mercoledì 19 dicembre 2012

Migranti



Quando si è piccoli, le persone sono come paesi.
Hanno confini e muri che li difendono e li separano l’uno dall’altro.
Il tempo è immobile e l’età non è una sfumatura lenta ma un balzo catastrofico tra noi piccoli e i grandi.
Mamma è sempre stata mamma, papà è sempre stato papà, gli adulti sono sempre stati adulti e noi bambini saremo sempre bambini.
Ma quando piano piano si cresce, che paese si diventa? 

Andata & Ritorno



Ultimamente non mi sto dedicando molto a questo mio bloggino, è vero. 
Colpa, o merito, dei miei nuovi impegni professionali. Finalmente si sta realizzando un sogno che ho sempre alimentato, quello di viaggiare non solo per piacere personale ma per scrivere reportage: raccontare emozioni, sensazioni, sapori, colori, odori di terre vicine e lontane, di gente sconosciuta e di idiomi mai sentiti.
Trasformare una passione in lavoro non è cosa da poco, per questo mi sento privilegiata soprattutto non avendo rincorso quest’opportunità di mia iniziativa ma essendone stata inaspettatamente abbracciata.
Vorrei dire, però, che ogni piccolo o grande traguardo raggiunto, ogni piccolo o grande sogno realizzato, non avrebbe lo stesso valore senza la partecipazione e il sostegno di chi ci ama. Solo quando torno a casa e posso finalmente raccontare con la voce, con gli occhi e con il cuore, ciò che ho assorbito lontano, capisco quanto sia straordinariamente infinito un viaggio. E capisco che per quanto il mio entusiasmo per la vita possa portarmi lontano, tornerò sempre fedele a me stessa e ai miei affetti più cari.
In fondo, è sempre il ritorno a casa che rende grande, unica e desiderabile ogni partenza!

venerdì 14 dicembre 2012

Louvre-Lens: la bellezza che salverà il mondo



Francia del Nord: il Louvre si fa in due

NEL NUOVO MUSEO DI LENS: LA BELLEZZA CHE SALVERA’ IL MONDO

Ogni città ha un suo profumo, proprio come le persone. Le città del Nord-Pas di Calais tra il Mare del Nord e il Belgio profumano di burro, simbolo non solo della ricca cucina ma anche dell’unione tra passato e futuro, idealmente mescolati in un dinamismo culturale d’eccezione.
Le fortificazioni militari che Vauban, ingenieur ordinaire di re Luigi XIV, progettò nel XVII secolo testimoniano secoli di guerre e di vittorie. Ma la sfida attuale di questa regione è la proiezione verso un futuro che intreccia memoria storica e innovazione. Gran parte delle città, come Lille e Arras, sono risorte dopo le distruzioni della prima guerra mondiale senza subire alcuna trasfigurazione e i 49 musei della zona insieme ai monumenti a cielo aperto tessono un armonioso dialogo con l’arte moderna e contemporanea.
E’ la città di Lens, oggi, ad attirare su di sé i riflettori. Già patrimonio dell’Unesco per le sue storiche miniere di carbone, la piccola Lens sembra uscita dalla nostalgica penna di Charles Dickens. Con l’inaugurazione del Museo Louvre-Lens la città si scrolla di dosso un passato di polvere nera per infilarsi in un futuro ricamato d’arte e bellezza. La scelta di collocare il Museo nel cuore di una zona essenzialmente operaia è di natura economica e filosofica: rivela la volontà di decentralizzare e democratizzare la cultura valorizzando un ampio territorio foriero di risorse e sorretto da una rete strategica di collegamenti con il resto d’Europa. Questa è un’opportunità vincente che riscatta una zona pesantemente segnata dalla crisi industriale attraverso la linfa della cultura. Se, come diceva Dostoevskji, la bellezza salverà il mondo, il Louvre-Lens ne è la dimostrazione.
Inaugurato il 4 dicembre 2012 dopo un’accurata ideazione e quattro anni di lavori, il Louvre-Lens ha un proprio afflato esistenziale che lo distingue sotto ogni aspetto dal suo omonimo parigino. Non rappresenta solo l’occasione di rinascita di una città ma anche l’opportunità di ripensare se stesso, scrostando la concezione del tradizionale museo in virtù di una nuova funzione, audace e dinamica.

Un’esposizione dinamica: 250 capolavori a turno ogni anno
Trovarsi al suo cospetto emoziona. La prima sensazione è di riverenza per una creazione che sotto una linearità eterea racchiude un’esuberanza artistica inestimabile. Gli architetti giapponesi dell’agenzia Sanaa, Kazuko Sejima e Ryue Nishizawa, hanno sedotto l’ambiente senza violentarlo, colonizzandolo con mistica armonia nel rispetto della sensibilità estetica. Su uno spazio verde di 28.000 metri quadri, la struttura si dirama con la leggerezza di una piuma articolandosi in cinque edifici rettangolari costruiti in vetro e metallo. Somigliano a chiatte fluttuanti su un fiume d’erba, cariche di tesori. La luce è l’anima del Museo che grazie alla trasparenza delle pareti risolve il confine tra interno ed esterno dipanando un unico filo conduttore in cui è consacrata l’alleanza tra l’opera dell’uomo e quella della natura. Racchiuse tra le linee discrete e minimaliste le opere d’arte dialogano tra loro e con i visitatori, perché lo spazio lascia il tempo a una raccolta fruizione. La Galerie du Temps offre un viaggio nella storia: dal periodo Ellenista al Medioevo, dall’età Romana al Rinascimento fino all’arte Islamica. La rotazione annuale dei 250 capolavori evita la rigidità dell’esposizione permanente, mantenendo sempre vivo lo stupore del visitatore che, come sottolinea il Direttore Esecutivo Henry Loyrette, sarà invogliato a tornare più volte per emozionarsi come fosse sempre la prima. Questa filosofia fa sì che protagonista del Museo sia innanzitutto l’arte non la struttura, la quale riesce comunque ad ammaliare ponendosi al nobile servizio della cultura. La complicità osmotica tra ambiente e urbanistica da un lato e tra artisti e fruitori dall’altro rende il Louvre-Lens il primo grande traguardo di una nuova era museale che affida con intelligenza la storia al futuro nel rispetto del presente.
La vicinanza di Lens con le città di Lille e Arras invita a una visita approfondita della regione, sfruttando la comodità della TGV, che in appena 40 minuti collega con l’aeroporto Charles De Gaulle di Parigi, delle autostrade A21 e A26, della metropolitana e delle navette che collegano il Louvre-Lens alla stazione.

Lilla: una città antica con lo spirito giovane votata al culto dell’arte
A Lilla, capoluogo della regione, si respira un passato ancora palpabile che con sua la torre civica, il Beffroi, sorveglia la vitalità della Grand Place. Il dialetto regionale si mescola per le vie con gli idiomi stranieri, quasi a ricalcare lo stesso armonioso amalgama che trapela dall’architettura. Oggi Lille è una città giovane, aperta al mondo e in perenne metamorfosi. Ha saputo allacciare una tradizione industriale essenzialmente manifatturiera con i progetti architettonici più avventurosi, tanto che nel 2004 è stata, insieme a Genova, capitale europea della cultura. Poco lontano dal centro storico, che nel periodo natalizio s’illumina con i mercatini e una grande ruota panoramica, sorge il quartiere moderno con le sue linee vertiginose e leggere. Avventurarsi dalla vieux Lille a Eurolille dà la sensazione di attraversare in un breve respiro secoli di storia in un’armoniosa distorsione del tempo.
La città attrae anche per i suoi musei. Il Palazzo delle Belle Arti ospita dal 6 ottobre al 14 gennaio 2013 due mostre: una dedicata alle Favole del paesaggio fiammingo nel XVI secolo, l’altra alla mitica Torre di Babele, con opere allegoriche raffiguranti l'episodio della Genesi interpretato in chiave moderna. Un concentrato di fantasia e sogno è invece offerto al Tripostal di Euralille dove dal 6 ottobre al 13 gennaio va in scena Fantastic, un’esposizione di opere surreali di artisti contemporanei tra cui troneggia l’americano Nick Cave. Fantastic abbatte i confini tra sogno e realtà e sfida le emozioni più perturbanti scaraventando oltre l’immaginario.

Una stimolante sorpresa: il museo “La Piscine” di Roubaix
Di tutt’altro sapore è il Museo d’Arte di Roubaix, poco lontano da Lille. La Piscine è un gioiello architettonico ricavato da un’antica piscina municipale trasformata in museo. Grazie all’operosità del suo Direttore Bruno Gaudichon, la Piscine è anche sede di numerosi laboratori didattici aperti al pubblico. Dal 13 ottobre al 13 gennaio 2013 è Marc Chagall a completare l’attrattiva del museo che, con le sue vetrate colorate riflesse nell’acqua, resta uno dei simboli architettonici più attraenti della regione.

Arras una città in...carrozza
Altra città dal fascino seducente è Arras, antico borgo medievale di trovieri e menestrelli e fervente centro di produzione laniera da cui è fiorita la tessitura di arazzi. Anch’essa è rinata dopo le devastazioni della prima grande guerra di cui restano le tracce nei cunicoli sotterranei che si diramano sotto la Grand Place. Oggi la città si presenta più scintillante che mai. Oltre le piazze, la Cattedrale, e gli immancabili mercatini di Natale aggiornati con bistrot a base di ostriche e champagne, la città ospita il suggestivo Museo delle Carrozze. Una piccola Versailles in cui le sontuose carrozze dei reali di Francia invitano a un immaginario galoppare da gustare in assorto silenzio.


Dove dormire.
Novotel Lille Centre, Lille, www.novotel.com Ai comfort della modernità unisce l’esperienza di una gestione attenta alle esigenze di un turismo sempre più istrionico e dinamico.
Hotel & Casino Lucien Barrière, Lille www.lucienbarriere.com Con le sue cinque stelle concentra lusso, divertimento e benessere. Inaugurato nel 1210, il Lucien Barrière si eleva su nove piani. Suoi punti di forza sono il casinò, un teatro, tre ristoranti, il Centro benessere Escal’ Bien-Etre e 17 spaziose suites da cui contemplare il parco di Dondaines. La cucina dello Chef Michel Vico è l’orgoglio dell’Hotel.
La Chartreuse du Val St-Esprit, Gosnay. www.lachartreuse.com L’Hotel eredita il fascino di un monastero del ‘300 e fonde seduzione e charme. Boiserie e arazzi ammantano le sale fino ai piani superiori su cui si affacciano le camere che profumano di sospiri e di misteri. A tavola le suggestioni dello spirito lasciano spazio ai piaceri più terreni: il servizio è regale e i sapori son deliziosamente coronati da vini eccellenti.
Hotel L’Univers, Place de la Croix Rouge, Arras. www.univers.najeti.fr A pochi passi dalla Cattedrale, offre un buon servizio condito dai sapori gastronomici regionali e internazionali.



Le soste del gusto
La Terrasse des Rempart, Logis de la Port de Gand, Lille. www.lilleremparts.fr Sapori piacevolmente contrastanti e ottimi vini tra cui il sensuale Guillaman Côtes de Gascogne.
Chez la vieille, Lille. www.estaminetlille.fr  Due piani sempre affollati a ogni ora della giornata e piatti traboccanti di golosità locali.
Patisserie Meert, Lille. www.meert.fr  Inimitabili le gaufres alla vaniglia, le tisane e il café gourmand.
Brasserie Castelain, Bénifontaine. www.chti.com Birreria artigianale dove poter gustare la famosa Ch’ti appena stillata.
L’Assiette au Boeuf, 56 Grand Place, Arras. Le migliori pomme frites della città in un ambiente sobrio e moderno.
La Cervoise Tiède, 56 rue Victor Hugo, Bénifontaine. Ottimi salumi e formaggi regionali conditi dalla simpatica accoglienza dell’oste.



                        LOUVRE LENS
                        Site Internet : www.louvrelens.fr <http://www.louvrelens.fr>

                         

giovedì 13 dicembre 2012

Sostenibilità e innovazione nell'agricoltura italiana



Solo tre parole: Ricerca, Ascolto, Collaborazione.
E’ la formula vincente che Bayer CropScience – azienda leader nel settore agrochimico internazionale per la tutela della produzione agricola e dell’ambiente – propone alla conferenza stampa del 12 dicembre a Milano dal titolo Innovazione e sostenibilità nell’agricoltura italiana. “E’ una ricetta antica, fatta di ingredienti semplici” sottolinea l’amministratore delegato del Gruppo Karina von Detten che, con piglio garbato ma deciso, interpreta tutto l’orgoglio del made in Italy agroalimentare, eccellenza insostituibile e inimitabile.
Nonostante il 2012 sia stato un anno drammatico in tutti i settori, l’agricoltura italiana resiste alla crisi e alla concorrenza con fierezza, affacciandosi al 2013 con audaci progetti fondati sull’innovazione e la sostenibilità. Parole, queste, spesso abusate altrove per corteggiare l’acquiescenza di un pubblico ormai disincantato. Per Bayer si tratta invece di programmi concreti, perché “l’innovazione è nel Dna di Bayer” e la sostenibilità ne è il suo indissolubile complemento.
Quali sono dunque gli attuali programmi di Bayer? 
La recente acquisizione di AgraQuest da parte del Gruppo è una delle mosse strategiche. AgraQuest è leader nella produzione di prodotti biologici per la protezione delle colture e sposarne la filosofia significa per Bayer aderire alla ricerca coerente di traguardi sempre più compatibili con l’ambiente e la natura. Non è un impegno nuovo questo per un’azienda che da sempre tutela sia chi produce sia chi consuma ortofrutta, perché tutti facciamo parte di una o dell’altra sfera e naturalmente tutti esigiamo più qualità e sicurezza da ciò che mangiamo.
Un secondo impegno concreto è quello di coinvolgere tutti i soggetti della filiera agroalimentare italiana, incrementando una nuova solidarietà da Nord a Sud, dalle piccole alle grandi colture. Primo tra tutti è il progetto Magis vino che riunisce le aziende impegnate nella produzione ecosostenibile di uve, verso un’agricoltura di precisione volta a fare sempre meglio. Nel 2013 Magis vino otterrà la certificazione che si estenderà anche all’uva da tavola, agli ortaggi destinati alla quarta gamma (le insalatine confezionate) e al progetto Gran Filiera dedicato al grano duro.
Oltre a questi step strategici mirati al prodotto che muoveranno circa 3 miliardi di euro, Bayer CropScience ha un altro obiettivo ambizioso. Quello di ascoltare, capire e dialogare con i bisogni più profondi delle persone che vivono di agricoltura. Non solo di coloro che operano nei settori tradizionalmente consolidati ma anche di chi s’improvvisa agricoltore, per passione o per necessità. Si stima oltre un milione di “Hobby farmers” in Italia, cioè di agricoltori non professionisti e non semplici amanti del giardinaggio ma “allevatori” di un proprio microcosmo ortofrutticolo. Bayer è lungimirante anche in questo: ha creato un catalogo dedicato a loro per sostenerli in un lavoro che, per quanto minimo rispetto al gigante agricolo nazionale, si sta diffondendo sempre più rivelando valori umani che non possono restare inascoltati.
L’attenzione di Bayer CropScience alla comunicazione e al dialogo non è certamente nuova. Da sempre l’azienda promuove lo sposalizio tra Coltura & Cultura attraverso la collana di libri dall’omonimo titolo che ha appena partorito la sua ultima creatura sugli Agrumi. Non solo: anche i giovanissimi sono invitati a partecipare creativamente all’innovazione del mondo agroalimentare. Per esempio attraverso il “Youth Ag-Summit, un evento culturale sponsorizzato da Bayer che avrà luogo in Canada il prossimo agosto, cui parteciperanno ragazzi tra i 18 e i 25 anni con i loro piani d’azione per salvare un Pianeta sempre più affamato. “Il mondo ha  bisogno di colori e Bayer non si nasconde nel grigio” rimarca Daniele Rosa, Direttore della comunicazione Bayer, e i giovani sono l’arcobaleno su cui investire.
E’ all’insegna dell’ottimismo che si chiude la conferenza, a dimostrare come i progetti non restino sogni ma diventino realtà quando si collabora con intelligenza, sensibilità e determinazione.
Karen von Detten conclude ricordando che 150 anni fa nasceva Bayer e l’anniversario sarà celebrato il prossimo anno in tutto il mondo con eventi spettacolari a sancire il successo di un Gruppo che è innanzitutto una grande famiglia. Ma l’amministratore delegato offre un incoraggiamento che trascende la vita dell’azienda e tocca l’anima di tutti, agricoltori, consumatori, giornalisti e semplicemente esseri umani. Con la dolce attesa del suo terzo bambino, Karen von Detten è l’incarnazione della fiducia nel futuro: la conferma che quando si crede in ciò che si fa e lo si fa con amore, si vince sempre. Non solo per se stessi ma anche per le generazioni che raccoglieranno i frutti da noi seminati.

lunedì 10 dicembre 2012

Mete


I binari dove un viaggio finisce 
son gli stessi su cui un altro comincia.
Notte e giorno scorrono paralleli senza scontrarsi mai, 
se non all'infinito
forse.

martedì 27 novembre 2012

James Hillman, verso il sapere dell'anima



“L’anima è vulnerabile e soffre; è passiva e ricorda. L’anima è immaginazione e un cavernoso deposito di tesori, confusione e ricchezza insieme. Però la vita, il destino, la morte non possono diventare consci; così con l’anima viene costellata una consapevolezza del nostro fondamentale essere inconsci.”
Sono solo alcune delle riflessioni di James Hillman concertate nel libro di Moretti & Vitali, a cura di Francesco Donfrancesco, dal titolo “James Hillman, verso il sapere dell’anima”. I saggi contenuti in questo volume rendono omaggio all’opera di uno dei più pregnanti pensatori del nostro tempo. Le voci degli autori convergono come una luce riflessa attraverso un prisma interpretativo che ricompone le infinite sfumature di questo psicologo americano innamorato della cultura europea e italiana. Anche grazie anche alle molte fotografie che ritraggono l’analista nella sua quotidianità, sfogliare le pagine di questo libro è un po’ come seguire i passi dell’Hillman uomo, semplice e sorridente, per le strade di Bologna, Firenze, Porto Ercole e Vignanello. Ne emerge un personaggio che tutti avremmo voluto conoscere per l’istintiva simpatia che suscita. Ma anche per la sua straordinaria levatura intellettuale, coinvolgente e contagiosa: pragmatico e filosofico, eretico e rivoluzionario, il più fedele erede di Jung è anche il suo più audace traditore poiché si sa che ogni allievo all’altezza del maestro riesce sempre a sorprenderlo. Tuttavia Hillman si sgancia dal pensiero junghiano abbracciandolo e non disdegnandolo. Decolla verso orizzonti audaci e ambiziosi, recuperando le preziose gemme di quella tradizione filosofica che sboccia in Plotino, Eraclito e Vico per atterrare in un presente in cui l’anima sembra essere sempre più mortificata dalla cultura della fretta e del materialismo.
Riconducendo il pensiero junghiano all’umanesimo italiano, Hillman rivaluta il sodalizio tra bellezza e giustizia, poiché la bellezza agisce come una voce che chiama a cose migliori, che spinge il cuore ad amare, la mente a immaginare. Eppure, la moralità senza bellezza immiserisce il cuore e la mente. Hillman punta il dito contro la perdita della facoltà originaria dell’uomo, la facoltà poetica e immaginativa, e coglie la causa dell’imbarbarimento della società moderna proprio nella diffusa incapacità di entrare in contatto con l’anima mundi sottesa a ogni essere vivente.
Fare anima è il concetto folgorante, davvero rivoluzionario, di Hillman: significa rovesciare il verso del proprio processo di crescita, pensare che anziché ascendere si debba discendere per conoscere le risposte ai propri interrogativi. Il cammino della comprensione è un progressivo oscuramento, un bagno nell’incertezza, volto alla ricerca di una verità obliqua e trasparente, mai rettilinea e cristallina. E’ un invito a riscoprirsi bambini per tornare a vedere gli angeli, quegli angeli che non sono fantasmi o miraggi ma le eloquenti manifeste sfaccettature di quell’anima mundi che dobbiamo assolutamente recuperare per non inaridire del tutto. Da qui l’esigenza di incoraggiare una psicologia politeista - perché l’anima è per sua natura politeista – per favorire la differenziazione e l’elaborazione di sè, non più l’individualizzazione di un illusorio unico Sè.
James Hillman, con profonda levità e pensosa ironia, ha teso un ponte intellettuale non solo teoretico ma soprattutto pratico tra passato e futuro, tessendo gli scenari culturali necessari per una psicologia più adatta all’uomo moderno. Queste pagine rappresentano la minuziosa testimonianza di quanto sia attuale e dinamico il suo spirito, anzi la sua anima. Anima che, attraverso la voce di chi ha avuto la fortuna di conoscere Hillman di persona, giunge viva e brillante anche a noi lettori, coinvolti in quello stesso sentimento di ammirazione e riconoscenza che trapela dai contributi degli autori.
Questo libro non rappresenta, dunque, solo un elegante omaggio James Hillman. E’ piuttosto è uno strumento concreto che contribuisce a trasformare l’incolmabile vuoto lasciato da un grande uomo in un terreno fertile da coltivare, in virtù di un raccolto intellettuale sempre più fruttuoso e contagioso. 

La Boqueria



Barcellona non è solo sinonimo di Gaudì, Picasso o Dalì. L’architettura surreale che folleggia qua e là per strade e piazze racchiude, infatti, un cuore polposo e saporito che trasforma in opera d’arte anche la quotidianità.
La città gravita attorno alla Rambla, il viale alberato che da Plaza Catalunya si allunga per oltre un chilometro fino al porto. E in quest’effervescenza di passanti rapiti dalle suggestioni di Casa Batlló, Parc Güell e La Pedrera, a un certo punto si sbocca nel più grande mercato popolare della Spagna: la Boqueria. Eccolo il cuore palpitante della città, dove la gente compra, vende, vive.
Quest’ampio spazio coperto che ogni giorno si risveglia brulicante di voci e di colori è chiamato anche Mercat San Josep e si trova esattamente al numero 91 della Rambla. Visitare la Boqueria non è meno importante che visitare la Sagrada Familia perché entrare in sintonia con Barcellona senza penetrarne l’anima catalana sarebbe come pretendere di gustare appieno un frutto limitandosi alla buccia. Secondo un critico d’arte australiano, Robert Hughes, la chiave per capire la personalità catalana è cogliere l’equilibrio tra il seny (il senso comune razionale) e la rauxa (l’emozione spontanea viscerale). E qui, alla Boqueria, ho afferrato finalmente il senso di quest’affermazione.
Aggirarmi tra i banchi traboccanti d’ogni ben di Dio e mescolarmi alla gente mi ha fatto sentire un po’ come Alice nel Paese delle meraviglie. Un paese goloso dove ogni dettaglio è esagerato nell’aspetto, nel profumo e nel colore. La struttura è costruita in ferro scuro, quasi severo, e sovrasta il luogo dove tradizionalmente i contadini catalani venivano a vendere i prodotti alimentari ai ricchi commercianti barcellonesi. Sull'origine del nome pare esistano tre versioni. La prima lo farebbe derivare da un maestoso portale d’accesso alla città fortificata, voluto dal Conte Raimondo Berengario IV detto il Santo dopo la conquista di Almeria, nel 1147. Ammirare questa meraviglia lasciava i viandanti letteralmente a bocca aperta, da qui verrebbe il nome Badoqueria, trasformato poi nell’attuale Boqueria. La seconda versione, meno romantica e più bucolica, farebbe derivare il nome dal fatto che qui si vende abitualmente la carn de boc, ovvero la carne di montone, considerata dai catalani una vera e propria squisitezza. Mentre l’ultima più sbrigativa associa semplicemente il termine catalano Boqueria a quello francese Boucherie, ovvero macelleria.
In realtà la Boqueria è molto più di ciò che il suo nome evoca. La disposizione dei banchi dei venditori è già di per sé uno spettacolo ravvivato dai dialetti regionali che s’accavallano nell’aria. La scelta dei prodotti è vasta ed eccellente e il rigore con cui è indicata la provenienza di frutta, verdura, carni e pesci dà la misura dell’internazionalità del mercato. Frutta esotica dai colori solari s’intercala a cascate di pesce ancora guizzante; funghi fiabeschi dall’aspetto inquietante sfidano riottosi crostacei e molluschi sensuali; ortaggi d’ogni foggia e dimensione s’affiancano agli animali da cortile esibiti come vittime sacrificali. Eppure, la sanguinolenta tracotanza della carne non offende la garbata poesia dei vegetali: tutto è esasperato ma armonioso, proprio come in un quadro di Dalì. E proprio come per un quadro, anche qui è la mano dell’uomo l’artefice di tanta bellezza. Questa giostra di colori è opera meticolosa dei commercianti che animano i banchi con la stessa sensibilità che il pittore usa nei riguardi della tela. Nulla sembra essere lasciato al caso e ogni dettaglio pare assecondare un ritmo cromatico ineluttabile. E’ arte anche questa, soprattutto se si pensa ai laboriosi preliminari di quest’esposizione che si rinnova ogni mattina ogni giorno dell’anno, sempre uguale eppure mai identica a se stessa. Perché, si sa, la bellezza stupisce sempre.
Visitare la Boqueria è dunque un piacere estetico che tuttavia comporta un effetto collaterale pratico: procura un’ubriacatura dei sensi tale da indurre il visitatore a trascendere la pura contemplazione. La tentazione all’acquisto compulsivo è prepotente, grazie anche alla premura dei venditori che stuzzicano l’acquolina offrendo golosi assaggi. Per questo i commercianti hanno pensato di aprire anche alcuni chioschi dove poter consumare piacevolmente qualche assaggio più consistente, tipico della cucina catalana e non solo. Uno dei piatti classici più semplici è il pa amb tomaquet, una bruschetta di pomodori senz’aglio che accompagna normalmente salumi e formaggi. Ci sono poi i calçots, profumatissimi cipollotti tipici della Catalogna serviti alla brace e conditi con una salsa a base di pomodoro, mandorle, nocciole, peperoni e olio. Un’altra golosità inimitabile è l’esqueixada, a base di baccalà crudo con cipolla, pomodori e olive. Chi invece riuscisse a sfuggire a tali eccessi può sempre consolarsi con le variopinte centrifughe di frutta che rinfrescano qua e là i banchi, accentuando il carattere esotico del mercato.
Infine, per gli amanti più esigenti della cultura enogastronomica, la Boqueria offre anche un’aula gastronomica, un punto d’incontro per cuochi e artigiani, venditori e clienti, turisti e curiosi, tutti accomunati da un unico scopo: la cura e il trattamento degli alimenti freschi. E’ questo, infatti, il primo grande segreto per eleggere la Boqueria non solo come il più grande mercato popolare del Paese ma anche come il migliore per qualità e rigore. Un mercato che continua a lasciare i viandanti di oggi, come quelli di ieri, letteralmente a bocca aperta!