’incontrino anche piccole, saporite verità psicologiche, pure anticipazioni scientifiche legate al piacere dei sensi a tavola. Infatti: “Questo libro è anche un contributo al principio del piacere nella vita quotidiana. Alla mia età, chi vuole ancora sentir parlare di seccature? Di problemi ne ho avuti fin troppi. Pensare invece a un buon piatto, al menù di domani, alla possibilità di appagare ancora un desiderio, questa è la fonte e la soddisfazione di una lunga vita ben vissuta.”
In queste pagine, infatti, si sente tutta la soddisfazione di un uomo giunto in vecchiezza che - avendo rinunciato, per naturale decorso dell’energia virile, alle gioie del sesso – non ha tuttavia rinunciato alla ricerca del piacere, riscoprendolo, appunto, nel cibo. Freud gode mangiando e gode cucinando! Così, alla fine dei suoi anni, rivaluta ed eleva al re dei piaceri l’erotismo orale che da fase psicosessuale primaria finisce con l’essere anche l’ultima nell’esistenza di una persona … come l’ultima cena, insomma! “Poiché la base dell’istinto sessuale è orale, esso adora mangiare. Il bambino viene prima dell’uomo, la lingua prima del pene, la bocca prima della vulva, filogeneticamente e ontogeneticamente. … All’inizio era la bocca. L’anatomia è destino.”
Trovo assolutamente veritiero questo spostamento del piacere da un oggetto (sesso) all’altro (cibo), pur restando radicato all’oralità. La vedo come una sublimazione socialmente accettata d’istinti altrimenti non esprimibili né condivisibili da animali umani adulti. Ormai anche le neuroscienze confermano il fenomeno – che da psicologico diventa neurologico - sostituendo alle spiegazioni goliardiche di Freud le tanto inequivocabili quanto fredde scansioni cerebrali. In pratica, sciogliere lentamente in bocca un cioccolatino fondente stimolerebbe, più o meno, le stesse aree cerebrali attivate da ben altri scioglimenti … E in alcune situazioni, anziché compensarsi, le due dimensioni potrebbero sovrapporsi in una compromettente orgia di sinapsi.
Meglio non pensarci per non ceder a facili scusanti, specialmente quando si assapora una libidinosa mise en bouche durante una degustazione professionale o una cena di lavoro, perché dalla tovaglia alle lenzuola il passo rischia d’essere assai breve. 
Tutta colpa del principio del piacere, come insegna il grande Chef Sigmund Freud … 

domenica 19 gennaio 2014

ALLA RICERCA DEL SAPORE PERDUTO




Nel mio frequente bazzicare tra ricette, locali e fornelli in cui regnano i sapori più eccellenti e stravaganti, m’imbatto sempre più spesso nella condivisa rivalutazione della cucina casalinga, profondamente apprezzata sia da chi la propone sia da chi la consuma.
Noto, cioè, che di fronte allo stupore della multiforme filosofia gastronomica creativa, in cui gli chef in toque blanche appaiono come magnifici maghi di Oz a caccia di stelle, vince la disarmante e nostalgica semplicità della tradizione culinaria. E forse dietro le spiegazioni più diffuse e superficiali che giustificano questa tendenza – quelle cioè che s’appellano alla salute, al benessere, alla conoscenza del territorio e alla spesso millantata promozione di prodotti a ‘km 0’ capaci di trasformare il nudo desco in un rigoglioso orto – s’annidi una spiegazione molto più profonda, personale, intima direi.
E’ solo una mia ipotesi che, tuttavia, interrogandomi mentre scrivo di questi argomenti, trovo tanto plausibile quanto piacevole.
Non potrebbe essere, cioè, che questa rinata attrazione per i sapori, le fragranze e le ricette casalinghe, quelle ‘della nonna’, risponda a un’esigenza di tornare alle proprie radici interiori, ai propri archetipi … di tornare, insomma, davvero a casa. Metaforicamente, ovviamente: quella sensazione di 'casa' che alberga dentro ognuno di noi. Un’attrazione che risponda, cioè, al desiderio di riscoprire quelle atmosfere emotive che ci sono appartenute da piccoli, atmosfere di fiducia, condivisione, non necessariamente sempre spensierate, beninteso, ma comunque vissute e poi perdute, perciò inevitabilmente vive anche nelle loro ombre.  Echi di atmosfere emotive che, attraverso il cibo, riemergono con ancor più piacevole esuberanza perché si sa che i sensi solleticano anche l’anima, oltre al corpo. Il cibo risveglia, infatti, memorie consapevoli ma anche sentimenti soffusi, magari impercettibilmente dissolti nel tempo eppure sempre lì, a bussare alla nostra consapevolezza.
E allora mi chiedo se questa cosiddetta cucina casalinga, famigliare, tradizionale che tanti, tantissimi grandi chef e ristoratori sempre più spesso tornano a proporre con successo, ebbene non affondi il suo perché in un meccanismo psicologico, prima ancora che commerciale, economico e d’immagine. Funzioni, insomma, un po’ come la madeleine di Proust.
Sarebbe bello fosse così. 
L'eccentricità di una cena creativa somiglierebbe, allora, a una focosa scappatella di cui approfittare ogni tanto per gioco ... eccitante, sì, ma poi, se ripetuta a oltranza, ecco che probabilmente perderebbe sapore e si spegnerebbe del colore della trasgressione. Mentre il piacere del sapore di casa, quello non muore mai e anche se a tratti può scolorire poi ritorna puntuale a ricordarci chi siamo, come un boomerang al cuore. 
Se così fosse, questa consapevolezza aiuterebbe forse un po’ tutti a guardarsi dentro, anche a tavola, sì! Guardarsi dentro e indietro, riconciliandosi con se stessi, con i propri genitori, con i propri amori e con gli inevitabili dissapori di cui il vissuto di ognuno è spesso seminato. 
E magari, con un po’ d’ironia, c'inviterebbe a fare un bel brindisi alla bellezza di ritrovarsi, con la certezza di saper trasformare il tempo in sapore e il ricordo in piacere! 

giovedì 16 gennaio 2014

“PRODURRE VINO E’ COME DIPINGERE”


A ogni intenditore il suo quadro d’autore: i segreti del successo del Barone La Lumia, artista inimitabile del panorama enologico siciliano



Nella piana di Licata, in provincia di Agrigento, là dove l’ultimo lembo di terra italiana si tuffa nel mare africano, si estende la Tenuta dei Baroni La Lumia, un simbolo della cultura oltre che dell’agricoltura di quest’isola. Con una superficie complessiva di 150 ettari di generosa terra,
 40 sono coltivati a vigneto approfittando degli strati gessosi-solfiferi e di un microclima eccezionale per luminosità, prossimità al mare ed escursione termica.
L’azienda da sempre vinifica esclusivamente uve proprie, frutto di vitigni autoctoni selezionati tra i migliori di Sicilia: Nero d’Avola, Inzolia, Nerello Mascalese e Frappato, dai quali ottiene vini inconfondibili per intensità di aromi e di gusto.
Inconfondibile è anche la Tenuta stessa, risultato armonioso di linee e dettagli architettonici che evocano epoche e paesi lontani. Il casale arabeggiante è stato edificato alla fine del ‘700 dalla stessa famiglia La Lumia e rispecchia la personalità audace e fiera dei vini che qui nascono.
Nicolò, l’attuale proprietario, ha alimentato con passione e competenza l’antica tradizione enologica di casa, resuscitando quei vini che in un glorioso passato avevano donato ricchezza ai coloni Rodio-Cretesi e opulenza alla città di Agrigento.


Fare un buon vino non è mai facile. Il successo non viene solo dalla tecnica ma da una segreta alleanza tra la natura e l’uomo, quindi tra la bontà della materia prima e il rispetto con cui la si tratta. Qui la raccolta delle uve avviene manualmente e ogni fase della lavorazione dei grappoli è minuziosamente curata fino all’arrivo in barrique, sotto gli sguardi scrupolosi del barone Nicolò e del figlio enologo Salvatore. La filosofia dell’azienda in merito a questi vini ‘particolari’ si basa sull’eleganza del gusto che deriva da un riuscito matrimonio tra le doghe di allier e la struttura del vino.
Il barone Nicolò, con la saggezza di un padre lungimirante, ricorda spesso al figlio Salvatore che: “produrre vino è come dipingere! Bisogna avere la giusta tavolozza dei colori. Il dosaggio della barrique deve essere come il colpo di pennello sulla tela, morbido e delicato.”
La Tenuta Barone La Lumia, oltre alla produzione di vini ottenuti con tecniche tradizionali, ha sfidato il tempo puntando sull’originalità. Ha recuperato alcuni dei sistemi di vinificazione utilizzati dai coloni Rodio-Cretesi nel quinto secolo a.C.
e da questa scommessa è nata la linea dei Grecischi: Nikao, Halykàs e Limpiados,
 tre vini straordinariamente virili per struttura e aromi persistenti, che sprigionano, oltre ai caratteri del territorio, cinquemila anni di gloriosa storia.
 In altre parole, questi vini possiedono il tocco di pennello che fa la differenza in un quadro d’autore.
Salvatore La Lumia, in un’intervista, ha confidato che il segreto della lunghezza al palato dei suoi vini è costituito dalla massima estrazione delle sostanze aromatiche e dal rispetto del tempo, grande alleato del grande vino, nonché da appassimenti su pianta, ossidazioni naturali e lunghissime permanenze sulle bucce. Naturalmente, per far vini così speciali qualche altro segreto ci sarà ma, in quanto tale, resterà per sempre custodito nella piacevolezza di un sorso di Cadetto, Don Totò o Nikao ... a ogni intenditore il suo quadro d’autore!

mercoledì 15 gennaio 2014

L'improbabile




Ero come un fiammifero
che non chiedeva altro ch’essere acceso.
Tu mi hai acceso.
Solo per bruciarmi del mio stesso fuoco.

(farfugliante scritta in matita di un’adolescente inquieta, ritrovata sull’ultima pagina di un libro del 1980, intitolato “L’improbabile”, di Yves Bonneffoy. E mi domando se, nonostante il tempo, quell’adolescente sia cambiata)

SOTTO UN MARE DI STELLE



Da Casa Mirabile, con amore

E’ una notte incantevole.
Una di quelle che capitano solo da bambini, nei sogni o nelle favole. Una di quelle notti che non si dimenticano più.
Rimasta finalmente sola, mi beo distesa sotto un mare di stelle che pare cancellare ogni dubbio sull’esistenza di un Creatore che l’abbia voluto lì per custodire desideri segreti e mortali speranze. Tutt’attorno silenzio. Solo alberi di ulivi, viti, fichi d’india e agrumi e nascosti nell’oscurità conigli e lepri, rifugiati nel sonno prima che le prime luci dell’alba li riportino a saltellare nel verde. Non che io li veda ora, ovviamente, ma ripenso alla mattina di questo stesso giorno quando, affacciata alla finestra della mia camera per godere del primo sole, avevo visto nell’erba spuntare le buffe orecchie di quelle creature in libertà che giocavano a rincorrersi attorno alla piscina, beatamente ignari della presenza umana.
Mi trovo a Menfi, un paese delizioso in provincia di Agrigento, nella Sicilia meridionale, sopravvissuto finora all’orda barbarica del turismo costiero e ancora fortemente legato alla tradizione agricola dei suoi abitanti. In grembo a un colle, esattamente dove mi trovo io, sorge Casa Mirabile, un antico Baglio immerso in un generoso uliveto e ricche distese di viti, ulivi e agrumi. Edificato nel 1800, destinato in origine alla lavorazione del vino, oggi Casa Mirabile è un Relais finemente ristrutturato grazie alla passione di Fabiola e Lillo Barbera che, con paziente ricerca e raro buon gusto, hanno riportato questo luogo allo splendore di un tempo. 
Mentre inseguo con lo sguardo rapito due stelle cadenti, ripenso a quel che mi ha raccontato la mattina il padrone di Casa, Lillo, e mi sento improvvisamente risucchiare fuori dal tempo. Casa Mirabile, infatti, era un’Antica Riserva del XVII secolo, proprietà di un ricco nobiluomo agrigentino che la volle regalare alla sua adorata in segno d’amore. Scelse proprio quella casa in collina affinché ella ogni mattina potesse svegliarsi guardando il mare, che tanto amava, rimanendo tuttavia protetta dalla calura sicula, talora impietosa, che avrebbe mal sopportato provenendo del freddo Nord Europa. La nobildonna scelse gli arredi portando con sé il tocco della sua terra d’origine e si dedicò con passione al giardino circostante, finché il nobiluomo rimasto vedovo poté finalmente ritirarsi a vivere con lei e gioire insieme di quell’incantevole panorama per il resto dei loro anni.
Dal fascino del passato, alla seduzione del presente. Oggi Casa Mirabile è più bella che mai. Il restauro è frutto di uno studio accurato per mantenere i colori originali e anche la scelta dei complementi d’arredo ha rispettato le radici storiche, senza naturalmente trascurare tutti i dettagli che possano viziare gli ospiti durante la loro permanenza qui. Qui, dove la natura è ancora incontaminata e la mano dell’uomo è intervenuta su di essa con rispetto e gratitudine, per valorizzarla senza tradirla: la spiaggia bianca protetta dalle canne di bambù, i tramonti rosso fuoco, il profumo di ginestre e rosmarino, gli olivi secolari e i vigneti opulenti che raggiungono morbidi il mare per abbeverarsi di fresca salsedine.
E’ una posizione privilegiata quella di Casa Mirabile che concilia la quiete e la gaiezza del paesaggio con le bellezze storiche e artistiche dei dintorni. Dalla Valle dei Templi di Agrigento alla splendida Sciacca, dal parco archeologico di Selinunte alle ristoratrici acque calde di Montevago: un incanto senza paragoni, per gli occhi e lo spirito. Ma siccome anche il corpo pretende la sua parte, ecco sopraggiungere altri piaceri. La cucina di Casa Mirabile è una tentazione senza peccato, fatta con semplicità e genuinità, perché qui tutto viene direttamente dal mare e dalla terra tutt’attorno, senza intromissioni artificiali. Dalla prima colazione alla cena, Lillo coccola gli ospiti con proposte fuori del comune per la schiettezza dei sapori, soprattutto per chi viene dal nord, come me. Pane cunzato, per cominciare, con quell’olio e quell’origano e quei pomodorini che solo qui sprigionano tutto il profumo e il sapore del sole. Ed è solo l’inizio, in un crescendo di piacevoli attentati alla gola, cui è impossibile non cedere.
A Casa Mirabile ci si sente davvero a casa. Solo 11 camere, tutte arredate con sobria semplicità e buon gusto, mantengono un’atmosfera intima e informale allo stesso tempo, raccontando la sicilianità più autentica, quella raccontata in tante pagine di romanzi scolpiti nel tempo.
E così, mentre saluto l’ultima stella cadente in questa notte indimenticabile, sorrido al cielo ed esprimo un desiderio: quello di ritornare qui, sotto questo mare di stelle, almeno un’altra volta in vita mia.